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      <title>ICE IS NICE - Col du Requin, Brèche Ouest</title>
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      <description>In questo inizio di stagione con temperature calde e condizioni particolarmente secche approfittiamo di una delle poche goulottes delle Alpi in condizioni per andare a grattare un po' di ghiaccio e misto con le nostre picche!Siamo io, Teto e Emrik, partiamo con la prima benna da Courmayeur e scendiamo il più rapidamente possibile con gli sci fino al rifugio del Requin. Da lì mettiamo le pelli e saliamo in direzione della brèche ovest del Col du Requin. Arrivati all'attacco esitiamo un po' tra la Sorenson-Eastman e Ice is Nice ma alla fine optiamo per quest'ultima perchè la prima ci sembrava un po' troppo "magra". Scaliamo divertendoci fino alla fine delle difficoltà, ci caliamo senza arrivare alla brèche nella speranza di pendere l'ultimo trenino in discesa dai Montenvers verso Chamonix. Manco a dirlo arriviamo con 10  minuti di ritardo e siamo costretti a una lunga "ravanata" lungo il sentiero e pendii di neve nei boschi fino al paese, dove il provvidenziale Jerome ci darà un passaggio fino a Courmayeur. Super giornata in super compagnia!In discesa verso la goulotte Salendo verso l'attaccoSui primi pediiTraverso...All right!!Prime difficoltàTeto è ottimista!Ambiente!Verso la brècheDiscesa infinita verso Chamonix</description>
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                    In questo inizio di stagione con temperature calde e condizioni particolarmente secche approfittiamo di una delle poche goulottes delle Alpi in condizioni per andare a grattare un po' di ghiaccio e misto con le nostre picche!Siamo io, Teto e Emrik, partiamo con la prima benna da Courmayeur e scendiamo il più rapidamente possibile con gli sci fino al rifugio del Requin. Da lì mettiamo le pelli e saliamo in direzione della brèche ovest del Col du Requin. Arrivati all'attacco esitiamo un po' tra la Sorenson-Eastman e Ice is Nice ma alla fine optiamo per quest'ultima perchè la prima ci sembrava un po' troppo "magra". Scaliamo divertendoci fino alla fine delle difficoltà, ci caliamo senza arrivare alla brèche nella speranza di pendere l'ultimo trenino in discesa dai Montenvers verso Chamonix. Manco a dirlo arriviamo con 10  minuti di ritardo e siamo costretti a una lunga "ravanata" lungo il sentiero e pendii di neve nei boschi fino al paese, dove il provvidenziale Jerome ci darà un passaggio fino a Courmayeur. Super giornata in super compagnia!In discesa verso la goulotte Salendo verso l'attaccoSui primi pediiTraverso...All right!!Prime difficoltàTeto è ottimista!Ambiente!Verso la brècheDiscesa infinita verso Chamonix
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      <pubDate>Wed, 25 Apr 2018 17:25:00 GMT</pubDate>
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      <title>SICHUAN EXPEDITION 2017 - REPORT</title>
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                    Eccoci qui di ritorno dalla nostra spedizione sulle montagne cinesi con tante cose che meritano di essere raccontate ma soprattutto con un’esperienza che ha cambiato ognuno di noi, e questa forse è la cosa più importante. Io penso che le esperienze intense vissute in montagna servano a farci capire ogni volta sempre un po’ di più chi siamo e che cosa conta veramente…. Per questo continuo ad andare in montagna alla ricerca di esperienze per me nuove e inesplorate, non basta continuare a rivivere quello che già si conosce…..Nonostante tutto.Ma torniamo alla spedizione. L’idea di andare in Cina era nata più di un anno fa quando io e François avevamo deciso di fare qualcosa insieme nell’autunno 2017. L’idea che avevamo era quella di partire per qualcosa di “easy”, senza troppe pretese ma con la voglia di aprire qualche via nuova in un posto remoto. Dopo aver valutato diverse possibili destinazioni, l’amico Martin Elias mi parlò del Sichuan, regione della Cina dalle infinite possibilità per un alpinismo di esplorazione alla scoperta di terreni selvaggi e totalmente inesplorati. Mi consigliò di consultare il libro di un alpinista/esploratore giapponese, un tal Nakamura. Dopo aver “googolizzato” il nome Nakamura in tutte le sue declinazioni riuscii a risalire al titolo del libro e alla casa editrice giapponese che lo aveva pubblicato. Un paio di e-mail e carta di credito alla mano riuscii a ordinare il libro, incredibile il potere dell’e-commerce! Una volta ricevuto il libo e dopo avergli dato una rapida sfogliata ormai non c’erano più dubbi: dovevamo andare in Sichuan! Stavamo però parlando di una regione della Cina grande come l’Europa e nel suo interno ci sono molti massicci montuosi: la scelta della nostra destinazione finale era tutt’altro che definita!!Nel frattempo bisognava anche formare una squadra: il gruppo fa la forza in regioni remote, sia dal punto logistico che economico e in due eravamo decisamente troppo pochi. Non ci volle molto a convincere Emrik: appena François gli parlò della cosa ne fu subito entusiasta. Eravamo già in 3. Però comunque un po’ pochi. Ognuno di noi cercò di trovare possibili candidati interessati alla cosa ma per un po’ non trovammo riscontri positivi. Finchè non saltò fuori un vecchio amico di Emrik: Tomas Franchini. Tomas è una guida e un forte alpinista trentino, pensammo subito che era un buon acquisto e non esitammo a includerlo nel gruppo. Poi altri due amici di Tomas si aggregarono: Matteo Faletti e Bicio Dellai. Noi non conoscevamo né Matteo né Bicio ma pensammo che se Tomas voleva partire con loro potevamo fidarci e poi comunque avremmo comunque fatto due squadre abbastanza indipendenti. Anche la squadra era ormai al completo!!Quello che seguì potrebbe essere definito come una sorta di “caos organizzato”, e cioè: scelta del massiccio obiettivo della spedizione, scelta dell’agenzia su cui appoggiarsi per la logistica e soprattutto procedure burocratiche per fare i visti per poter stare in Cina per più di 30 giorni (che è la durata massima del visto turistico standard per la Cina)…..Alla fine, non so ancora bene come, riuscimmo a districarci in tutto ciò definendo come obiettivo il Monte Edgar (una magnifica montagna alta 6.618mt), appoggiandoci al sig. Liu Feng (detto Leo, noto boss del Sichuan Alpin Club) per la logistica e ricevendo miracolosamente i visti sui passaporti un paio di giorni prima della data della partenza. Ancora incredulo mi ritrovai imbarcato sul volo per Chengdu (la capitale del Sichuan) in compagnia dei miei compagni d’avventura. Avventura con la A maiuscola perché sapevamo bene che al di là dell’Edgar ci saremmo trovati in un’area molto poco esplorata e che tutte le montagne intorno a noi sarebbero state le probabili candidate per una prima ascensione!Arrivati a Chengdu ci troviamo subito immersi nel caos di una metropoli da 12 milioni di abitanti. Leo ci scorta gentilmente all’albergo da lui prenotato e la prima sera la passiamo a discuter i dettagli logistico-economici della spedizione e a brindare al nostro arrivo in Cina. Oltre a Leo facciamo conoscenza con Donald, che sarà il nostro interprete per tutta la spedizione (in Cina le persone che parlano inglese sono rarissime), con Zhang, che da quello che ci dicono è il capo del Sichuan Alpine Club e con Schock che sarà il nostro cuoco, responsabile logistico al campo base nonché “liason officer”.Il giorno seguente io lo passerò all’aeroporto per recuperare un collo che avevamo spedito dall’Italia con all’interno buona parte del nostro materiale da alpinismo, mentre gli altri ragazzi saranno scortati dal buon Donald a fare tutti gli acquisti necessari per un mese di sopravvivenza al campo base. La sera partiamo alla ricerca di un ristorante occidentale in quanto dopo due pasti e una colazione ci sentiamo già abbastanza saturi di cucina cinese (per lo meno io François e Emrik, i trentini invece sembrano sopportare meglio le spezie cinesi, soprattutto Tomas ne è entusiasta…forse perché non gli hanno ancora fatto provare cosa intendono loro per “piccante”!). Alla fine finiamo a mangiare pizza in un Pizza Hut, e riusciamo ad addormentarci senza aver violentato le papille gustative. La mattina seguente ci alziamo presto per partire alla volta di Moxi Town, l’ultima cittadina prima della “Nanmenganggou Valley”, la valle che dovremo risalire per posizionare il nostro campo base ai piedi dell’Edgar. Dopo 6 ore di macchina arriviamo a destinazione, in una ridente località di montagna cinese (con influenze tibetane) che ci offre ancora tutti i confort prima di abbandonare la civiltà e salire finalmente in montagna. Dormiamo in un ostello in un villaggio pochi chilometri a nord di Moxi Town e la serata la passiamo a mangiare ancora cibo maledettamente cinese e a dividere tutti i carichi per i portatori. Finalmente dopo una breve notte di riposo ci ritroviamo in cima della strada poderale che segna l’inizio della valle che dovremo risalire per posizionare il nostro campo base: Leo e Zhang ci salutano con un sorriso a 32 denti e un vigoroso “good luck”, mentre Schock e Donald saliranno con noi al campo base. Il gruppo dei nostri portatori è abbastanza eterogeneo: si va dai giovanotti in giubbotto e jeans a quelli più anziani con stile decisamente più “contadino”, non manca neanche qualche donna che evidentemente non ha paura di farsi una bella sgambata di un paio di giorni con 20kg sulle spalle. Il ritmo di salita è decisamente lento ma è chiaro che non possiamo pretendere di più dato i pesi che stiamo trasportando e il terreno sconnesso: risaliamo infatti sul bordo del grosso fiume che ha formato la valle, camminando su sassi di tutte le dimensioni spesso ricoperti da muschio più o meno viscido, insomma non esattamente il tipico sentiero escursionistico a cui siamo abituati sulle nostre alpi! Verso le 16 arriviamo ad una zona di confluenza di due fiumi dei quali noi dovremo seguire quello che risale la valle di sinistra e che ci porterà ai piedi del monte Edgar. Schock decide che questo è il punto dove dovremo accamparci per la notte e abbiamo giusto il tempo per posare i nostri zaini prima di essere investiti da una fitta nebbia carichissima di umidità: nel giro di 5 minuti le nostre giacche in gore-tex grondano già d’acqua e ci affrettiamo a farci una piazzuola e a montare la nostra tenda per la notte, mentre i portatori si costruiscono un riparo di fortuna tra gli alberi (basicamente qualche telo per ripararsi dall’umidità sotto i quali accendere dei fuochi per riscaldarsi). Dopo una cena frugale a base di riso e qualche verdura riscaldati (già preparati in precedenza dal buon Schock), decidiamo di obbligare tutto il gruppo a partire presto il giorno dopo dato che le previsioni meteo sembrano buone per il mattino ma con peggioramenti nel pomeriggio: negoziamo una sveglia verso le 6. Il giorno dopo quindi partiamo presto e i portatori si avviano diligentemente risalendo il fiume di sinistra come previsto: Schock ci assicura che in 4 orette arriveremo al posto designato per il campo base (Schock era già stato nella valle anni addietro con una spedizione russa e la sua idea era posizionare il nostro campo base dove l’avevano messo i Russi). Dopo poco più di un’ora di cammino però, i portatori abbandonano il letto del fiume e tagliano nella vegetazione fitta fino a raggiungere una radura nella piana alla base della morena del ghiacciaio: quello è il posto dove vorrebbero farci piazzare il campo base. Noi però sappiamo bene che ci troviamo troppo bassi e che abbiamo bisogno di salire di più per poter ridurre gli avvicinamenti ai campi alti: François e Emrik si avviano quindi alla ricerca di un posto più idoneo per il nostro campo base mentre io e gli altri cominciamo a “litigare” coi portatori per convincerli a salire più in alto e soprattutto per evitare che abbandonino lì il loro carico e comincino a scendere a valle! Dopo un tempo che ci sembra infinito François ci annuncia per radio di aver trovato un posto buono sulla sinistra orografica del ghiacciaio: in qualche modo riusciamo a convincere i portatori a proseguire e a mezzogiorno circa ci troviamo tutti sulla radura che sarà la nostra casa per i prossimi 30 giorni, a quota 3.850mt con una magnifica vista sul monte Edgar e sulla valle sottostante immersa nella nebbia. Solo successivamente ci renderemo conto di quanto una giornata di sole sia rara al campo base e della fortuna che abbiamo avuto nell’avere quella vista quel giorno! Montiamo le tende e terminiamo la giornata gustando il primo pasto a base di verdure e riso preparato da Schock al campo base.I portatori e i loro carichiRisalendo il grande fiumeLa valle da noi risalitaQuasi al campo baseLe nebbie che non ci hanno mai abbandonatoDato che le previsioni meteo ci annunciavano una giornata di bel tempo seguita da 2/3 giorni di tempo instabile decidiamo di approfittare subito della giornata di bel tempo per fare una salita di acclimatamento in giornata. Io, François e Emrik decidiamo di salire ad una cima dietro al campo base per una cresta che a prima vista ci sembra abbastanza semplice e ideale come primo approccio alla spedizione, mentre il team trentino decide di puntare ad un colle sul versante opposto della valle, alla base della cresta est dell’Edgar per poi eventualmente salire ad una cima adiacente tale colle. La mattina partiamo tutti nella nebbia fitta, il sole del giorno prima è solo un pallido ricordo ma decidiamo comunque di continuare verso il nostro obiettivo fiduciosi nelle previsioni meteo. La nostra perseveranza sarà premiata perché poco sopra i 4.000mt usciamo dalla nebbia e ci troviamo con una giornata di sole perfetta. La cresta da noi scelta si rivela comunque non banale: terreno sì classico ma pur sempre impegnativo, con passaggi di roccia fino al V° grado. Ad un inizio su rocce coperte da lichene e cenge erbose segue una parte su roccia più compatta fino ad arrivare sull’anticima da cui siamo obbligati a fare una doppia di 50mt per poter proseguire. La doppia ci porta ad una forcella da dove attraversiamo per prendere un canale dove la roccia diventa decisamente più friabile ma ormai pochi metri ci separano da questa prima vetta della nostra avventura: sono le due del pomeriggio quando ci abbracciamo felici sulla punta ad una quota che supera di poco i 5.000mt. Per la discesa ci lasciamo guidare dall’istinto attraverso i vari canali che solcano la montagna e dopo qualche ora rientriamo al campo base dove Schock e Donald ci stanno aspettando con il solito riso e le proverbiali verdure! Anche i nostri amici trentini arrivano più o meno alla stessa ora e passiamo la cena a raccontarci a vicenda le salite della giornata. Noi decidiamo di dedicare la cima che abbiamo scalato a Joel, un amico scomparso sul cervino un anno fa, mentre i trentini ci raccontano di aver aperto una via sulla cima che chiameranno “Little Edgar”: come prima giornata non c’è proprio male!Salendo alla Punta Deanoz, una volta usciti dalla nebbia l'Edgar svetta imponenteIl monte EdgarSulla nostra via "Welcome to the Jungle"Il campo baseLe tende che sono state la nostra casa per un meseL'Edgar al tramontoIl gruppo del Melcyr ShanI tre giorni successivi come previsto ci riservano un meteo poco incoraggiante: tante nubi e precipitazioni, al campo base regna la solita nebbia che, pioggia o non pioggia, non ci consente di stare fuori dalle tende per più di 5 minuti senza ritrovarci ricoperti di umidità da capo a piede. Nonostante il tempo cerchiamo lo stesso di spingerci in una ricognizione verso l’enorme ghiacciaio ai piedi della parete nord dell’Edgar: qui il ghiacciaio è interrotto da un’enorme seraccata alta quasi 1.000mt che dobbiamo assolutamente riuscire a superare per poter accedere al plateau superiore che rappresenta la chiave di accesso per la parete ovest dell’Edgar. Ci rendiamo subito conto che ci aspetta un lavoro non da poco e che probabilmente alcuni passaggi ci obbligheranno ad esporci ai pericolosi seracchi ma decidiamo comunque di provarci, alla prima finestra di bel tempo. La finestra non tarda ad arrivare: dopo tre giorni di brutto tempo le previsioni ci annunciano almeno 3 giorni di tempo stabile. Decidiamo di unire tutte le nostre forze e partiamo tutti e sei alla volta dell’immensa seraccata, questa volta con l’obiettivo di superarla e di attrezzare un passaggio sicuro per poter raggiungere agevolmente il campo che vorremmo piazzare sul plateau a quota 5.200mt. Manco a dirlo la giornata risulta davvero dura: come pensavamo la nostra via di accesso passerà sulla sinistra orografica del ghiacciaio e attrezzeremo la prima parte su seracchi con passaggi strapiombanti e la parte alta sulla barra rocciosa che ci impegnerà tecnicamente fino a dover utilizzare le scarpette per passare! Comunque dopo 12 ore di lotta riusciamo a piazzare il nostro campo sul bordo dell’immenso plateau glaciale circondato da giganti come l’Edgar, il Grosvenor e la catena che li unisce come una grande corona, davvero uno spettacolo imponente! Decidiamo di chiamare questo il “Campo degli Italiani” e ci prepariamo per passare la nostra prima notte di acclimatamento a 5.200mt. Il giorno dopo saliamo fino al colle alla base della cresta sud-ovest dell’Edgar (salita dai coreani nel 2003) continuando nell’acclimatamento fino a quota 6.000mt. François, Emrik e Tomas arrivati al colle decidono di continuare sul pendio soprastante con l’idea di raggiungere un buon punto di vista per osservare le condizioni delle creste della montagna. Raggiungono la dorsale che sovrasta il colle a 6.200mt e si rendono conto di essere su una cima a se stante che chiameranno Twenty Shan, in onore a loro ventenni! Io, Bicio e Matteo intanto abbiamo già cominciato la discesa e li aspetteremo al Campo degli Italiani preparando il thè caldo. Per completare questa fase di acclimatamento decidiamo di passare un’altra notte in questo campo alto e di ridiscendere l’indomani al campo base. Durante la notte Tomas non riesce a dormire e, come ci ha poi raccontato, sentiva la Ovest dell’Edgar che lo chiamava e così a mezzanotte, da solo, decide di partire verso la parete illuminata dalla luna piena. Tomas sale da solo la parete Ovest in perfette condizioni e sbuca in cima all’Edgar poco dopo le 6 di mattina! Davvero una performance degna dei migliori alpinisti al mondo considerando anche il poco acclimatamento e le giornate precedenti dove non abbiamo proprio passeggiato! Noi lo aspettiamo al campo base dove festeggiamo con lui il suo exploit prima di cominciare la discesa verso il campo base che ci impegnerà comunque per più di 5 ore.Salendo verso la seraccata che dovremo superareCercando una via tra i seracchi...Ambiente severoAttraversando il plateau sotto la Ovest dell'EdgarIn salita verso il colle a 6000mtCerchiamo la via tra i crepacci, l'Edgar ci osserva silenziosoFrançois, Emrik e Tomas salgono verso il Twenty ShanIn discesa verso il campo baseDopo la finestra di tempo perfetto (sia per temperatura che per assenza di vento) che ha permesso a Tomas di salire la parete Ovest in quello stile, il meteo comincia a cambiare: si alternano giornate di tempo buono ad altre decisamente brutte ma mantenendo sempre una certa instabilità e soprattutto sempre con vento forte in quota. Decidiamo allora di dedicarci a esplorare le cime intorno al nostro campo base, in zone il più riparate possibile dal vento e a quote più modeste. Io, François e Emrik apriamo una bella via di roccia fino al 6b su un magnifico pilastro alto quasi 5.000mt che decidiamo di dedicare a Gerard, amico e presidente della nostra Società Guide tragicamente scomparso sul Cervino l’anno scorso (insieme a Joel). Poi durante i giorni successivi saliamo sul ghiacciaio al di sopra del Pilier Gerard Ottavio (così abbiamo chiamato il pilastro dedicato a Gerard) e andiamo a esplorare il bacino del cosiddetto Melcyr Shan. Scopriamo che oltre al già conosciuto Melcyr Shan appunto, la zona offre molte possibilità per vie nuove su bellissime cime. Nasce così la “Cresta delle 3 Sorelle”, una stupenda cavalcata realizzata in 3 giorni da me, Emrik e François su una cresta molto affilata e mai banale con ben 3 punte che sfiorano i 6.000mt. Il terreno qui è sempre il misto di alta montagna con alternanza di progressione in conserva a quella con tiri di corda. Dopo questa traversata Emrik decide di rientrare al campo base per problemi di freddo ai piedi, mentre io e François cerchiamo di sfruttare l’ultimo giorno di tempo decente per esplorare un’altra cima di questo stupendo bacino glaciale : questa salita si rivelerà più corta rispetto alla traversata delle 3 sorelle ma decisamente più tecnica, saremo infatti costretti a fare tiri di corda con difficoltà fino al 6a per poter arrivare in cima a quello che chiameremo il “Vallée Shan”, a poco più di 5.600mt. Ci sentiamo davvero appagati per le salite che abbiamo fatto in questa zona della valle e decidiamo di rientrare al campo base nella speranza di avere un’occasione per poter ritornare sull’Edgar. Nel frattempo anche i nostri amici Trentini rientrano al campo base dopo aver esplorato una valle adiacente alla nostra ed essere saliti di nuovo al Campo degli Italiani da dove sono saliti verso il Jiazi Feng, un seimila per lo più nevoso a fianco del Grosvenor.Il Piler Gerard Ottavio, una sentinella imponente sulla valleL'Edgar ci guarda sempre imponenteNebbie sempre sotto di noi ma mai troppo lontaneSalendo verso la cresta delle 3 sorelleSalendo verso la cresta delle 3 sorellePrimi tiri della cresta delle 3 sorelleSelfie sulla Punta BarbaraCresta delle 3 sorelleCresta delle 3 sorelleIl gruppo delle 3 sorelle all'albaSul ghiacciaio verso il Vallée ShanSulla cresta del Vallée ShanSui primi tiri del Vallée ShanIl colle alla base del Vallée Shan, sullo sfondo l'EdgarSoste....E creste!Siamo ormai a metà ottobre e le temperature cominciano a cambiare, al campo base si cominciano a vedere le prime nevicate e finalmente il nostro amico metereologo ci annuncia una finestra degna di un tentativo all’Edgar. I nostri due team si dividono quindi in base agli obiettivi che ci eravamo prefissati: i trentini partono alla volta della cresta sud-est mentre noi saliamo al Campo degli Italiani per tentare la cresta Nord-Ovest. Gli amici trentini al secondo giorno di salita decideranno di ritirarsi a quota 5.800mt per problemi legati alle difficoltà e alla pericolosità della salita (roccia friabile e scariche di neve e pietre). Noi invece dopo una notte al Campo degli Italiani attacchiamo decisi la cresta nord-ovest. Dopo una prima parte su terreno misto non troppo impegnativo, la cresta ci impegna a fondo obbligandoci a procedere con tiri di corda e difficoltà fino all’M5. Anche il vento soffia abbastanza forte, probabilmente sui 50-60 Km/h. Continuiamo decisi e siamo tutti ottimisti. Arriviamo al punto dove avevamo previsto di doverci spostare sulla parete nord: con grande sorpresa troviamo qui ottime condizioni e con uno stupendo tiro su ghiaccio quasi verticale sbuchiamo in cima al penultimo pilastro della nostra cresta a quota 6.450mt. Da qui dovremmo solo superare l’ultimo risalto e attraversare al di sopra della parete Ovest per raggiungere la cima. Con altrettanta nostra grande sorpresa però, ci troviamo qui alle prese con cornici quasi strapiombanti di neve inconsistente. Con grande rammarico siamo costretti a constatare che continuare per la cima comporterebbe dei rischi troppo grossi e decidiamo per la ritirata. Dopo una discesa infinita (più di 1.000mt e circa 25 doppie attrezzate con chiodi, nut spuntoni e soprattutto abalakov) raggiungiamo esausti la nostra tenda al Campo degli Italiani dove sprofondiamo nei nostri sacchi a pelo. Rientrati al campo base ci rendiamo conto di quanto vicini eravamo alla cima e alla conclusione della salita ma nonostante il rammarico pensiamo aver fatto la scelta giusta. Decidiamo comunque di chiamare il pilastro dove siamo arrivati “Pilier de l’Espoir”, nella speranza di poter tornare un giorno a completare la salita (noi o chissà, magari qualcun altro!).Il nostro cuoco all'operaIl campo base in uno dei rari momenti privi di nebbiaL'Edgar visto dal campo baseOsservando la nostra via dal plateauPrimi tiri della cresta nord-ovest dell'EdgarLungo la cresta nord-ovest dell'EdgarLungo la cresta nord-ovest dell'EdgarIn ritirata dopo aver raggiunto la cima del "Pilier de l'Espoir"Manca orai una settimana al nostro rientro in Italia, un’altra perturbazione ci investe e questa volta al campo base abbiamo 40cm di neve. Il tutto sembra lasciare poche possibilità per un ultimo tentativo sulla montagna, però dal meteo ci arriva una luce di speranza: ci saranno un paio di giorni di tempo stabile, anche se con vento sempre abbastanza forte. Decidiamo tutti insieme di fare nonostante tutto un ultimo tentativo. Saliamo al campo degli Italiani tracciando nella neve fresca che a tratti ci arriva fino al ginocchio. Arrivati al campo nel tardo pomeriggio tira un vento degno della Patagonia più selvaggia! Mentre noi installiamo il campo, François e Tomas partono per una ricognizione sul ghiacciaio e tornano con notizie poco rassicuranti: accumuli di neve e traccia tutta da fare! Dal meteo ci arriva la conferma che il vento dovrebbe calare la mattina seguente per poi tornare a rinforzare nel pomeriggio. L’idea iniziale era quella di dividerci in due team per attaccare due goulottes parallele sul versante ovest della montagna per sbucare sulla cresta aperta dai Coreani nel 2003 e da lì proseguire fino alla cima. Date le condizioni poco favorevoli modifichiamo i piani in modo da massimizzare le possibilità di arrivare in vetta: uno dei due team cercherà di salire la goulotte più evidente, mentre l’altro salirà lungo la cresta dei coreani per fare la traccia e darci la possibilità di raggiungere la cima il più velocemente possibile, consapevoli che la finestra di vento non troppo forte sarà breve e dovremo sfruttarla al massimo. Parliamo tra di noi per decidere come dividere le squadre. François e Tomas vogliono provare la goulotte mentre Emrik e Bicio vogliono salire la via coreana. A me piacerebbe salire con Tomas e François ma anche l’amico Matteo vuole andare con loro. Mi rendo subito conto che lasciare Emrik da solo con Bicio sarebbe improponibile, avrebbe significato per Emirk dover tracciare tutta la via da solo. Quindi, grazie all’impreparazione fisica di Bicio la mia scelta è obbligata: dovrò andare sulla via Coreana. Alla fine mi metto il cuore in pace dicendomi che comunque come prima esperienza a quelle quote non potevo neanche avere grosse pretese. Resta comunque un po’ di amarezza per aver dovuto fare una scelta dettata dall’impreparazione di una persone che probabilmente non avrebbe neanche dovuto partecipare ad una spedizione d questo livello. Ma torniamo ai fatti: passiamo una notte decisamente movimentata: il vento invece di mollare si fa sempre più intenso, tanto che ci ritroviamo con la tenda letteralmente schiacciata sulla faccia! Nessuno di noi riesce a dormire e alle due di notte constatiamo che la situazione non è affatto cambiata, sappiamo che così è impossibile salire e decidiamo di rimandare la partenza nella speranza che il vento cali. Incredibilmente verso le tre ci sembra che l’inferno si stia calmando e, anche se poco fiduciosi, io, Bicio e Emrik partiamo alla volta della via Coreana. François, Tomas e Matteo ci seguono partendo una mezz’oretta più tardi, sfruttando la nostra traccia per poi puntare alla goulotte. Continuiamo a salire e il vento incredibilmente si placa. Superiamo la seraccata e il ripido pendio che ci porta in cresta: mi metto la maschera per scaramanzia ma il vento è incredibilmente sopportabile. Intanto François, Tomas e Matteo sulla goulotte stanno trovando anche loro condizioni ottimali: pendii di neve compatta alternati a tiri di ottimo ghiaccio e sbucano sulla cresta Coreana quando noi stiamo attaccando l’ultimo pendio che ci porterà in cima. Come in una favola dal lieto fine, nel primo pomeriggio ci ritroviamo tutti ad abbracciarci in cima al monte Edgar, a quota 6.618mt. Tomas, François e Matteo chiameranno la goulotte da loro aperta “Colpo Finale”. Per gli amanti delle statistiche la nostra è stata la terza spedizione in assoluto a riuscire a raggiungere la vetta del mote Edgar (Tomas in solitaria ha firmato la terza salita assoluta della montagna mentre per noi è stata la quarta…Tomas di fatto è l’unica persona al mondo ad essere salito due volte in cima all’Edgar!!). Neve al campo base!Il paesaggio diventa invernaleSelfie nevosoIn salita lungo la via Coreana: ambiente grandioso!In salita lungo la via Coreana: ambiente grandioso!In salita lungo la via Coreana: ambiente grandioso!In salita lungo la via Coreana: ambiente grandioso!Ultimi metri per raggiungere la cima dell'EdgarCumbre!! 6.618mtDi ritorno al campo degli italianiIn realtà la cosa che davvero conta è che abbiamo passato un mese su montagne magnifiche a esplorare una natura selvaggia che ci ha insegnato tanto e che ha lasciato qualcosa di indelebile in ognuno di noi….Come poi scriveremo tutti insieme al campo base prima di tornare alle nostre vite di tutti i giorni: “…..Abbiamo trascorso un’esperienza fantastica, in una valle "tutta per noi" una vera avventura tra montagne inesplorate… abbiamo scalato e scoperto un nuovo angolo di mondo, siamo riusciti a scalare il Monte Edgar, una montagna complicata, difficile e pericolosa da tutti i suoi versanti…siamo stati assieme per 40 giorni tra di noi e la natura, più di così non potevamo chiedere!”Ultimo giorno al campo baseQUI DI SEGUITO GLI SCHIZZI DELLE VIE DA NOI APERTE:
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      <pubDate>Mon, 04 Dec 2017 22:24:00 GMT</pubDate>
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                    Eccoci qui di ritorno dalla nostra spedizione sulle montagne cinesi con tante cose che meritano di essere raccontate ma soprattutto con un’esperienza che ha cambiato ognuno di noi, e questa forse è la cosa più importante. Io penso che le esperienze intense vissute in montagna servano a farci capire ogni volta sempre un po’ di più chi siamo e che cosa conta veramente…. Per questo continuo ad andare in montagna alla ricerca di esperienze per me nuove e inesplorate, non basta continuare a rivivere quello che già si conosce…..Nonostante tutto.Ma torniamo alla spedizione. L’idea di andare in Cina era nata più di un anno fa quando io e François avevamo deciso di fare qualcosa insieme nell’autunno 2017. L’idea che avevamo era quella di partire per qualcosa di “easy”, senza troppe pretese ma con la voglia di aprire qualche via nuova in un posto remoto. Dopo aver valutato diverse possibili destinazioni, l’amico Martin Elias mi parlò del Sichuan, regione della Cina dalle infinite possibilità per un alpinismo di esplorazione alla scoperta di terreni selvaggi e totalmente inesplorati. Mi consigliò di consultare il libro di un alpinista/esploratore giapponese, un tal Nakamura. Dopo aver “googolizzato” il nome Nakamura in tutte le sue declinazioni riuscii a risalire al titolo del libro e alla casa editrice giapponese che lo aveva pubblicato. Un paio di e-mail e carta di credito alla mano riuscii a ordinare il libro, incredibile il potere dell’e-commerce! Una volta ricevuto il libo e dopo avergli dato una rapida sfogliata ormai non c’erano più dubbi: dovevamo andare in Sichuan! Stavamo però parlando di una regione della Cina grande come l’Europa e nel suo interno ci sono molti massicci montuosi: la scelta della nostra destinazione finale era tutt’altro che definita!!Nel frattempo bisognava anche formare una squadra: il gruppo fa la forza in regioni remote, sia dal punto logistico che economico e in due eravamo decisamente troppo pochi. Non ci volle molto a convincere Emrik: appena François gli parlò della cosa ne fu subito entusiasta. Eravamo già in 3. Però comunque un po’ pochi. Ognuno di noi cercò di trovare possibili candidati interessati alla cosa ma per un po’ non trovammo riscontri positivi. Finchè non saltò fuori un vecchio amico di Emrik: Tomas Franchini. Tomas è una guida e un forte alpinista trentino, pensammo subito che era un buon acquisto e non esitammo a includerlo nel gruppo. Poi altri due amici di Tomas si aggregarono: Matteo Faletti e Bicio Dellai. Noi non conoscevamo né Matteo né Bicio ma pensammo che se Tomas voleva partire con loro potevamo fidarci e poi comunque avremmo comunque fatto due squadre abbastanza indipendenti. Anche la squadra era ormai al completo!!Quello che seguì potrebbe essere definito come una sorta di “caos organizzato”, e cioè: scelta del massiccio obiettivo della spedizione, scelta dell’agenzia su cui appoggiarsi per la logistica e soprattutto procedure burocratiche per fare i visti per poter stare in Cina per più di 30 giorni (che è la durata massima del visto turistico standard per la Cina)…..Alla fine, non so ancora bene come, riuscimmo a districarci in tutto ciò definendo come obiettivo il Monte Edgar (una magnifica montagna alta 6.618mt), appoggiandoci al sig. Liu Feng (detto Leo, noto boss del Sichuan Alpin Club) per la logistica e ricevendo miracolosamente i visti sui passaporti un paio di giorni prima della data della partenza. Ancora incredulo mi ritrovai imbarcato sul volo per Chengdu (la capitale del Sichuan) in compagnia dei miei compagni d’avventura. Avventura con la A maiuscola perché sapevamo bene che al di là dell’Edgar ci saremmo trovati in un’area molto poco esplorata e che tutte le montagne intorno a noi sarebbero state le probabili candidate per una prima ascensione!Arrivati a Chengdu ci troviamo subito immersi nel caos di una metropoli da 12 milioni di abitanti. Leo ci scorta gentilmente all’albergo da lui prenotato e la prima sera la passiamo a discuter i dettagli logistico-economici della spedizione e a brindare al nostro arrivo in Cina. Oltre a Leo facciamo conoscenza con Donald, che sarà il nostro interprete per tutta la spedizione (in Cina le persone che parlano inglese sono rarissime), con Zhang, che da quello che ci dicono è il capo del Sichuan Alpine Club e con Schock che sarà il nostro cuoco, responsabile logistico al campo base nonché “liason officer”.Il giorno seguente io lo passerò all’aeroporto per recuperare un collo che avevamo spedito dall’Italia con all’interno buona parte del nostro materiale da alpinismo, mentre gli altri ragazzi saranno scortati dal buon Donald a fare tutti gli acquisti necessari per un mese di sopravvivenza al campo base. La sera partiamo alla ricerca di un ristorante occidentale in quanto dopo due pasti e una colazione ci sentiamo già abbastanza saturi di cucina cinese (per lo meno io François e Emrik, i trentini invece sembrano sopportare meglio le spezie cinesi, soprattutto Tomas ne è entusiasta…forse perché non gli hanno ancora fatto provare cosa intendono loro per “piccante”!). Alla fine finiamo a mangiare pizza in un Pizza Hut, e riusciamo ad addormentarci senza aver violentato le papille gustative. La mattina seguente ci alziamo presto per partire alla volta di Moxi Town, l’ultima cittadina prima della “Nanmenganggou Valley”, la valle che dovremo risalire per posizionare il nostro campo base ai piedi dell’Edgar. Dopo 6 ore di macchina arriviamo a destinazione, in una ridente località di montagna cinese (con influenze tibetane) che ci offre ancora tutti i confort prima di abbandonare la civiltà e salire finalmente in montagna. Dormiamo in un ostello in un villaggio pochi chilometri a nord di Moxi Town e la serata la passiamo a mangiare ancora cibo maledettamente cinese e a dividere tutti i carichi per i portatori. Finalmente dopo una breve notte di riposo ci ritroviamo in cima della strada poderale che segna l’inizio della valle che dovremo risalire per posizionare il nostro campo base: Leo e Zhang ci salutano con un sorriso a 32 denti e un vigoroso “good luck”, mentre Schock e Donald saliranno con noi al campo base. Il gruppo dei nostri portatori è abbastanza eterogeneo: si va dai giovanotti in giubbotto e jeans a quelli più anziani con stile decisamente più “contadino”, non manca neanche qualche donna che evidentemente non ha paura di farsi una bella sgambata di un paio di giorni con 20kg sulle spalle. Il ritmo di salita è decisamente lento ma è chiaro che non possiamo pretendere di più dato i pesi che stiamo trasportando e il terreno sconnesso: risaliamo infatti sul bordo del grosso fiume che ha formato la valle, camminando su sassi di tutte le dimensioni spesso ricoperti da muschio più o meno viscido, insomma non esattamente il tipico sentiero escursionistico a cui siamo abituati sulle nostre alpi! Verso le 16 arriviamo ad una zona di confluenza di due fiumi dei quali noi dovremo seguire quello che risale la valle di sinistra e che ci porterà ai piedi del monte Edgar. Schock decide che questo è il punto dove dovremo accamparci per la notte e abbiamo giusto il tempo per posare i nostri zaini prima di essere investiti da una fitta nebbia carichissima di umidità: nel giro di 5 minuti le nostre giacche in gore-tex grondano già d’acqua e ci affrettiamo a farci una piazzuola e a montare la nostra tenda per la notte, mentre i portatori si costruiscono un riparo di fortuna tra gli alberi (basicamente qualche telo per ripararsi dall’umidità sotto i quali accendere dei fuochi per riscaldarsi). Dopo una cena frugale a base di riso e qualche verdura riscaldati (già preparati in precedenza dal buon Schock), decidiamo di obbligare tutto il gruppo a partire presto il giorno dopo dato che le previsioni meteo sembrano buone per il mattino ma con peggioramenti nel pomeriggio: negoziamo una sveglia verso le 6. Il giorno dopo quindi partiamo presto e i portatori si avviano diligentemente risalendo il fiume di sinistra come previsto: Schock ci assicura che in 4 orette arriveremo al posto designato per il campo base (Schock era già stato nella valle anni addietro con una spedizione russa e la sua idea era posizionare il nostro campo base dove l’avevano messo i Russi). Dopo poco più di un’ora di cammino però, i portatori abbandonano il letto del fiume e tagliano nella vegetazione fitta fino a raggiungere una radura nella piana alla base della morena del ghiacciaio: quello è il posto dove vorrebbero farci piazzare il campo base. Noi però sappiamo bene che ci troviamo troppo bassi e che abbiamo bisogno di salire di più per poter ridurre gli avvicinamenti ai campi alti: François e Emrik si avviano quindi alla ricerca di un posto più idoneo per il nostro campo base mentre io e gli altri cominciamo a “litigare” coi portatori per convincerli a salire più in alto e soprattutto per evitare che abbandonino lì il loro carico e comincino a scendere a valle! Dopo un tempo che ci sembra infinito François ci annuncia per radio di aver trovato un posto buono sulla sinistra orografica del ghiacciaio: in qualche modo riusciamo a convincere i portatori a proseguire e a mezzogiorno circa ci troviamo tutti sulla radura che sarà la nostra casa per i prossimi 30 giorni, a quota 3.850mt con una magnifica vista sul monte Edgar e sulla valle sottostante immersa nella nebbia. Solo successivamente ci renderemo conto di quanto una giornata di sole sia rara al campo base e della fortuna che abbiamo avuto nell’avere quella vista quel giorno! Montiamo le tende e terminiamo la giornata gustando il primo pasto a base di verdure e riso preparato da Schock al campo base.I portatori e i loro carichiRisalendo il grande fiumeLa valle da noi risalitaQuasi al campo baseLe nebbie che non ci hanno mai abbandonatoDato che le previsioni meteo ci annunciavano una giornata di bel tempo seguita da 2/3 giorni di tempo instabile decidiamo di approfittare subito della giornata di bel tempo per fare una salita di acclimatamento in giornata. Io, François e Emrik decidiamo di salire ad una cima dietro al campo base per una cresta che a prima vista ci sembra abbastanza semplice e ideale come primo approccio alla spedizione, mentre il team trentino decide di puntare ad un colle sul versante opposto della valle, alla base della cresta est dell’Edgar per poi eventualmente salire ad una cima adiacente tale colle. La mattina partiamo tutti nella nebbia fitta, il sole del giorno prima è solo un pallido ricordo ma decidiamo comunque di continuare verso il nostro obiettivo fiduciosi nelle previsioni meteo. La nostra perseveranza sarà premiata perché poco sopra i 4.000mt usciamo dalla nebbia e ci troviamo con una giornata di sole perfetta. La cresta da noi scelta si rivela comunque non banale: terreno sì classico ma pur sempre impegnativo, con passaggi di roccia fino al V° grado. Ad un inizio su rocce coperte da lichene e cenge erbose segue una parte su roccia più compatta fino ad arrivare sull’anticima da cui siamo obbligati a fare una doppia di 50mt per poter proseguire. La doppia ci porta ad una forcella da dove attraversiamo per prendere un canale dove la roccia diventa decisamente più friabile ma ormai pochi metri ci separano da questa prima vetta della nostra avventura: sono le due del pomeriggio quando ci abbracciamo felici sulla punta ad una quota che supera di poco i 5.000mt. Per la discesa ci lasciamo guidare dall’istinto attraverso i vari canali che solcano la montagna e dopo qualche ora rientriamo al campo base dove Schock e Donald ci stanno aspettando con il solito riso e le proverbiali verdure! Anche i nostri amici trentini arrivano più o meno alla stessa ora e passiamo la cena a raccontarci a vicenda le salite della giornata. Noi decidiamo di dedicare la cima che abbiamo scalato a Joel, un amico scomparso sul cervino un anno fa, mentre i trentini ci raccontano di aver aperto una via sulla cima che chiameranno “Little Edgar”: come prima giornata non c’è proprio male!Salendo alla Punta Deanoz, una volta usciti dalla nebbia l'Edgar svetta imponenteIl monte EdgarSulla nostra via "Welcome to the Jungle"Il campo baseLe tende che sono state la nostra casa per un meseL'Edgar al tramontoIl gruppo del Melcyr ShanI tre giorni successivi come previsto ci riservano un meteo poco incoraggiante: tante nubi e precipitazioni, al campo base regna la solita nebbia che, pioggia o non pioggia, non ci consente di stare fuori dalle tende per più di 5 minuti senza ritrovarci ricoperti di umidità da capo a piede. Nonostante il tempo cerchiamo lo stesso di spingerci in una ricognizione verso l’enorme ghiacciaio ai piedi della parete nord dell’Edgar: qui il ghiacciaio è interrotto da un’enorme seraccata alta quasi 1.000mt che dobbiamo assolutamente riuscire a superare per poter accedere al plateau superiore che rappresenta la chiave di accesso per la parete ovest dell’Edgar. Ci rendiamo subito conto che ci aspetta un lavoro non da poco e che probabilmente alcuni passaggi ci obbligheranno ad esporci ai pericolosi seracchi ma decidiamo comunque di provarci, alla prima finestra di bel tempo. La finestra non tarda ad arrivare: dopo tre giorni di brutto tempo le previsioni ci annunciano almeno 3 giorni di tempo stabile. Decidiamo di unire tutte le nostre forze e partiamo tutti e sei alla volta dell’immensa seraccata, questa volta con l’obiettivo di superarla e di attrezzare un passaggio sicuro per poter raggiungere agevolmente il campo che vorremmo piazzare sul plateau a quota 5.200mt. Manco a dirlo la giornata risulta davvero dura: come pensavamo la nostra via di accesso passerà sulla sinistra orografica del ghiacciaio e attrezzeremo la prima parte su seracchi con passaggi strapiombanti e la parte alta sulla barra rocciosa che ci impegnerà tecnicamente fino a dover utilizzare le scarpette per passare! Comunque dopo 12 ore di lotta riusciamo a piazzare il nostro campo sul bordo dell’immenso plateau glaciale circondato da giganti come l’Edgar, il Grosvenor e la catena che li unisce come una grande corona, davvero uno spettacolo imponente! Decidiamo di chiamare questo il “Campo degli Italiani” e ci prepariamo per passare la nostra prima notte di acclimatamento a 5.200mt. Il giorno dopo saliamo fino al colle alla base della cresta sud-ovest dell’Edgar (salita dai coreani nel 2003) continuando nell’acclimatamento fino a quota 6.000mt. François, Emrik e Tomas arrivati al colle decidono di continuare sul pendio soprastante con l’idea di raggiungere un buon punto di vista per osservare le condizioni delle creste della montagna. Raggiungono la dorsale che sovrasta il colle a 6.200mt e si rendono conto di essere su una cima a se stante che chiameranno Twenty Shan, in onore a loro ventenni! Io, Bicio e Matteo intanto abbiamo già cominciato la discesa e li aspetteremo al Campo degli Italiani preparando il thè caldo. Per completare questa fase di acclimatamento decidiamo di passare un’altra notte in questo campo alto e di ridiscendere l’indomani al campo base. Durante la notte Tomas non riesce a dormire e, come ci ha poi raccontato, sentiva la Ovest dell’Edgar che lo chiamava e così a mezzanotte, da solo, decide di partire verso la parete illuminata dalla luna piena. Tomas sale da solo la parete Ovest in perfette condizioni e sbuca in cima all’Edgar poco dopo le 6 di mattina! Davvero una performance degna dei migliori alpinisti al mondo considerando anche il poco acclimatamento e le giornate precedenti dove non abbiamo proprio passeggiato! Noi lo aspettiamo al campo base dove festeggiamo con lui il suo exploit prima di cominciare la discesa verso il campo base che ci impegnerà comunque per più di 5 ore.Salendo verso la seraccata che dovremo superareCercando una via tra i seracchi...Ambiente severoAttraversando il plateau sotto la Ovest dell'EdgarIn salita verso il colle a 6000mtCerchiamo la via tra i crepacci, l'Edgar ci osserva silenziosoFrançois, Emrik e Tomas salgono verso il Twenty ShanIn discesa verso il campo baseDopo la finestra di tempo perfetto (sia per temperatura che per assenza di vento) che ha permesso a Tomas di salire la parete Ovest in quello stile, il meteo comincia a cambiare: si alternano giornate di tempo buono ad altre decisamente brutte ma mantenendo sempre una certa instabilità e soprattutto sempre con vento forte in quota. Decidiamo allora di dedicarci a esplorare le cime intorno al nostro campo base, in zone il più riparate possibile dal vento e a quote più modeste. Io, François e Emrik apriamo una bella via di roccia fino al 6b su un magnifico pilastro alto quasi 5.000mt che decidiamo di dedicare a Gerard, amico e presidente della nostra Società Guide tragicamente scomparso sul Cervino l’anno scorso (insieme a Joel). Poi durante i giorni successivi saliamo sul ghiacciaio al di sopra del Pilier Gerard Ottavio (così abbiamo chiamato il pilastro dedicato a Gerard) e andiamo a esplorare il bacino del cosiddetto Melcyr Shan. Scopriamo che oltre al già conosciuto Melcyr Shan appunto, la zona offre molte possibilità per vie nuove su bellissime cime. Nasce così la “Cresta delle 3 Sorelle”, una stupenda cavalcata realizzata in 3 giorni da me, Emrik e François su una cresta molto affilata e mai banale con ben 3 punte che sfiorano i 6.000mt. Il terreno qui è sempre il misto di alta montagna con alternanza di progressione in conserva a quella con tiri di corda. Dopo questa traversata Emrik decide di rientrare al campo base per problemi di freddo ai piedi, mentre io e François cerchiamo di sfruttare l’ultimo giorno di tempo decente per esplorare un’altra cima di questo stupendo bacino glaciale : questa salita si rivelerà più corta rispetto alla traversata delle 3 sorelle ma decisamente più tecnica, saremo infatti costretti a fare tiri di corda con difficoltà fino al 6a per poter arrivare in cima a quello che chiameremo il “Vallée Shan”, a poco più di 5.600mt. Ci sentiamo davvero appagati per le salite che abbiamo fatto in questa zona della valle e decidiamo di rientrare al campo base nella speranza di avere un’occasione per poter ritornare sull’Edgar. Nel frattempo anche i nostri amici Trentini rientrano al campo base dopo aver esplorato una valle adiacente alla nostra ed essere saliti di nuovo al Campo degli Italiani da dove sono saliti verso il Jiazi Feng, un seimila per lo più nevoso a fianco del Grosvenor.Il Piler Gerard Ottavio, una sentinella imponente sulla valleL'Edgar ci guarda sempre imponenteNebbie sempre sotto di noi ma mai troppo lontaneSalendo verso la cresta delle 3 sorelleSalendo verso la cresta delle 3 sorellePrimi tiri della cresta delle 3 sorelleSelfie sulla Punta BarbaraCresta delle 3 sorelleCresta delle 3 sorelleIl gruppo delle 3 sorelle all'albaSul ghiacciaio verso il Vallée ShanSulla cresta del Vallée ShanSui primi tiri del Vallée ShanIl colle alla base del Vallée Shan, sullo sfondo l'EdgarSoste....E creste!Siamo ormai a metà ottobre e le temperature cominciano a cambiare, al campo base si cominciano a vedere le prime nevicate e finalmente il nostro amico metereologo ci annuncia una finestra degna di un tentativo all’Edgar. I nostri due team si dividono quindi in base agli obiettivi che ci eravamo prefissati: i trentini partono alla volta della cresta sud-est mentre noi saliamo al Campo degli Italiani per tentare la cresta Nord-Ovest. Gli amici trentini al secondo giorno di salita decideranno di ritirarsi a quota 5.800mt per problemi legati alle difficoltà e alla pericolosità della salita (roccia friabile e scariche di neve e pietre). Noi invece dopo una notte al Campo degli Italiani attacchiamo decisi la cresta nord-ovest. Dopo una prima parte su terreno misto non troppo impegnativo, la cresta ci impegna a fondo obbligandoci a procedere con tiri di corda e difficoltà fino all’M5. Anche il vento soffia abbastanza forte, probabilmente sui 50-60 Km/h. Continuiamo decisi e siamo tutti ottimisti. Arriviamo al punto dove avevamo previsto di doverci spostare sulla parete nord: con grande sorpresa troviamo qui ottime condizioni e con uno stupendo tiro su ghiaccio quasi verticale sbuchiamo in cima al penultimo pilastro della nostra cresta a quota 6.450mt. Da qui dovremmo solo superare l’ultimo risalto e attraversare al di sopra della parete Ovest per raggiungere la cima. Con altrettanta nostra grande sorpresa però, ci troviamo qui alle prese con cornici quasi strapiombanti di neve inconsistente. Con grande rammarico siamo costretti a constatare che continuare per la cima comporterebbe dei rischi troppo grossi e decidiamo per la ritirata. Dopo una discesa infinita (più di 1.000mt e circa 25 doppie attrezzate con chiodi, nut spuntoni e soprattutto abalakov) raggiungiamo esausti la nostra tenda al Campo degli Italiani dove sprofondiamo nei nostri sacchi a pelo. Rientrati al campo base ci rendiamo conto di quanto vicini eravamo alla cima e alla conclusione della salita ma nonostante il rammarico pensiamo aver fatto la scelta giusta. Decidiamo comunque di chiamare il pilastro dove siamo arrivati “Pilier de l’Espoir”, nella speranza di poter tornare un giorno a completare la salita (noi o chissà, magari qualcun altro!).Il nostro cuoco all'operaIl campo base in uno dei rari momenti privi di nebbiaL'Edgar visto dal campo baseOsservando la nostra via dal plateauPrimi tiri della cresta nord-ovest dell'EdgarLungo la cresta nord-ovest dell'EdgarLungo la cresta nord-ovest dell'EdgarIn ritirata dopo aver raggiunto la cima del "Pilier de l'Espoir"Manca orai una settimana al nostro rientro in Italia, un’altra perturbazione ci investe e questa volta al campo base abbiamo 40cm di neve. Il tutto sembra lasciare poche possibilità per un ultimo tentativo sulla montagna, però dal meteo ci arriva una luce di speranza: ci saranno un paio di giorni di tempo stabile, anche se con vento sempre abbastanza forte. Decidiamo tutti insieme di fare nonostante tutto un ultimo tentativo. Saliamo al campo degli Italiani tracciando nella neve fresca che a tratti ci arriva fino al ginocchio. Arrivati al campo nel tardo pomeriggio tira un vento degno della Patagonia più selvaggia! Mentre noi installiamo il campo, François e Tomas partono per una ricognizione sul ghiacciaio e tornano con notizie poco rassicuranti: accumuli di neve e traccia tutta da fare! Dal meteo ci arriva la conferma che il vento dovrebbe calare la mattina seguente per poi tornare a rinforzare nel pomeriggio. L’idea iniziale era quella di dividerci in due team per attaccare due goulottes parallele sul versante ovest della montagna per sbucare sulla cresta aperta dai Coreani nel 2003 e da lì proseguire fino alla cima. Date le condizioni poco favorevoli modifichiamo i piani in modo da massimizzare le possibilità di arrivare in vetta: uno dei due team cercherà di salire la goulotte più evidente, mentre l’altro salirà lungo la cresta dei coreani per fare la traccia e darci la possibilità di raggiungere la cima il più velocemente possibile, consapevoli che la finestra di vento non troppo forte sarà breve e dovremo sfruttarla al massimo. Parliamo tra di noi per decidere come dividere le squadre. François e Tomas vogliono provare la goulotte mentre Emrik e Bicio vogliono salire la via coreana. A me piacerebbe salire con Tomas e François ma anche l’amico Matteo vuole andare con loro. Mi rendo subito conto che lasciare Emrik da solo con Bicio sarebbe improponibile, avrebbe significato per Emirk dover tracciare tutta la via da solo. Quindi, grazie all’impreparazione fisica di Bicio la mia scelta è obbligata: dovrò andare sulla via Coreana. Alla fine mi metto il cuore in pace dicendomi che comunque come prima esperienza a quelle quote non potevo neanche avere grosse pretese. Resta comunque un po’ di amarezza per aver dovuto fare una scelta dettata dall’impreparazione di una persone che probabilmente non avrebbe neanche dovuto partecipare ad una spedizione d questo livello. Ma torniamo ai fatti: passiamo una notte decisamente movimentata: il vento invece di mollare si fa sempre più intenso, tanto che ci ritroviamo con la tenda letteralmente schiacciata sulla faccia! Nessuno di noi riesce a dormire e alle due di notte constatiamo che la situazione non è affatto cambiata, sappiamo che così è impossibile salire e decidiamo di rimandare la partenza nella speranza che il vento cali. Incredibilmente verso le tre ci sembra che l’inferno si stia calmando e, anche se poco fiduciosi, io, Bicio e Emrik partiamo alla volta della via Coreana. François, Tomas e Matteo ci seguono partendo una mezz’oretta più tardi, sfruttando la nostra traccia per poi puntare alla goulotte. Continuiamo a salire e il vento incredibilmente si placa. Superiamo la seraccata e il ripido pendio che ci porta in cresta: mi metto la maschera per scaramanzia ma il vento è incredibilmente sopportabile. Intanto François, Tomas e Matteo sulla goulotte stanno trovando anche loro condizioni ottimali: pendii di neve compatta alternati a tiri di ottimo ghiaccio e sbucano sulla cresta Coreana quando noi stiamo attaccando l’ultimo pendio che ci porterà in cima. Come in una favola dal lieto fine, nel primo pomeriggio ci ritroviamo tutti ad abbracciarci in cima al monte Edgar, a quota 6.618mt. Tomas, François e Matteo chiameranno la goulotte da loro aperta “Colpo Finale”. Per gli amanti delle statistiche la nostra è stata la terza spedizione in assoluto a riuscire a raggiungere la vetta del mote Edgar (Tomas in solitaria ha firmato la terza salita assoluta della montagna mentre per noi è stata la quarta…Tomas di fatto è l’unica persona al mondo ad essere salito due volte in cima all’Edgar!!). Neve al campo base!Il paesaggio diventa invernaleSelfie nevosoIn salita lungo la via Coreana: ambiente grandioso!In salita lungo la via Coreana: ambiente grandioso!In salita lungo la via Coreana: ambiente grandioso!In salita lungo la via Coreana: ambiente grandioso!Ultimi metri per raggiungere la cima dell'EdgarCumbre!! 6.618mtDi ritorno al campo degli italianiIn realtà la cosa che davvero conta è che abbiamo passato un mese su montagne magnifiche a esplorare una natura selvaggia che ci ha insegnato tanto e che ha lasciato qualcosa di indelebile in ognuno di noi….Come poi scriveremo tutti insieme al campo base prima di tornare alle nostre vite di tutti i giorni: “…..Abbiamo trascorso un’esperienza fantastica, in una valle "tutta per noi" una vera avventura tra montagne inesplorate… abbiamo scalato e scoperto un nuovo angolo di mondo, siamo riusciti a scalare il Monte Edgar, una montagna complicata, difficile e pericolosa da tutti i suoi versanti…siamo stati assieme per 40 giorni tra di noi e la natura, più di così non potevamo chiedere!”Ultimo giorno al campo baseQUI DI SEGUITO GLI SCHIZZI DELLE VIE DA NOI APERTE:
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  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2319.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
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  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2339.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2339.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2347.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2347.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2357.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2357.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2358.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2358.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2365.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2365.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2372.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2372.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2378.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2378.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2414.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2414.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2416.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2416.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2417.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2417.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2420.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2420.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2425.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2425.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2429.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2429.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2430.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2430.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2453.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2453.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2456.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2456.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://3.bp.blogspot.com/-reiIh9GfOA0/WiRzrDQj9mI/AAAAAAAAFHw/wYJ-80xW9aYJ8LjX-DP60bI8wGSMnxtCwCEwYBhgL/s1600/DSCN2460.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://3.bp.blogspot.com/-reiIh9GfOA0/WiRzrDQj9mI/AAAAAAAAFHw/wYJ-80xW9aYJ8LjX-DP60bI8wGSMnxtCwCEwYBhgL/s1600/DSCN2460.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2471.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2471.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2485.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2485.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2494.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2494.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2495.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2495.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2514.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2514.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2541.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2541.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2546.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2546.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2550.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2550.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2564.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2564.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2601.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2601.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2619.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2619.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2630.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2630.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2633.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2633.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2648.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2648.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2644.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2644.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2638.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2638.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/GOPR0587.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/GOPR0587.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/GOPR0598.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/GOPR0598.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2574.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2574.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2675.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2675.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2676.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2676.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2686.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2686.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/FullSizeRender.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/FullSizeRender.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2693.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2693.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2695.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2695.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2706.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2706.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2720.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2720.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2725.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2725.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2739.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2739.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2765.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2765.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2774.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2774.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2790.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2790.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2802.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2802.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2804.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2804.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2808.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2808.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/G0090836.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/G0090836.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2824.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/DSCN2824.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;h2&gt;&#xD;
  
                  
  QUI DI SEGUITO GLI SCHIZZI DELLE VIE DA NOI APERTE:

                &#xD;
&lt;/h2&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/Pta%2BDeanoz.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/Pta%2BDeanoz.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/Pta%2BDeanoz2.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/Pta%2BDeanoz2.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/Pta%2BDeanoz1.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/Pta%2BDeanoz1.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/PilerOttavio%252BPtaDeanoz.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/PilerOttavio%252BPtaDeanoz.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/PilierGerardOttavio.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/PilierGerardOttavio.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/PilierGerardOttavioDiscesa.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/PilierGerardOttavioDiscesa.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://irp-cdn.multiscreensite.com/b01de060/Cresta3Sorelle-nord.jpg" target="_top"&gt;&#xD;
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      <pubDate>Mon, 04 Dec 2017 22:24:00 GMT</pubDate>
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      <title>SICHUAN EXPEDITION 2017</title>
      <link>https://www.francescoratti.guide/2017/09/sichuan-expedition-2017html1</link>
      <description>E' ufficiale, dopo infinite battaglie per ottenere permessi e visti io e i fortissimi François Cazzanelli, Emrik Favre e altri 3 amici trentini siamo in partenza per la regione dello Sichuan in Cina!!L'obiettivo è quello di divertirci, di esplorare e di salire vie nuove e cime inviolate nella zona del monte Edgar.Per chi fosse interessato può leggere la presentazione della nostra spedizione cliccando sul link seguente: SICHUAN EXPEDITION 2017Ci vediamo a Novembre, ciao a tutti!!</description>
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                    E' ufficiale, dopo infinite battaglie per ottenere permessi e visti io e i fortissimi François Cazzanelli, Emrik Favre e altri 3 amici trentini siamo in partenza per la regione dello Sichuan in Cina!!L'obiettivo è quello di divertirci, di esplorare e di salire vie nuove e cime inviolate nella zona del monte Edgar.Per chi fosse interessato può leggere la presentazione della nostra spedizione cliccando sul link seguente: SICHUAN EXPEDITION 2017Ci vediamo a Novembre, ciao a tutti!!
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      <pubDate>Fri, 22 Sep 2017 16:35:00 GMT</pubDate>
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      <title>SICHUAN EXPEDITION 2017</title>
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                    E' ufficiale, dopo infinite battaglie per ottenere permessi e visti io e i fortissimi François Cazzanelli, Emrik Favre e altri 3 amici trentini siamo in partenza per la regione dello Sichuan in Cina!!L'obiettivo è quello di divertirci, di esplorare e di salire vie nuove e cime inviolate nella zona del monte Edgar.Per chi fosse interessato può leggere la presentazione della nostra spedizione cliccando sul link seguente: SICHUAN EXPEDITION 2017Ci vediamo a Novembre, ciao a tutti!!
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      <pubDate>Fri, 22 Sep 2017 16:35:00 GMT</pubDate>
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      <title>GOULOTTE GRASSI-BERNARDI, ROCCIA NERA</title>
      <link>https://www.francescoratti.guide/2017/09/goulotte-grassi-bernardi-roccia-nerahtml</link>
      <description>Era da un po' che con Davide volevamo fare una salita insieme e finita l'intensa stagione estiva (fortunatamente ricca di lavoro), finalmente si presenta l'occasione buona: siamo entrambi liberi, il meteo non è male e c'è una bella goulotte in condizioni, cosa chiedere di più?La goulotte in questione è la Grassi-Bernardi sulla Roccia Nera, una classica che non avevo mai salito. Per l'occasione si aggregano a noi anche Davide e la Fede, simpatici amici di Davide.Partiamo presto da Cervinia e saliamo con la jeep fino al colle del Teodulo (gli impianti a Cervinia sono purtroppo già chiusi). Dopo un caffè al Rifugio Guide del Cervino partiamo alla volta della Roccia Nera. L'avvicinamento non è cortissimo ma per metà mattina siamo all'attacco della goulotte. Ravaniamo un po' per tracciare la prima parte di pendio ma poi troviamo subito neve tipo "polistirolo" e ghiaccio. Le condizioni della goulotte sono eccellenti: tanto ghiaccio, ci si protegge sempre bene con le viti, anche se in alcuni punti di ghiaccio fine tornano utili anche i friend. Solo un corto passaggio di misto in traverso in cima al primo grande diedro ci obbliga ad utilizzare picche e ramponi sulla roccia. Nel primo pomeriggio usciamo sulla cresta della roccia nera passando la tanto temuta cornice che al momento è assolutamente innocua. Dopo qualche foto di rito si riparte alla volta del Rifugio Guide del Cervino dove ci attende la meritata birra!!Avvicninamento..Un po' di traccia da battere per arrivare al'attacco (foto: Davide Bernardi)AttaccoVerso l'evidente diedro ben formatoSul diedro (foto: Davide Bernardi)Il traverso di mistoVerso l'uscita (foto: Davide Bernardi)fFederica ci segueDavide sull'ultimo tiroUscitaCumbre!Il team</description>
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                    Era da un po' che con Davide volevamo fare una salita insieme e finita l'intensa stagione estiva (fortunatamente ricca di lavoro), finalmente si presenta l'occasione buona: siamo entrambi liberi, il meteo non è male e c'è una bella goulotte in condizioni, cosa chiedere di più?La goulotte in questione è la Grassi-Bernardi sulla Roccia Nera, una classica che non avevo mai salito. Per l'occasione si aggregano a noi anche Davide e la Fede, simpatici amici di Davide.Partiamo presto da Cervinia e saliamo con la jeep fino al colle del Teodulo (gli impianti a Cervinia sono purtroppo già chiusi). Dopo un caffè al Rifugio Guide del Cervino partiamo alla volta della Roccia Nera. L'avvicinamento non è cortissimo ma per metà mattina siamo all'attacco della goulotte. Ravaniamo un po' per tracciare la prima parte di pendio ma poi troviamo subito neve tipo "polistirolo" e ghiaccio. Le condizioni della goulotte sono eccellenti: tanto ghiaccio, ci si protegge sempre bene con le viti, anche se in alcuni punti di ghiaccio fine tornano utili anche i friend. Solo un corto passaggio di misto in traverso in cima al primo grande diedro ci obbliga ad utilizzare picche e ramponi sulla roccia. Nel primo pomeriggio usciamo sulla cresta della roccia nera passando la tanto temuta cornice che al momento è assolutamente innocua. Dopo qualche foto di rito si riparte alla volta del Rifugio Guide del Cervino dove ci attende la meritata birra!!Avvicninamento..Un po' di traccia da battere per arrivare al'attacco (foto: Davide Bernardi)AttaccoVerso l'evidente diedro ben formatoSul diedro (foto: Davide Bernardi)Il traverso di mistoVerso l'uscita (foto: Davide Bernardi)fFederica ci segueDavide sull'ultimo tiroUscitaCumbre!Il team
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      <pubDate>Fri, 15 Sep 2017 16:07:00 GMT</pubDate>
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      <title>GOULOTTE GRASSI-BERNARDI, ROCCIA NERA</title>
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                    Era da un po' che con Davide volevamo fare una salita insieme e finita l'intensa stagione estiva (fortunatamente ricca di lavoro), finalmente si presenta l'occasione buona: siamo entrambi liberi, il meteo non è male e c'è una bella goulotte in condizioni, cosa chiedere di più?La goulotte in questione è la Grassi-Bernardi sulla Roccia Nera, una classica che non avevo mai salito. Per l'occasione si aggregano a noi anche Davide e la Fede, simpatici amici di Davide.Partiamo presto da Cervinia e saliamo con la jeep fino al colle del Teodulo (gli impianti a Cervinia sono purtroppo già chiusi). Dopo un caffè al Rifugio Guide del Cervino partiamo alla volta della Roccia Nera. L'avvicinamento non è cortissimo ma per metà mattina siamo all'attacco della goulotte. Ravaniamo un po' per tracciare la prima parte di pendio ma poi troviamo subito neve tipo "polistirolo" e ghiaccio. Le condizioni della goulotte sono eccellenti: tanto ghiaccio, ci si protegge sempre bene con le viti, anche se in alcuni punti di ghiaccio fine tornano utili anche i friend. Solo un corto passaggio di misto in traverso in cima al primo grande diedro ci obbliga ad utilizzare picche e ramponi sulla roccia. Nel primo pomeriggio usciamo sulla cresta della roccia nera passando la tanto temuta cornice che al momento è assolutamente innocua. Dopo qualche foto di rito si riparte alla volta del Rifugio Guide del Cervino dove ci attende la meritata birra!!Avvicninamento..Un po' di traccia da battere per arrivare al'attacco (foto: Davide Bernardi)AttaccoVerso l'evidente diedro ben formatoSul diedro (foto: Davide Bernardi)Il traverso di mistoVerso l'uscita (foto: Davide Bernardi)fFederica ci segueDavide sull'ultimo tiroUscitaCumbre!Il team
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      <pubDate>Fri, 15 Sep 2017 16:07:00 GMT</pubDate>
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      <title>CERVINO PARETE NORD, VIA SCHMIDT - MATTERHORN NORTH FACE, SCHMIDT ROUTE</title>
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  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    La nord del Cervino l’avevo già visitata diverse volte in passato ma la salita integrale della via Schmidt mi mancava e, nonostante le condizioni della parete siano lontane dall’essere ottimali, decidiamo lo stesso di andare a scoprire questa via mitica. François e l’amico “skyrunner” Philip decidono di partire direttamente da Zermatt e di fare il tutto in stile “one push” mentre io Emrik saliamo la sera prima all’Hornli per prendercela un po’ più comoda. Comunque ci ritroviamo tutti sotto lo scivolo d’attacco della parete poco dopo le 4 del mattino. La parete è secca come ce l’aspettavamo e la progressione è tutt’altro che veloce. Nonostante tutto riusciamo lo stesso a salire a buon ritmo nel primo pomeriggio stiamo per uscire dalle difficoltà quando un sasso caduto dall’alto colpisce Emrik sul casco sfondandoglielo e ferendolo alla testa. Nonostante lui stia bene decidiamo di non rischiare e chiamiamo l’elicottero perché possa farsi controllare subito da un dottore: con la testa non si scherza! L’elisoccorso svizzero è come sempre super efficace e in un batter d’occhio arrivano a prelevare Emrik, mentre io decido di continuare la salita con François e Philip. Nonostante i soccorsi siano arrivati velocemente l’operazione ci ha portato via un po’ di tempo e arriviamo in cima solo alle 16.30. Dopo le foto di rito ci avviamo a scendere lungo la cresta del Leone: Philip è molto stanco e siamo costretti a procedere lentamente e solo alle 22.00 raggiungiamo la mia jeep parcheggiata sotto al rifugio Duca degli Abruzzi. Ci sinceriamo delle condizioni di Emrik che dall'ospedale ci rassicura che si è trattato solo di un brutto taglio: se la caverà con qualche punto di sutura. Noi ci godiamo quindi una meritata pasta a casa Cazzanelli e un bella nottata di riposo!Verso l'HornliSerata ventosa...In cima allo scivolo di neve all'alba si comincia l'infinito traverso verso destra...AmbienteVerso la famosa rampaLungo la nordIn uscita sulla cresta di ZmuttSummit!!
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      <pubDate>Wed, 14 Jun 2017 09:25:00 GMT</pubDate>
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      <title>CERVINO PARETE NORD, VIA SCHMIDT - MATTERHORN NORTH FACE, SCHMIDT ROUTE</title>
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                    La nord del Cervino l’avevo già visitata diverse volte in passato ma la salita integrale della via Schmidt mi mancava e, nonostante le condizioni della parete siano lontane dall’essere ottimali, decidiamo lo stesso di andare a scoprire questa via mitica. François e l’amico “skyrunner” Philip decidono di partire direttamente da Zermatt e di fare il tutto in stile “one push” mentre io Emrik saliamo la sera prima all’Hornli per prendercela un po’ più comoda. Comunque ci ritroviamo tutti sotto lo scivolo d’attacco della parete poco dopo le 4 del mattino. La parete è secca come ce l’aspettavamo e la progressione è tutt’altro che veloce. Nonostante tutto riusciamo lo stesso a salire a buon ritmo nel primo pomeriggio stiamo per uscire dalle difficoltà quando un sasso caduto dall’alto colpisce Emrik sul casco sfondandoglielo e ferendolo alla testa. Nonostante lui stia bene decidiamo di non rischiare e chiamiamo l’elicottero perché possa farsi controllare subito da un dottore: con la testa non si scherza! L’elisoccorso svizzero è come sempre super efficace e in un batter d’occhio arrivano a prelevare Emrik, mentre io decido di continuare la salita con François e Philip. Nonostante i soccorsi siano arrivati velocemente l’operazione ci ha portato via un po’ di tempo e arriviamo in cima solo alle 16.30. Dopo le foto di rito ci avviamo a scendere lungo la cresta del Leone: Philip è molto stanco e siamo costretti a procedere lentamente e solo alle 22.00 raggiungiamo la mia jeep parcheggiata sotto al rifugio Duca degli Abruzzi. Ci sinceriamo delle condizioni di Emrik che dall'ospedale ci rassicura che si è trattato solo di un brutto taglio: se la caverà con qualche punto di sutura. Noi ci godiamo quindi una meritata pasta a casa Cazzanelli e un bella nottata di riposo!Verso l'HornliSerata ventosa...In cima allo scivolo di neve all'alba si comincia l'infinito traverso verso destra...AmbienteVerso la famosa rampaLungo la nordIn uscita sulla cresta di ZmuttSummit!!
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      <pubDate>Wed, 14 Jun 2017 09:25:00 GMT</pubDate>
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      <title>Climbing &amp; Training...</title>
      <link>https://www.francescoratti.guide/2017/05/climbing-traininghtml1</link>
      <description>Finalmente dopo la stagione invernale posso abbandonare gli sci e ritornare un o’ ad accarezzare la roccia. La voglia di vie lunghe è tanta e il meteo favorevole mi hanno permesso di salire nel giro di un paio di settimane diverse ve in posti sempre stupendi: Andermatt,Arco, Val di Mello, Verdon…cosa chiedere di più? Speriamo che la stagione continui così e che le condizioni per l’alta montagna si presentino presto buone!Franz Cazzanelli in action su "Total Plook" al Pic Adolphe ReyEternal Crack - sul granito di AndermattBac sul tiro chiave di Lavorare con Lentezza al Precipizio degli Asteroidi - Val di MelloLavorare con Lentezza al Precipizio degli Asteroidi - Val di MelloBac sulle placche della parte alta di "La Spada nella Roccia" - Qualido, Val di MelloMago sulle placche della parte alta di "La Spada nella Roccia" - Qualido, Val di MelloFestival - bella via dei fratelli Remy al Colodri, Arco di TrentoUn po' di trad ad Annot prima di spostarci in VerdonAlix Punk al Duc, Gorges du VerdonLa Noisette Enregee - VerdonDouble Fond - Verdon</description>
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                    Finalmente dopo la stagione invernale posso abbandonare gli sci e ritornare un o’ ad accarezzare la roccia. La voglia di vie lunghe è tanta e il meteo favorevole mi hanno permesso di salire nel giro di un paio di settimane diverse ve in posti sempre stupendi: Andermatt,Arco, Val di Mello, Verdon…cosa chiedere di più? Speriamo che la stagione continui così e che le condizioni per l’alta montagna si presentino presto buone!Franz Cazzanelli in action su "Total Plook" al Pic Adolphe ReyEternal Crack - sul granito di AndermattBac sul tiro chiave di Lavorare con Lentezza al Precipizio degli Asteroidi - Val di MelloLavorare con Lentezza al Precipizio degli Asteroidi - Val di MelloBac sulle placche della parte alta di "La Spada nella Roccia" - Qualido, Val di MelloMago sulle placche della parte alta di "La Spada nella Roccia" - Qualido, Val di MelloFestival - bella via dei fratelli Remy al Colodri, Arco di TrentoUn po' di trad ad Annot prima di spostarci in VerdonAlix Punk al Duc, Gorges du VerdonLa Noisette Enregee - VerdonDouble Fond - Verdon
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      <title>Climbing &amp; Training...</title>
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      <description>Finalmente dopo la stagione invernale posso abbandonare gli sci e ritornare un o’ ad accarezzare la roccia. La voglia di vie lunghe è tanta e il meteo favorevole mi hanno permesso di salire nel giro di un paio di settimane diverse ve in posti sempre stupendi: Andermatt,Arco, Val di Mello, Verdon…cosa chiedere di più? Speriamo che la stagione continui così e che le condizioni per l’alta montagna si presentino presto buone!Franz Cazzanelli in action su "Total Plook" al Pic Adolphe ReyEternal Crack - sul granito di AndermattBac sul tiro chiave di Lavorare con Lentezza al Precipizio degli Asteroidi - Val di MelloLavorare con Lentezza al Precipizio degli Asteroidi - Val di MelloBac sulle placche della parte alta di "La Spada nella Roccia" - Qualido, Val di MelloMago sulle placche della parte alta di "La Spada nella Roccia" - Qualido, Val di MelloFestival - bella via dei fratelli Remy al Colodri, Arco di TrentoUn po' di trad ad Annot prima di spostarci in VerdonAlix Punk al Duc, Gorges du VerdonLa Noisette Enregee - VerdonDouble Fond - Verdon</description>
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                    Finalmente dopo la stagione invernale posso abbandonare gli sci e ritornare un o’ ad accarezzare la roccia. La voglia di vie lunghe è tanta e il meteo favorevole mi hanno permesso di salire nel giro di un paio di settimane diverse ve in posti sempre stupendi: Andermatt,Arco, Val di Mello, Verdon…cosa chiedere di più? Speriamo che la stagione continui così e che le condizioni per l’alta montagna si presentino presto buone!Franz Cazzanelli in action su "Total Plook" al Pic Adolphe ReyEternal Crack - sul granito di AndermattBac sul tiro chiave di Lavorare con Lentezza al Precipizio degli Asteroidi - Val di MelloLavorare con Lentezza al Precipizio degli Asteroidi - Val di MelloBac sulle placche della parte alta di "La Spada nella Roccia" - Qualido, Val di MelloMago sulle placche della parte alta di "La Spada nella Roccia" - Qualido, Val di MelloFestival - bella via dei fratelli Remy al Colodri, Arco di TrentoUn po' di trad ad Annot prima di spostarci in VerdonAlix Punk al Duc, Gorges du VerdonLa Noisette Enregee - VerdonDouble Fond - Verdon
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      <pubDate>Tue, 30 May 2017 11:44:00 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>CREVINO - CRESTA FURGGEN INVERNALE / MATTERHORN - FURGGEN RIDGE WINTER ASCENT</title>
      <link>https://www.francescoratti.guide/2017/03/crevino-cresta-furggen-invernalehtml1</link>
      <description>Con progetti bellicosi io e François decidiamo di attaccare la cresta Furggen del Cervino in questa fine d’inverno atipica. Partiamo da Plateau Rosà all’alba per una galoppata che ci porterà fino in cima al Cervino passando per l’integrale Cresta Furggen (strapiombi compresi). Per la descrizione della via rimando al mio articolo precedente. Le alte temperature e le conseguenti condizioni della neve poco favorevoli ci renderanno la vita non sempre facile rendendo la salita impegnativa e emozionante. Qui di seguito un bel video che riassume questa giornata epica su una montagna mitica: buona visione!&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;</description>
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                    Con progetti bellicosi io e François decidiamo di attaccare la cresta Furggen del Cervino in questa fine d’inverno atipica. Partiamo da Plateau Rosà all’alba per una galoppata che ci porterà fino in cima al Cervino passando per l’integrale Cresta Furggen (strapiombi compresi). Per la descrizione della via rimando al mio articolo precedente. Le alte temperature e le conseguenti condizioni della neve poco favorevoli ci renderanno la vita non sempre facile rendendo la salita impegnativa e emozionante. Qui di seguito un bel video che riassume questa giornata epica su una montagna mitica: buona visione!
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      al mio articolo precedente
    

  
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      <pubDate>Sun, 19 Mar 2017 08:38:00 GMT</pubDate>
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                    Con progetti bellicosi io e François decidiamo di attaccare la cresta Furggen del Cervino in questa fine d’inverno atipica. Partiamo da Plateau Rosà all’alba per una galoppata che ci porterà fino in cima al Cervino passando per l’integrale Cresta Furggen (strapiombi compresi). Per la descrizione della via rimando al mio articolo precedente. Le alte temperature e le conseguenti condizioni della neve poco favorevoli ci renderanno la vita non sempre facile rendendo la salita impegnativa e emozionante. Qui di seguito un bel video che riassume questa giornata epica su una montagna mitica: buona visione!
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    al mio articolo precedente
  

  
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      <pubDate>Sun, 19 Mar 2017 08:38:00 GMT</pubDate>
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      <title>GUSTO DI SCOZIA  COGNE, VALNONTEY</title>
      <link>https://www.francescoratti.guide/2017/02/gusto-di-scozia-cogne-valnonteyhtml1</link>
      <description>"Gusto di Scozia" (150 m, III/5 M6 R) è un itinerario aperto nel 2007 dai francesi Jérôme Blanc-Gras e Manu Ibarra in Valnontey, a pochi metri dalle classiche "Flash estivo" e "Fiumana di Money". Si tratta di una bella linea  che si snoda attraverso logici diedri parzialmente ghiacciati e che quindi permette una bella arrampicata si ghiaggio e principalmente misto tutta da proteggere con protezioni veloci (gli spit in loco sono pochi e servono a proteggere i punti altrimenti non proteggibili con protezioni veloci).Riesco a combinare per andare a dare un'occhiata a questa linea che da tempo mi incuriosisce con Shanty, che conosco da poco, specialista del freeride ma che ha anche spiccate doti arrampicatorie! Per la nostra ripetizione scegliamo una giornata uggiosa, con nevischio continuo e neve fresca lungo l'itinerario caduta la notte precedente: tutti ingredienti che rendono la giornata ancora più "scozzese" e interessante!! Ci divertiamo una sacco, l'arrampicata è sempre bella e mai banale: Shanty si lancia da primo sull'ultimo impegnativo tiro e lo risolve alla grande: super!!La nostra linea che si staglia nella nebbiolinaSano "ravanage" nella neve frescaIn arrivo dal penultimo tiroShanty all'ultimo tiro</description>
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                    "Gusto di Scozia" (150 m, III/5 M6 R) è un itinerario aperto nel 2007 dai francesi Jérôme Blanc-Gras e Manu Ibarra in Valnontey, a pochi metri dalle classiche "Flash estivo" e "Fiumana di Money". Si tratta di una bella linea  che si snoda attraverso logici diedri parzialmente ghiacciati e che quindi permette una bella arrampicata si ghiaggio e principalmente misto tutta da proteggere con protezioni veloci (gli spit in loco sono pochi e servono a proteggere i punti altrimenti non proteggibili con protezioni veloci).Riesco a combinare per andare a dare un'occhiata a questa linea che da tempo mi incuriosisce con Shanty, che conosco da poco, specialista del freeride ma che ha anche spiccate doti arrampicatorie! Per la nostra ripetizione scegliamo una giornata uggiosa, con nevischio continuo e neve fresca lungo l'itinerario caduta la notte precedente: tutti ingredienti che rendono la giornata ancora più "scozzese" e interessante!! Ci divertiamo una sacco, l'arrampicata è sempre bella e mai banale: Shanty si lancia da primo sull'ultimo impegnativo tiro e lo risolve alla grande: super!!La nostra linea che si staglia nella nebbiolinaSano "ravanage" nella neve frescaIn arrivo dal penultimo tiroShanty all'ultimo tiro
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      <pubDate>Fri, 24 Feb 2017 10:43:00 GMT</pubDate>
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      <title>GUSTO DI SCOZIA  COGNE, VALNONTEY</title>
      <link>https://www.francescoratti.guide/2017/02/gusto-di-scozia-cogne-valnonteyhtml</link>
      <description>"Gusto di Scozia" (150 m, III/5 M6 R) è un itinerario aperto nel 2007 dai francesi Jérôme Blanc-Gras e Manu Ibarra in Valnontey, a pochi metri dalle classiche "Flash estivo" e "Fiumana di Money". Si tratta di una bella linea  che si snoda attraverso logici diedri parzialmente ghiacciati e che quindi permette una bella arrampicata si ghiaggio e principalmente misto tutta da proteggere con protezioni veloci (gli spit in loco sono pochi e servono a proteggere i punti altrimenti non proteggibili con protezioni veloci).Riesco a combinare per andare a dare un'occhiata a questa linea che da tempo mi incuriosisce con Shanty, che conosco da poco, specialista del freeride ma che ha anche spiccate doti arrampicatorie! Per la nostra ripetizione scegliamo una giornata uggiosa, con nevischio continuo e neve fresca lungo l'itinerario caduta la notte precedente: tutti ingredienti che rendono la giornata ancora più "scozzese" e interessante!! Ci divertiamo una sacco, l'arrampicata è sempre bella e mai banale: Shanty si lancia da primo sull'ultimo impegnativo tiro e lo risolve alla grande: super!!La nostra linea che si staglia nella nebbiolinaSano "ravanage" nella neve frescaIn arrivo dal penultimo tiroShanty all'ultimo tiro</description>
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                    "Gusto di Scozia" (150 m, III/5 M6 R) è un itinerario aperto nel 2007 dai francesi Jérôme Blanc-Gras e Manu Ibarra in Valnontey, a pochi metri dalle classiche "Flash estivo" e "Fiumana di Money". Si tratta di una bella linea  che si snoda attraverso logici diedri parzialmente ghiacciati e che quindi permette una bella arrampicata si ghiaggio e principalmente misto tutta da proteggere con protezioni veloci (gli spit in loco sono pochi e servono a proteggere i punti altrimenti non proteggibili con protezioni veloci).Riesco a combinare per andare a dare un'occhiata a questa linea che da tempo mi incuriosisce con Shanty, che conosco da poco, specialista del freeride ma che ha anche spiccate doti arrampicatorie! Per la nostra ripetizione scegliamo una giornata uggiosa, con nevischio continuo e neve fresca lungo l'itinerario caduta la notte precedente: tutti ingredienti che rendono la giornata ancora più "scozzese" e interessante!! Ci divertiamo una sacco, l'arrampicata è sempre bella e mai banale: Shanty si lancia da primo sull'ultimo impegnativo tiro e lo risolve alla grande: super!!La nostra linea che si staglia nella nebbiolinaSano "ravanage" nella neve frescaIn arrivo dal penultimo tiroShanty all'ultimo tiro
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      <pubDate>Fri, 24 Feb 2017 10:43:00 GMT</pubDate>
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      <title>LIVELLO INFERIORE E NUOVI ORIZZONTI - NUOVE VIE DI MISTO IN VALTOURNENCHE!!</title>
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                    Ci sono linee che aspettano solo di essere salite, forse talmente evidenti che a volte proprio per questo vengono un po’ ignorate. E’ forse il caso di queste due vie di ghiaccio e misto della bassa Valtournenche: una delle due domina addirittura in modo palese la centrale elettrica di Covalou, sulla strada che da Chatillon sale verso Breuil-Cervinia.François però queste linee non le ha mai ignorate, anzi è da anni che le tiene d’occhio e che aspetta solo il momento buono per salirle. Le buone condizioni dettate dal periodo freddo che ha accompagnato la seconda parte del mese di gennaio offrono l’occasione perfetta per questa prima salita. Quando François me ne parla ci mette poco a convincermi a preparare il materiale e a partire per l’apertura! Per l’apertura decidiamo di utilizzare viti da ghiaccio e protezioni veloci dove possibile, integrando con spit i tratti improteggibili e le soste.Partiamo così il primo giorno per la linea più evidente. Arrivati alla base della colata decido di attaccare subito per il primo tiro che presenta un paio di “bolle” di ghiaccio ben verticale da collegare con un traverso dapprima con movimenti delicati su ghiaccio tecnico e poi con un paio di passi di misto molto fisici (ben protetti da due spit) per poi uscire sulle frange superiori attraverso un diedro da proteggere con viti corte e friend. Dopo più di un’ora di “lavoro” piazzo la sosta di questo bel tiro di soddisfazione e recupero François che mi raggiunge entusiasta per la bellezza della linea che stiamo percorrendo. Superiamo poi facilmente la sezione di ghiaccio soprastante per arrivare alla base dell’ultimo tiro sovrastato da enormi frange appese e piazziamo la sosta in una comoda nicchia ben al riparo da tutto quello che c’è sopra le nostre teste! Per il tiro successivo parte François: si parte per una invitante rampa ascendente verso sinistra all’apparenza innocua ma che alla fine si rivela ben tecnica (protetta da François con due spit) che porta a una breve sezione di ghiaccio sottile (ben proteggibile con viti medio/corte) per poi arrivare ad un breve traverso finale moto fisico con agganci non facili e appoggi per i piedi aleatori (unica sezione dove François piazza qualche spit un po’ ravvicinato per poter provare la libera in tutta sicurezza). Superato quest’ultimo tratto difficile François mi recupera su una comoda pianta in cima alla colata e con un paio di doppie siamo di nuovo alla base e pronti per festeggiare l’apertura di quella che verrà battezzata “LIVELLO INFERIORE”.Il giorno dopo decidiamo di tornare per completare l’opera e aprire anche l’altra linea: oggi si unisce a noi anche il collega Jules Pession, che ci dà una bella dose di motivazione e carica! Questa volta è François a partire sul primo tiro: primo tratto di misto su roccia e ghiaccio finissimo protetto con friends e pochi spit per raggiungere una sezione di ghiaccio consistente (proteggibile con viti medio/corte) e per poi finire con un’uscita che presenta un ristabilimento molto tecnico su ghiaccio anche qui molto fine (protetto da 1 spit). Ne esce un tiro davvero bello e quando io e Jules raggiungiamo François in sosta siamo tutti euforici. Ora non ci resta che percorrere la sezione di ghiaccio soprastante che nonostante le apparenze si rivela comunque a tratti ben verticale e delicata: qui ci alterniamo al comando io e Jules e dopo aver lottato con qualche crosta poco accondiscendente riusciamo a piazzare gli spit dell’ultima sosta appena prima dell’arrivo delle tenebre. Discesa in doppia alla luce delle frontali e birre d’obbligo per festeggiare questa volta l’apertura di “NUOVI ORIZZONTI”!Al cospetto di "Livello Inferiore"Su "Livello Inferiore"Ultimo tiro di "Livello Inferiore"Ultimo tiro di "Livello Inferiore" con Cervino sullo sfondoBel ghiaccio verticale su "Livello Inferiore (Foto: F. Cazzanelli)Primo tiro di "Livello Infeirore" (Foto F. Cazzanelli)Primo tiro di "Nuovi Orizzonti" (Foto J. Pession)Ultimo tiro di "Nuovi Orizzonti" (Foto F. Cazzanelli)Schizzo di "Livello Inferiore"Schizzo di "Nuovi Orizzonti"SCHEDA :LIVELLO INFERIORE (100m - WI4, M?, R)  + NUOVI ORIZZONTI (80m - WI4+, M7, R)Quota: 950mAccesso Generale:Autostrada A5 Torino-Aosta, uscita Chatillon-Saint Vincent, prendere la SR46 che risale la Valtournenche in direzione Cervinia. Arrivati alla frazione Covalou prendere la stradina che porta all’abitato di Chessin e parcheggiare poco dopo in corrispondenza di una malga. LIVELLO INFERIORE è già ben visibile dalla SR 46 (sulla sinistra salendo in direzione Cervinia)Accesso:incamminarsi lungo la vecchia strada/mulattiera che passa dietro la malga in direzione delle cascate. Quando la strada incrocia il vallone che scende dalle cascate risalire quest’ultimo fino all’attacco (circa 40 minuti). Le due linee sono a poco distanti l’una dall’altra: LIVELLO INFERIORE è l’evidente linea che si vede già dalla strada, mentre NUOVI ORIZZONTI si ritrova salendo sulla destra, un po’ più nascosta e la si raggiunge percorrendo una ripida rampa che sale a destra poco prima di arrivare l’attacco di LIVELLO INFERIOREDiscesa: In doppia (corde da 60mt) – tutte le soste sono attrezzate a spit tranne l’ultima sosta di LIVELLO INFERIORE che è su albero.Materiale: per entrambe le linee oltre alla normale attrezzatura da cascata sono necessarie un paio di viti corte, qualche friend medio (da #0,4 a #1 BD) e qualche fettuccia per gestire gli attriti (soprattutto sul primo tiro di LIVELLO INFERIORE)
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      <pubDate>Tue, 14 Feb 2017 15:53:00 GMT</pubDate>
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      <title>LIVELLO INFERIORE E NUOVI ORIZZONTI - NUOVE VIE DI MISTO IN VALTOURNENCHE!!</title>
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                    Ci sono linee che aspettano solo di essere salite, forse talmente evidenti che a volte proprio per questo vengono un po’ ignorate. E’ forse il caso di queste due vie di ghiaccio e misto della bassa Valtournenche: una delle due domina addirittura in modo palese la centrale elettrica di Covalou, sulla strada che da Chatillon sale verso Breuil-Cervinia.François però queste linee non le ha mai ignorate, anzi è da anni che le tiene d’occhio e che aspetta solo il momento buono per salirle. Le buone condizioni dettate dal periodo freddo che ha accompagnato la seconda parte del mese di gennaio offrono l’occasione perfetta per questa prima salita. Quando François me ne parla ci mette poco a convincermi a preparare il materiale e a partire per l’apertura! Per l’apertura decidiamo di utilizzare viti da ghiaccio e protezioni veloci dove possibile, integrando con spit i tratti improteggibili e le soste.Partiamo così il primo giorno per la linea più evidente. Arrivati alla base della colata decido di attaccare subito per il primo tiro che presenta un paio di “bolle” di ghiaccio ben verticale da collegare con un traverso dapprima con movimenti delicati su ghiaccio tecnico e poi con un paio di passi di misto molto fisici (ben protetti da due spit) per poi uscire sulle frange superiori attraverso un diedro da proteggere con viti corte e friend. Dopo più di un’ora di “lavoro” piazzo la sosta di questo bel tiro di soddisfazione e recupero François che mi raggiunge entusiasta per la bellezza della linea che stiamo percorrendo. Superiamo poi facilmente la sezione di ghiaccio soprastante per arrivare alla base dell’ultimo tiro sovrastato da enormi frange appese e piazziamo la sosta in una comoda nicchia ben al riparo da tutto quello che c’è sopra le nostre teste! Per il tiro successivo parte François: si parte per una invitante rampa ascendente verso sinistra all’apparenza innocua ma che alla fine si rivela ben tecnica (protetta da François con due spit) che porta a una breve sezione di ghiaccio sottile (ben proteggibile con viti medio/corte) per poi arrivare ad un breve traverso finale moto fisico con agganci non facili e appoggi per i piedi aleatori (unica sezione dove François piazza qualche spit un po’ ravvicinato per poter provare la libera in tutta sicurezza). Superato quest’ultimo tratto difficile François mi recupera su una comoda pianta in cima alla colata e con un paio di doppie siamo di nuovo alla base e pronti per festeggiare l’apertura di quella che verrà battezzata “LIVELLO INFERIORE”.Il giorno dopo decidiamo di tornare per completare l’opera e aprire anche l’altra linea: oggi si unisce a noi anche il collega Jules Pession, che ci dà una bella dose di motivazione e carica! Questa volta è François a partire sul primo tiro: primo tratto di misto su roccia e ghiaccio finissimo protetto con friends e pochi spit per raggiungere una sezione di ghiaccio consistente (proteggibile con viti medio/corte) e per poi finire con un’uscita che presenta un ristabilimento molto tecnico su ghiaccio anche qui molto fine (protetto da 1 spit). Ne esce un tiro davvero bello e quando io e Jules raggiungiamo François in sosta siamo tutti euforici. Ora non ci resta che percorrere la sezione di ghiaccio soprastante che nonostante le apparenze si rivela comunque a tratti ben verticale e delicata: qui ci alterniamo al comando io e Jules e dopo aver lottato con qualche crosta poco accondiscendente riusciamo a piazzare gli spit dell’ultima sosta appena prima dell’arrivo delle tenebre. Discesa in doppia alla luce delle frontali e birre d’obbligo per festeggiare questa volta l’apertura di “NUOVI ORIZZONTI”!Al cospetto di "Livello Inferiore"Su "Livello Inferiore"Ultimo tiro di "Livello Inferiore"Ultimo tiro di "Livello Inferiore" con Cervino sullo sfondoBel ghiaccio verticale su "Livello Inferiore (Foto: F. Cazzanelli)Primo tiro di "Livello Infeirore" (Foto F. Cazzanelli)Primo tiro di "Nuovi Orizzonti" (Foto J. Pession)Ultimo tiro di "Nuovi Orizzonti" (Foto F. Cazzanelli)Schizzo di "Livello Inferiore"Schizzo di "Nuovi Orizzonti"SCHEDA :LIVELLO INFERIORE (100m - WI4, M?, R)  + NUOVI ORIZZONTI (80m - WI4+, M7, R)Quota: 950mAccesso Generale:Autostrada A5 Torino-Aosta, uscita Chatillon-Saint Vincent, prendere la SR46 che risale la Valtournenche in direzione Cervinia. Arrivati alla frazione Covalou prendere la stradina che porta all’abitato di Chessin e parcheggiare poco dopo in corrispondenza di una malga. LIVELLO INFERIORE è già ben visibile dalla SR 46 (sulla sinistra salendo in direzione Cervinia)Accesso:incamminarsi lungo la vecchia strada/mulattiera che passa dietro la malga in direzione delle cascate. Quando la strada incrocia il vallone che scende dalle cascate risalire quest’ultimo fino all’attacco (circa 40 minuti). Le due linee sono a poco distanti l’una dall’altra: LIVELLO INFERIORE è l’evidente linea che si vede già dalla strada, mentre NUOVI ORIZZONTI si ritrova salendo sulla destra, un po’ più nascosta e la si raggiunge percorrendo una ripida rampa che sale a destra poco prima di arrivare l’attacco di LIVELLO INFERIOREDiscesa: In doppia (corde da 60mt) – tutte le soste sono attrezzate a spit tranne l’ultima sosta di LIVELLO INFERIORE che è su albero.Materiale: per entrambe le linee oltre alla normale attrezzatura da cascata sono necessarie un paio di viti corte, qualche friend medio (da #0,4 a #1 BD) e qualche fettuccia per gestire gli attriti (soprattutto sul primo tiro di LIVELLO INFERIORE)
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      <pubDate>Tue, 14 Feb 2017 15:53:00 GMT</pubDate>
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      <title>CLIMBING TRIP IN WADI RUM - JORDAN</title>
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  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    Eccoci qui a Malpesa io e Lorenz pronti a partire per la nostra "vacanza" di dieci giorni nel Wadi Rum...di una vacanza ne avevamo tutti e due bisogno e la scelta della meta è caduta su un posto dove ci saremmo catapultati in un'altra realtà. Le paure sull'instabilità del medio oriente ce le lasciamo alle spalle velocemente scoprendo fin dal nostro arrivo l'ospitalità e la gentilezza locali. Atterrati all'aeroporto di Amman ci ritroviamo subito il nostro mitico autista che non ha esitato a farsi una levataccia per venirci a prendere alle 4 del mattino per portarci (in 3 ore di macchina) a destinazione.Il viaggio in macchina lo passiamo sotto un vero e proprio diluvio universale: ci diciamo che forse il nostro arrivo è riuscito a portare la pioggia anche nel deserto!...però qui piove talmente di rado che se ti prendi il diluvio il giorno del tuo arrivo hai buone chances che i dieci giorni successivi saranno di bel tempo! Ciò non toglie che arrivando a Wadi Rum (semre sotto al diluvio) scorgiamo delle enormi cascate che scendono dalle pareti che circondano il villaggio, e pensare che a noi sarebbe piaciuto fare già due tiri fin dal nostro arrivo: dovremo invece rassegnarci ad attendere il giorno successivo. La nostra base sarà la casa di Atayek, un beduino davvero dal cuore d'oro che ci permetterà di condividere la vita di tutti i giorni con lui e la sua famiglia. A casa di Atayek troviamo anche altri due gruppi di arrampicatori: le guide Christian e Martin con clienti e morosa rispettivamente. Dopo le presentazioni anch'io e Lorenz ci uniamo agli altri per la colazione sotto la tettoia di Ataeyek (la loro sala da pranzo) e aspettiamo insieme che smetta di piovere. Martin ci avvisa subito di fare attenzione dopo la pioggia: la roccia arenaria del deserto tende a spaccarsi molto facilmente quando è ancora bagnata, per il giorno successivo meglio andare per fessure e evitare di tirare tacche troppo piccole!La pioggia comunque non dura a lungo: già per mezzogiorno il cielo comincia a darci una tregua. Decidiamo allora di partire tutti insieme (noi, Christian con i clienti e Martin con Tania - la sua morosa) per un giro nel Rakabat Canyon: Christian, che il più "local" di tutti noi, ci guida all'interno di questi canyon dalle mille forme e per noi il primo impatto con questo ambiente incredibile è davvero da lasciarci a bocca aperta: la roccia ha delle forme degne di una Cattedrale di Gaudì e i suoi colori sono davvero stupendi!Ci rendiamo conto che il buio arriva in fretta (alle 17.30): per i prossimi giorni le frontali dovranno essere sempre belle cariche!!Fin dalla prima sera a casa di Atayek ci rendiamo conto della sua gentilezza e ospitalità: durante tutta la nostra permanenza saremo trattati come dei membri della sua famiglia e le cene consumate al focolare del deserto hanno davvero un gusto particolare.Il tempo si stabilisce definitivamente sul bello e noi inauguriamo la nostra permanenza a Wadi Rum salendo la bellissima “Lion Heart” alla “Abu Aina Tower”, una classica impegnativa che sale una linea di fessure perfette che poco hanno da invidiare a Indian Creek. Le soste a prova di bomba sulla via ci garantiscono una giornata non troppo pesante psicologicamente, anche se, avendo aspettato l’ombra del pomeriggio per scalare i tiri più impegnativi, rientriamo al villaggio alle luci delle frontali.Per i due giorni successivi decidiamo di aggregarci a Christian, Martin e i loro clienti (in modo da dividere il costo della trasferta) per andare a scoprire il famoso Barrah Canyon. Quest’ultimo è un Canyon formato da un anello di pareti che si racchiudono su questo singolare angolo di deserto lasciando solo un punti di ingresso. Trovandosi abbastanza lontano da Wadi Rum, per l’accesso a Barrah Canyon è necessario l’uso del “taxi” beduino ed è qui che Atayek entra in gioco, non solo per averci portato avanti e indietro, ma anche per essere venuto la sera a cucinarci un superlativo pollo alla griglia sulla brace del nostro focolare, davvero un sevizio e una logistica perfetti!!A Barrah Canyon scaleremo le bellissime fessure di “Merlin” e di “Star of Abu Jadaidah” e ci ingaggeremo anche su un bell’itinerario moderno a spit, “Barrah Tribord”.Rientrati al villaggio di Wadi Rum continuiamo poi la nostra scorpacciata verticale andando subito a visitare una mitica e avventurosa via di Precht, “Muezzin”, sull’imponente parete est del Nassrani Nord. La via ci impegna in un viaggio molto avventuroso e molto “trad” che dura tutto il giorno e se non fosse stato per Atayek che è venuto a recuperarci in jeep alla base della via avremmo sicuramente dovuto saltare la cena!!I giorni successivi continuiamo su “Los Pitilleros” una bella e impegnativa via recentemente aperta dal trio  Desecures-Guillaume-Kempf , per poi partire il giorno successivo su “Raid Mit The Camel”, il capolavoro di Christph Hainz sul paretone del Djebel Rum e per non farci mancare niente invece di scendere in doppia decidiamo per l’avventurosa discesa attraverso la bellissima grotta “Eye of Allah” (posto che da solo vale il viaggio), discesa lungo la quale una corda incastrata ci farà perdere non poco tempo, però riusciremo lo stesso a rientrare per la super cena di Atayek.Chiudiamo il nostro climbing trip con il “masterpiece” di Arnaud Petit: “La Guerre Sainte” sulla parete est del Nassrani Nord (che già avevamo visitato per fare “Muezzin”). Via molto bella con tiri fotonici su roccia spaziale, muri verticali bellissimi e soprattutto da considerare che scalare su spit e fittoni resinati a prova di bomba dopo una settimana di “trad” severo non ha prezzo!!Dedicheremo poi l’ultimo giorno a visitare la stupenda Petra prima di dover lasciare questo posto magico dove la roccia prende le forme più impensabili e dove terra e cielo si fondono a dei paesaggi da noi mai visti fino ad ora.Roccia dalle forma improbabiliPrima esplorazione delle paretiCammelli in attesa di turisti...Lucertolone del deserto...per fortuna innocue!Abu Aina TowerSu Lion HeartSu Lion HeartUscita di Lion HeartStar of Abu Jadaidah, prima via a Barrah CanyonStar of Abu JadaidahStar of Abu JadaidahStar of Abu JadaidahRoccia e cielo su Star of Abu JadaidahTramonto a Barrah CanyomSerata a Barrah CanyonIl muro di MerlinSu MerlinAntichi?L'imponente parete est del Nassrani NordI "facili" camini di MuezzinRoute finding su MuezzinPanoramiGiornata relax su facili fessure...Wadi Rum dall'altoA cavallo del "cammello" di "Raid Mit the Camel"Verso la cima del Djebel RumIl villaggio di Wadi RumCi si diverte anche qui come si può...PaesaggiUn "local"Le giostre dei bambini del luogo...Ultimo tiro di "Raid Mit the Camel"L'incredibile grotta "Eye of Allah""Los Pitilleros" - L1"Los Pitilleros" - L2Relax a casa di AtayekPartenza all'alba per una nuova giornata di arrampicata!"La Guerre Sainte"La headwall de "La Guerre Sainte"Panorama dalla cima del Nassrani NordCumbre!Con Atayek, il nostro ospitale padrone di casa...Pannelli stradali locali...Petra...Petra...Petra...Un lavoratore a Petra...Petra...Petra...Petra...Petra...Petra...
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      <pubDate>Tue, 20 Dec 2016 15:13:00 GMT</pubDate>
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Ciò non toglie che arrivando a Wadi Rum (semre sotto al diluvio) scorgiamo delle enormi cascate che scendono dalle pareti che circondano il villaggio, e pensare che a noi sarebbe piaciuto fare già due tiri fin dal nostro arrivo: dovremo invece rassegnarci ad attendere il giorno successivo. La nostra base sarà la casa di Atayek, un beduino davvero dal cuore d'oro che ci permetterà di condividere la vita di tutti i giorni con lui e la sua famiglia. A casa di Atayek troviamo anche altri due gruppi di arrampicatori: le guide Christian e Martin con clienti e morosa rispettivamente. Dopo le presentazioni anch'io e Lorenz ci uniamo agli altri per la colazione sotto la tettoia di Ataeyek (la loro sala da pranzo) e aspettiamo insieme che smetta di piovere. Martin ci avvisa subito di fare attenzione dopo la pioggia: la roccia arenaria del deserto tende a spaccarsi molto facilmente quando è ancora bagnata, per il giorno successivo meglio andare per fessure e evitare di tirare tacche troppo piccole!La pioggia comunque non dura a lungo: già per mezzogiorno il cielo comincia a darci una tregua. Decidiamo allora di partire tutti insieme (noi, Christian con i clienti e Martin con Tania - la sua morosa) per un giro nel Rakabat Canyon: Christian, che il più "local" di tutti noi, ci guida all'interno di questi canyon dalle mille forme e per noi il primo impatto con questo ambiente incredibile è davvero da lasciarci a bocca aperta: la roccia ha delle forme degne di una Cattedrale di Gaudì e i suoi colori sono davvero stupendi!Ci rendiamo conto che il buio arriva in fretta (alle 17.30): per i prossimi giorni le frontali dovranno essere sempre belle cariche!!Fin dalla prima sera a casa di Atayek ci rendiamo conto della sua gentilezza e ospitalità: durante tutta la nostra permanenza saremo trattati come dei membri della sua famiglia e le cene consumate al focolare del deserto hanno davvero un gusto particolare.Il tempo si stabilisce definitivamente sul bello e noi inauguriamo la nostra permanenza a Wadi Rum salendo la bellissima “Lion Heart” alla “Abu Aina Tower”, una classica impegnativa che sale una linea di fessure perfette che poco hanno da invidiare a Indian Creek. Le soste a prova di bomba sulla via ci garantiscono una giornata non troppo pesante psicologicamente, anche se, avendo aspettato l’ombra del pomeriggio per scalare i tiri più impegnativi, rientriamo al villaggio alle luci delle frontali.Per i due giorni successivi decidiamo di aggregarci a Christian, Martin e i loro clienti (in modo da dividere il costo della trasferta) per andare a scoprire il famoso Barrah Canyon. Quest’ultimo è un Canyon formato da un anello di pareti che si racchiudono su questo singolare angolo di deserto lasciando solo un punti di ingresso. Trovandosi abbastanza lontano da Wadi Rum, per l’accesso a Barrah Canyon è necessario l’uso del “taxi” beduino ed è qui che Atayek entra in gioco, non solo per averci portato avanti e indietro, ma anche per essere venuto la sera a cucinarci un superlativo pollo alla griglia sulla brace del nostro focolare, davvero un sevizio e una logistica perfetti!!A Barrah Canyon scaleremo le bellissime fessure di “Merlin” e di “Star of Abu Jadaidah” e ci ingaggeremo anche su un bell’itinerario moderno a spit, “Barrah Tribord”.Rientrati al villaggio di Wadi Rum continuiamo poi la nostra scorpacciata verticale andando subito a visitare una mitica e avventurosa via di Precht, “Muezzin”, sull’imponente parete est del Nassrani Nord. La via ci impegna in un viaggio molto avventuroso e molto “trad” che dura tutto il giorno e se non fosse stato per Atayek che è venuto a recuperarci in jeep alla base della via avremmo sicuramente dovuto saltare la cena!!I giorni successivi continuiamo su “Los Pitilleros” una bella e impegnativa via recentemente aperta dal trio  Desecures-Guillaume-Kempf , per poi partire il giorno successivo su “Raid Mit The Camel”, il capolavoro di Christph Hainz sul paretone del Djebel Rum e per non farci mancare niente invece di scendere in doppia decidiamo per l’avventurosa discesa attraverso la bellissima grotta “Eye of Allah” (posto che da solo vale il viaggio), discesa lungo la quale una corda incastrata ci farà perdere non poco tempo, però riusciremo lo stesso a rientrare per la super cena di Atayek.Chiudiamo il nostro climbing trip con il “masterpiece” di Arnaud Petit: “La Guerre Sainte” sulla parete est del Nassrani Nord (che già avevamo visitato per fare “Muezzin”). Via molto bella con tiri fotonici su roccia spaziale, muri verticali bellissimi e soprattutto da considerare che scalare su spit e fittoni resinati a prova di bomba dopo una settimana di “trad” severo non ha prezzo!!Dedicheremo poi l’ultimo giorno a visitare la stupenda Petra prima di dover lasciare questo posto magico dove la roccia prende le forme più impensabili e dove terra e cielo si fondono a dei paesaggi da noi mai visti fino ad ora.Roccia dalle forma improbabiliPrima esplorazione delle paretiCammelli in attesa di turisti...Lucertolone del deserto...per fortuna innocue!Abu Aina TowerSu Lion HeartSu Lion HeartUscita di Lion HeartStar of Abu Jadaidah, prima via a Barrah CanyonStar of Abu JadaidahStar of Abu JadaidahStar of Abu JadaidahRoccia e cielo su Star of Abu JadaidahTramonto a Barrah CanyomSerata a Barrah CanyonIl muro di MerlinSu MerlinAntichi?L'imponente parete est del Nassrani NordI "facili" camini di MuezzinRoute finding su MuezzinPanoramiGiornata relax su facili fessure...Wadi Rum dall'altoA cavallo del "cammello" di "Raid Mit the Camel"Verso la cima del Djebel RumIl villaggio di Wadi RumCi si diverte anche qui come si può...PaesaggiUn "local"Le giostre dei bambini del luogo...Ultimo tiro di "Raid Mit the Camel"L'incredibile grotta "Eye of Allah""Los Pitilleros" - L1"Los Pitilleros" - L2Relax a casa di AtayekPartenza all'alba per una nuova giornata di arrampicata!"La Guerre Sainte"La headwall de "La Guerre Sainte"Panorama dalla cima del Nassrani NordCumbre!Con Atayek, il nostro ospitale padrone di casa...Pannelli stradali locali...Petra...Petra...Petra...Un lavoratore a Petra...Petra...Petra...Petra...Petra...Petra...
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      <pubDate>Tue, 20 Dec 2016 15:13:00 GMT</pubDate>
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      <title>SPERONE WALKER - VIA CASSIN - GRANDES JORASSES NORTH FACE</title>
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                    Dopo la galoppata sull'integrale di Peuterey con François decidiamo di concederci un'altra bella salita approfittando di questa lunga estate dal bel tempo che sembra non finire mai. Questa volta puntiamo alla parete nord delle Grandes Jorasses dove lo sperone Walker è in buone condizione grazie al prolungato periodo di bel tempo con poche precipitazioni.Arrivati la era al rifugio del Leschaux ceniamo con un folto gruppo di alpinisti che domani attaccheranno la parete con noi e scorgiamo lungo la stessa le frontali delle cordate che dovranno bivaccare per poter uscire in punta il giorno dopo: di sicuro non saremo soli!!Il giorno dopo la sveglia suona molto presto (la mezzanotte è passata da poco) e dopo una veloce colazione ci avviamo verso la parete. Riusciamo a superare buona parte delle altre cordate partite dal rifugio e attacchiamo tra i primi. Rispetto all'integrale di Peuterey questa salita ci impegna molto di più tecnicamente: la progressione si fa quasi interamente a tiri e l'arrampicata non è mai banale e richiede sempre attenzione. Avanziamo comunque al meglio delle nostre capacità ma perdiamo comunque un po' di tempo a superare le varie cordate che hanno bivaccato in parete la notte precedente (molto lente) e troviamo un po' di verglas nella parte superiore della via che ci rallenta ulteriormente. Nonostante tutto usciamo sulla cima della punta Walker a metà pomeriggio, ben contenti di rivedere il sole dopo una salita che ci ha impegnato più di quanto pensassimo, sia per lunghezza che per difficoltà tecniche: tanto di cappello a Cassin e compagni che nel 1938 son stati degli autentici marziani ad aprire un'itinerario del genere su una parete del genere.Per me è la terza volta in cima alle Grandes Jorasses ma la mia storia con questa montagna e questa parete in particolare va ben al di là di queste 3 salite e trovarmi lì in cima ha sempre un gusto molto particolare. Comunque senza perdere tempo dopo le foto di rito attacchiamo la discesa che sappiamo lunga e impegnativa: dopo circa 2600mt di dislivello negativo, per le nove e mezza di sera saremo al parcheggio di Planpincieux in val Ferret pronti a gustarci una bella birra fresca!Traverso expo dopo la fessura RebuffatIl famoso diedro di 75mtArrampicata mai banale...Les Dalles NoiresUltimi tiri verso la cima e ultima cordata da superare...Vista sull'Auguille du MidiCumbre!!
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
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      <pubDate>Thu, 15 Sep 2016 15:54:00 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>SPERONE WALKER - VIA CASSIN - GRANDES JORASSES NORTH FACE</title>
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                    Dopo la galoppata sull'integrale di Peuterey con François decidiamo di concederci un'altra bella salita approfittando di questa lunga estate dal bel tempo che sembra non finire mai. Questa volta puntiamo alla parete nord delle Grandes Jorasses dove lo sperone Walker è in buone condizione grazie al prolungato periodo di bel tempo con poche precipitazioni.Arrivati la era al rifugio del Leschaux ceniamo con un folto gruppo di alpinisti che domani attaccheranno la parete con noi e scorgiamo lungo la stessa le frontali delle cordate che dovranno bivaccare per poter uscire in punta il giorno dopo: di sicuro non saremo soli!!Il giorno dopo la sveglia suona molto presto (la mezzanotte è passata da poco) e dopo una veloce colazione ci avviamo verso la parete. Riusciamo a superare buona parte delle altre cordate partite dal rifugio e attacchiamo tra i primi. Rispetto all'integrale di Peuterey questa salita ci impegna molto di più tecnicamente: la progressione si fa quasi interamente a tiri e l'arrampicata non è mai banale e richiede sempre attenzione. Avanziamo comunque al meglio delle nostre capacità ma perdiamo comunque un po' di tempo a superare le varie cordate che hanno bivaccato in parete la notte precedente (molto lente) e troviamo un po' di verglas nella parte superiore della via che ci rallenta ulteriormente. Nonostante tutto usciamo sulla cima della punta Walker a metà pomeriggio, ben contenti di rivedere il sole dopo una salita che ci ha impegnato più di quanto pensassimo, sia per lunghezza che per difficoltà tecniche: tanto di cappello a Cassin e compagni che nel 1938 son stati degli autentici marziani ad aprire un'itinerario del genere su una parete del genere.Per me è la terza volta in cima alle Grandes Jorasses ma la mia storia con questa montagna e questa parete in particolare va ben al di là di queste 3 salite e trovarmi lì in cima ha sempre un gusto molto particolare. Comunque senza perdere tempo dopo le foto di rito attacchiamo la discesa che sappiamo lunga e impegnativa: dopo circa 2600mt di dislivello negativo, per le nove e mezza di sera saremo al parcheggio di Planpincieux in val Ferret pronti a gustarci una bella birra fresca!Traverso expo dopo la fessura RebuffatIl famoso diedro di 75mtArrampicata mai banale...Les Dalles NoiresUltimi tiri verso la cima e ultima cordata da superare...Vista sull'Auguille du MidiCumbre!!
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      <pubDate>Thu, 15 Sep 2016 15:54:00 GMT</pubDate>
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      <title>CRESTA INTEGRALE DI PEUTEREY (PEUTEREY INTEGRAL RIDGE)</title>
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                    Erano anni che volevo fare la famosa cresta integrale di Peuterey al Monte Bianco ma non avevo mai trovato l'occasione giusta nè il socio che avesse voglia di farsi questa sfacchinata in stile leggero come sarebbe piaciuto a me....Il tutto si materializza invece quando a fine agosto ne parliamo con François mentre facciamo due tiri in falesia per sgranchirci un po': anche a lui piacerebbe percorrere questo itinerario in stile veloce, quindi detto fatto non ci resta che attendere la prima finestra di bel tempo che non tarda molto ad arrivare....L'integrale di Peuterey, per chi non lo sapesse, è una cresta molto lunga, che dal fondo della Val Veny conduce in cima al monte Bianco percorrendo circa 4.500mt di dislivello positivo passando per la cresta sud dell'Aiguille Noire de Pauterey, scendendo poi fino al bivacco Craveri e poi di nuovo su fino alla cima dell'Aiguille Blanche de Peuterey, discesa fino al colle di Peuterey e infine in cima al Monte Bianco.Noi decidiamo di partire il primo giorno presto direttamente dal fondo della Val Veny con l'obiettivo ambizioso di arrivare al bivacco Craveri in giornata. Partiamo con la frontale dal parcheggio e nel giro di poco più di un'ora arriviamo al rifugio Borelli. Qui facciamo colazione a base di caffè e incontriamo un paio di inglesi che vogliono percorrere il nostro stesso itinerario. Supereremo gli inglesi all'attacco della cresta e li rivedremo solo al parcheggio un paio di giorni dopo: loro arriveranno solo in cima alla Noire e poi scenderanno dopo un freddo bivacco. Noi invece attacchiamo la cresta sud della Noire belli decisi e la percorriamo in gran parte in conserva facendo tiri solo nei tratti più impegnativi (la difficoltà massima qui è sul 5c/6a ma dato che abbiamo deciso di lasciare a casa le scarpette per essere più leggeri, l'arrampicata con gli scarponi su queste difficoltà si rivela comunque non banale). La crest è come previsto lunghissima: punta Gamba-Bifida, poi punta Welzenbach, poi punta Brendel, poi punta Ottoz, poi punta Bich e infine la cima!...Fortuna che François si è studiato l'itinerario egregiamente perchè io con tutte queste punte faccio un gran casino! Fatto sta che arriviamo ad accarezzare la Madonnina in cima alla Noire che sono ormai le 3 del pomeriggio, dopo 8 ore abbondanti  di arrampicata e dopo 11 ore da quando abbiamo lasciato la macchina. Giusto il tempo di un paio di foto e un ponte radio mal riuscito e attacchiamo le doppie per scendere verso les Dames Anglaises. Durante la discesa non sappiamo neanche noi come ma ci caliamo su qualche sosta a spit della Ratti-Vitali, a noi sembra la discesa più ovvia e in effetti nel giro di un paio d'ore arriviamo alla fine delle 12 doppie. Al cospetto delle Dames Anglaises ci fermiamo un attimo a riempire gli zaini di neve sapendo che difficilmente ne troveremo al bivacco Craveri e poi continuiamo attraversando i diagonale e poi ridiscendendo un canale (ovviamente marcio) alla ricerca del giusto canale che ci riporti al colle al cospetto del bivacco. Dopo un po'di ricerca e ravani vari troviamo finalmente il canale che si rivela molto secco, molto marcio e quindi anche molto pericoloso! Nonostante tutto con qualche numero riusciamo ad arrivare sulla terrazza del bivacco che ormai sono le 8 di sera (16 ore dopo aver lasciato la macchina!!). Tiriamo un sospiro di sollievo dato che sappiamo bene che essere riusciti ad arrivare qui in giornata era un obiettivo non facile da centrare e ci godiamo qualche ora di meritato riposo dopo aver bevuto e mangiato un po' (per fortuna avevamo la neve negli zaini!).La mattina dopo lasciamo il bivacco che ormai sono le 5 e dopo una falsa partenza (riusciamo addirittura a dirigerci sul versante Brenva quando in realtà dovevamo andare versante Freney, fortuna ci rendiamo velocemente conto dell'errore), troviamo finalmente la giusta via verso la cima dell'Aiguille Blanche di Peuterey. Percorrendo praticamente tutto l'itinerario in conserva arriviamo velocemente alla neve della Blanche e poi con qualche doppia ci ritroviamo al colle di Peuterey dove possiamo fare una meritata pausa prima di attaccare la parte finale dell'aerea cresta che ci porterà in cima al Monte Bianco di Courmayeur, cima che toccheremo all'una del pomeriggio (8 ore dopo aver lasciato il bivacco Craveri e praticamente dopo 24 ore effettive - tralasciando le ore di riposo al bivacco - dal fondovalle). Dalla cima del Monte Bianco scendiamo in 3 orette all'Aiguille du Midi dove abbiamo tutto il temo per prendere la funivia per scendere a Chamonix dove ci attende una meritata birra!Non sono mai stato un fanatico delle corse al cronometro e anzi, in montagna mi piace prendere il tempo di gustare le salite e i momenti però questa volta abbiamo voluto provare a metterci in gioco e abbiamo provato una bella soddisfazione per essere riusciti a stare nel timing che ci eravamo prefissati, anche se il nostro tempo è lontano dall'essere un record e non è neanche degno di nota!Enjembée alla OttozI tiri impegnativi della OttozCima dell'Aiguille Noire! - Foto: F. CazzanelliInizio di una lunga serie di doppieFinalmente al bivacco!Meritato riposo! - Foto: F. CazzanelliAlba su CourmayeurVerso la BlancheIn cima alla BlancheDoppie verso il colle di PeutereyPausa al colle al cospetto del Pilone! - Foto: F. CazzanelliCima del Pilier d'Angle - attacchiamo l'ultima cresta nevosa verso la cima!Cresta affilata - Foto: F. CazzanelliCumbre!! - Foto: F. Cazzanelli
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      <pubDate>Fri, 02 Sep 2016 20:24:00 GMT</pubDate>
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      <title>CRESTA INTEGRALE DI PEUTEREY (PEUTEREY INTEGRAL RIDGE)</title>
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                    Erano anni che volevo fare la famosa cresta integrale di Peuterey al Monte Bianco ma non avevo mai trovato l'occasione giusta nè il socio che avesse voglia di farsi questa sfacchinata in stile leggero come sarebbe piaciuto a me....Il tutto si materializza invece quando a fine agosto ne parliamo con François mentre facciamo due tiri in falesia per sgranchirci un po': anche a lui piacerebbe percorrere questo itinerario in stile veloce, quindi detto fatto non ci resta che attendere la prima finestra di bel tempo che non tarda molto ad arrivare....L'integrale di Peuterey, per chi non lo sapesse, è una cresta molto lunga, che dal fondo della Val Veny conduce in cima al monte Bianco percorrendo circa 4.500mt di dislivello positivo passando per la cresta sud dell'Aiguille Noire de Pauterey, scendendo poi fino al bivacco Craveri e poi di nuovo su fino alla cima dell'Aiguille Blanche de Peuterey, discesa fino al colle di Peuterey e infine in cima al Monte Bianco.Noi decidiamo di partire il primo giorno presto direttamente dal fondo della Val Veny con l'obiettivo ambizioso di arrivare al bivacco Craveri in giornata. Partiamo con la frontale dal parcheggio e nel giro di poco più di un'ora arriviamo al rifugio Borelli. Qui facciamo colazione a base di caffè e incontriamo un paio di inglesi che vogliono percorrere il nostro stesso itinerario. Supereremo gli inglesi all'attacco della cresta e li rivedremo solo al parcheggio un paio di giorni dopo: loro arriveranno solo in cima alla Noire e poi scenderanno dopo un freddo bivacco. Noi invece attacchiamo la cresta sud della Noire belli decisi e la percorriamo in gran parte in conserva facendo tiri solo nei tratti più impegnativi (la difficoltà massima qui è sul 5c/6a ma dato che abbiamo deciso di lasciare a casa le scarpette per essere più leggeri, l'arrampicata con gli scarponi su queste difficoltà si rivela comunque non banale). La crest è come previsto lunghissima: punta Gamba-Bifida, poi punta Welzenbach, poi punta Brendel, poi punta Ottoz, poi punta Bich e infine la cima!...Fortuna che François si è studiato l'itinerario egregiamente perchè io con tutte queste punte faccio un gran casino! Fatto sta che arriviamo ad accarezzare la Madonnina in cima alla Noire che sono ormai le 3 del pomeriggio, dopo 8 ore abbondanti  di arrampicata e dopo 11 ore da quando abbiamo lasciato la macchina. Giusto il tempo di un paio di foto e un ponte radio mal riuscito e attacchiamo le doppie per scendere verso les Dames Anglaises. Durante la discesa non sappiamo neanche noi come ma ci caliamo su qualche sosta a spit della Ratti-Vitali, a noi sembra la discesa più ovvia e in effetti nel giro di un paio d'ore arriviamo alla fine delle 12 doppie. Al cospetto delle Dames Anglaises ci fermiamo un attimo a riempire gli zaini di neve sapendo che difficilmente ne troveremo al bivacco Craveri e poi continuiamo attraversando i diagonale e poi ridiscendendo un canale (ovviamente marcio) alla ricerca del giusto canale che ci riporti al colle al cospetto del bivacco. Dopo un po'di ricerca e ravani vari troviamo finalmente il canale che si rivela molto secco, molto marcio e quindi anche molto pericoloso! Nonostante tutto con qualche numero riusciamo ad arrivare sulla terrazza del bivacco che ormai sono le 8 di sera (16 ore dopo aver lasciato la macchina!!). Tiriamo un sospiro di sollievo dato che sappiamo bene che essere riusciti ad arrivare qui in giornata era un obiettivo non facile da centrare e ci godiamo qualche ora di meritato riposo dopo aver bevuto e mangiato un po' (per fortuna avevamo la neve negli zaini!).La mattina dopo lasciamo il bivacco che ormai sono le 5 e dopo una falsa partenza (riusciamo addirittura a dirigerci sul versante Brenva quando in realtà dovevamo andare versante Freney, fortuna ci rendiamo velocemente conto dell'errore), troviamo finalmente la giusta via verso la cima dell'Aiguille Blanche di Peuterey. Percorrendo praticamente tutto l'itinerario in conserva arriviamo velocemente alla neve della Blanche e poi con qualche doppia ci ritroviamo al colle di Peuterey dove possiamo fare una meritata pausa prima di attaccare la parte finale dell'aerea cresta che ci porterà in cima al Monte Bianco di Courmayeur, cima che toccheremo all'una del pomeriggio (8 ore dopo aver lasciato il bivacco Craveri e praticamente dopo 24 ore effettive - tralasciando le ore di riposo al bivacco - dal fondovalle). Dalla cima del Monte Bianco scendiamo in 3 orette all'Aiguille du Midi dove abbiamo tutto il temo per prendere la funivia per scendere a Chamonix dove ci attende una meritata birra!Non sono mai stato un fanatico delle corse al cronometro e anzi, in montagna mi piace prendere il tempo di gustare le salite e i momenti però questa volta abbiamo voluto provare a metterci in gioco e abbiamo provato una bella soddisfazione per essere riusciti a stare nel timing che ci eravamo prefissati, anche se il nostro tempo è lontano dall'essere un record e non è neanche degno di nota!Enjembée alla OttozI tiri impegnativi della OttozCima dell'Aiguille Noire! - Foto: F. CazzanelliInizio di una lunga serie di doppieFinalmente al bivacco!Meritato riposo! - Foto: F. CazzanelliAlba su CourmayeurVerso la BlancheIn cima alla BlancheDoppie verso il colle di PeutereyPausa al colle al cospetto del Pilone! - Foto: F. CazzanelliCima del Pilier d'Angle - attacchiamo l'ultima cresta nevosa verso la cima!Cresta affilata - Foto: F. CazzanelliCumbre!! - Foto: F. Cazzanelli
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      <pubDate>Fri, 02 Sep 2016 20:24:00 GMT</pubDate>
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      <title>MONTE BIANCO: CRESTA DEL BROUILLARD</title>
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  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    L'estate 2016 sarà sicuramente ricordata per il meteo eccezionale e per le ottime condizioni generali su molti itinerari in alta montagna e non. Per noi "addetti ai lavori" ovviamente tutto ciò è stato davvero una manna sia dal punto di vista professionale che da quello personale per chi ha avuto la possibilità di prendersi lo spazio e il tempo per fare qualche salita per conto proprio. Io e Domi abbiamo approfittato anche della presenza dei nonni baby-sitters per concederci una bella salita su uno degli itinerari più selvaggi del Monte Bianco: la cresta del Brouillard.Avendo solo un paio di giorni a disposizione decidiamo di salire il primo giorno direttamente ai bivacchi Eccles senza pernottare al rifugio Monzino. Partiamo di buon ora dalla Val Veny sapendo che quasi sicuramente i bivacchi saranno affollati. Arrivati al Monzino per colazione troviamo gli amici Lorenzo e Valerio: anche loro avevano in programma di salire agli Eccles per poi fare il giorno dopo la Bonatti al Pilier Rouge del Brouillard ma il gestore del Monzino gli ha avvisati dell'affollamento ai bivacchi e preferiscono passare la giornata al rifugio per poi tentare la salita in giornata partendo da lì. Io e Domi decidiamo di salire lo stesso: tanto si sa bene che il mese di agosto se fa bello è praticamente impossibile pretendere chi agli Eccles non ci sia gente! La salita ai bivacchi come al solito è quasi un'ascensione a sè stante: dal Monzino ci vogliono 4 ore attraversando pendii ripidi e un ghiacciaio bello tormentato per poter raggiungere queste due scatole di latta incastonate a 3.800mt, poco sotto il colle Eccles! Noi ci arriviamo nel primo pomeriggio e troviamo una bella sorpresa: nel bivacco superiore ci sono solo 2 persone e per noi ci sono due comodi letti liberi e tutto lo spazio per sistemare le nostre cose, cucinare e riposare in tranquillità. Non ci resta che ringraziare il gestore del Monzino, visto che grazie al suo terrorismo psicologico possiamo passare una notte super confortevole!!Alle 3 del mattino seguente partiamo alla volta della cresta del Bruoillard. L'avvicinamento è tutt'altro che banale: dobbiamo attraversare un ghiacciaio ancora ben tormentato che ci costringe a una doppia su un seracco seguito da un bel traverso su terreno misto abbastanza delicato per poi salire un ripido canale che ci porta al cole Emile Rey a 4.027mt. Al colle troviamo due alpinisti ancora addormentati nei loro sacchi a pelo (evidentemente hanno bivaccato lì); i due ci dicono essere saliti lungo la cresta integrale del Brouillard e che però pensano continuare a dormire e scendere più tardi lungo il canale da dove noi siamo saliti senza proseguire perché secondo loro le condizioni non sono buone sulla cresta....A giudicare dalle loro facce ho l'impressione che più che un problema di condizioni dell'itinerario il problema sia fisico (hanno l'aria stravolta) e quindi io e Domi continuiamo la nostra salita lasciando i due a sonnecchiare al colle.La cresta si attacca per una serie di diedri-camini di 3°-4° spesso bagnati e verglassati (e anche per noi non ci sono state eccezioni) per una lunghezza di un centinaio di metri. Superata questa prima parte più tecnica e delicata la cresta continua alternando faticosi ripidi pendii di neve a sezioni di facile arrampicata mista fino alla cima del Picco Luigi Amedeo (4.470mt). Da qui la salita diventa meno faticosa ma la cesta resta sempre abbastanza aerea e alterna qualche "sali e scendi" fino alla cima del Monte Bianco di Courmayeur dal quale si attraversa fino al Monte Bianco di Chamonix. Nel complesso si tratta di un'ascensione classica molto lunga e faticosa in ambiente davvero severo. Personalmente, anche se le difficoltà tecniche sono minori. ho trovate l'impegno globale della salita più alto rispetto alla cresta dell'Innominata. Domi è stata bravissima a non mollare mai fino in cima, nonostante non fosse gran che acclimatata e nonostante la fatica e l'impegno imposti dalla salita. Dieci ore dopo aver lasciato i bivacchi siamo in cima al Monte Bianco di Chamonix e per Domi è la prima volta in cima al tetto d'Europa, davvero niente male! Decidiamo di scendere per l'itinerario dei 3 monti e per le cinque del pomeriggio arriviamo all'Aiguille de Midi dove ci armiamo di pazienza e ci mettiamo in coda insieme a una miriade di turisti saliti per ammirare i panorami del Monte Bianco: incredibile il contrasto tra la solitudine di certi itinerari e la "civiltà"...Salendo ai Bivacchi Eccles...Salendo ai Bivacchi Eccles...Pilier Rouge del Brouillard e cresta del BrouillardSalendo ai Bivacchi Eccles...La parte bassa dell'integrale della cresta del BrouillardRelax in bivacco....L'importante è non sporgersi troppo...Quasi in cima al Picco Luigi AmedeoIl Monzino è ormai un puntino nel fondovalle..Cresta aerea...La fatica si fa sentireVediamo la cima!Ormai è quasi fatta!Tetto d'Europa per DomiFelici prima della discesa
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      <pubDate>Thu, 11 Aug 2016 06:16:00 GMT</pubDate>
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      <title>MONTE BIANCO: CRESTA DEL BROUILLARD</title>
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                    L'estate 2016 sarà sicuramente ricordata per il meteo eccezionale e per le ottime condizioni generali su molti itinerari in alta montagna e non. Per noi "addetti ai lavori" ovviamente tutto ciò è stato davvero una manna sia dal punto di vista professionale che da quello personale per chi ha avuto la possibilità di prendersi lo spazio e il tempo per fare qualche salita per conto proprio. Io e Domi abbiamo approfittato anche della presenza dei nonni baby-sitters per concederci una bella salita su uno degli itinerari più selvaggi del Monte Bianco: la cresta del Brouillard.Avendo solo un paio di giorni a disposizione decidiamo di salire il primo giorno direttamente ai bivacchi Eccles senza pernottare al rifugio Monzino. Partiamo di buon ora dalla Val Veny sapendo che quasi sicuramente i bivacchi saranno affollati. Arrivati al Monzino per colazione troviamo gli amici Lorenzo e Valerio: anche loro avevano in programma di salire agli Eccles per poi fare il giorno dopo la Bonatti al Pilier Rouge del Brouillard ma il gestore del Monzino gli ha avvisati dell'affollamento ai bivacchi e preferiscono passare la giornata al rifugio per poi tentare la salita in giornata partendo da lì. Io e Domi decidiamo di salire lo stesso: tanto si sa bene che il mese di agosto se fa bello è praticamente impossibile pretendere chi agli Eccles non ci sia gente! La salita ai bivacchi come al solito è quasi un'ascensione a sè stante: dal Monzino ci vogliono 4 ore attraversando pendii ripidi e un ghiacciaio bello tormentato per poter raggiungere queste due scatole di latta incastonate a 3.800mt, poco sotto il colle Eccles! Noi ci arriviamo nel primo pomeriggio e troviamo una bella sorpresa: nel bivacco superiore ci sono solo 2 persone e per noi ci sono due comodi letti liberi e tutto lo spazio per sistemare le nostre cose, cucinare e riposare in tranquillità. Non ci resta che ringraziare il gestore del Monzino, visto che grazie al suo terrorismo psicologico possiamo passare una notte super confortevole!!Alle 3 del mattino seguente partiamo alla volta della cresta del Bruoillard. L'avvicinamento è tutt'altro che banale: dobbiamo attraversare un ghiacciaio ancora ben tormentato che ci costringe a una doppia su un seracco seguito da un bel traverso su terreno misto abbastanza delicato per poi salire un ripido canale che ci porta al cole Emile Rey a 4.027mt. Al colle troviamo due alpinisti ancora addormentati nei loro sacchi a pelo (evidentemente hanno bivaccato lì); i due ci dicono essere saliti lungo la cresta integrale del Brouillard e che però pensano continuare a dormire e scendere più tardi lungo il canale da dove noi siamo saliti senza proseguire perché secondo loro le condizioni non sono buone sulla cresta....A giudicare dalle loro facce ho l'impressione che più che un problema di condizioni dell'itinerario il problema sia fisico (hanno l'aria stravolta) e quindi io e Domi continuiamo la nostra salita lasciando i due a sonnecchiare al colle.La cresta si attacca per una serie di diedri-camini di 3°-4° spesso bagnati e verglassati (e anche per noi non ci sono state eccezioni) per una lunghezza di un centinaio di metri. Superata questa prima parte più tecnica e delicata la cresta continua alternando faticosi ripidi pendii di neve a sezioni di facile arrampicata mista fino alla cima del Picco Luigi Amedeo (4.470mt). Da qui la salita diventa meno faticosa ma la cesta resta sempre abbastanza aerea e alterna qualche "sali e scendi" fino alla cima del Monte Bianco di Courmayeur dal quale si attraversa fino al Monte Bianco di Chamonix. Nel complesso si tratta di un'ascensione classica molto lunga e faticosa in ambiente davvero severo. Personalmente, anche se le difficoltà tecniche sono minori. ho trovate l'impegno globale della salita più alto rispetto alla cresta dell'Innominata. Domi è stata bravissima a non mollare mai fino in cima, nonostante non fosse gran che acclimatata e nonostante la fatica e l'impegno imposti dalla salita. Dieci ore dopo aver lasciato i bivacchi siamo in cima al Monte Bianco di Chamonix e per Domi è la prima volta in cima al tetto d'Europa, davvero niente male! Decidiamo di scendere per l'itinerario dei 3 monti e per le cinque del pomeriggio arriviamo all'Aiguille de Midi dove ci armiamo di pazienza e ci mettiamo in coda insieme a una miriade di turisti saliti per ammirare i panorami del Monte Bianco: incredibile il contrasto tra la solitudine di certi itinerari e la "civiltà"...Salendo ai Bivacchi Eccles...Salendo ai Bivacchi Eccles...Pilier Rouge del Brouillard e cresta del BrouillardSalendo ai Bivacchi Eccles...La parte bassa dell'integrale della cresta del BrouillardRelax in bivacco....L'importante è non sporgersi troppo...Quasi in cima al Picco Luigi AmedeoIl Monzino è ormai un puntino nel fondovalle..Cresta aerea...La fatica si fa sentireVediamo la cima!Ormai è quasi fatta!Tetto d'Europa per DomiFelici prima della discesa
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      <pubDate>Thu, 11 Aug 2016 06:16:00 GMT</pubDate>
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      <title>DIAMANT DES FLAMMES DE PIERRE: LA REPRISE &amp; ELAN VERTICAL</title>
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                    Dopo un lungo stop dovuto ad un "piccolo" infortunio non posso dire di no alla proposta di Bac di andare a scalare sul bel granito del Monte Bianco...Anche se la caviglia non è proprio al 100% penso che non ci sia niente di meglio per la fine di una convalescenza post-frattura! Al gruppo si aggrega anche Marco che non vedevo dalle ultime sberle prese a Ceuse e quindi una volta formato il nostro allego trio ci apprestiamo a passare il tunnel del monte bianco in un afoso pomeriggio di fine giugno.L'idea iniziale era quella di salire al Requin ma la tanta neve sul percorso e il rifugio ancora chiuso ci fanno cambiare programma e scegliere una nuova destinazione: decidiamo di salire al rifugio della Charpoua! Per tutti noi si tratta della prima vota che saliamo in questo angolo del Monte Bianco e scopriamo con piacere che il posto è ancora poco frequentato e il rifugio è ancora all'antica: piccolo, spartano ma molto accogliente e con una "gestrice" che prepara ottime cene e dessert tutto rigorosamente fatto a mano!ma torniamo all'arrampicata: il luogo è "famoso" per la celebre via "Salle athée" sull'Aguille du Moine: la via ci stuzzica ma decidiamo che per lei torneremo più tardi in stagione perchè al momento nella parte bassa c'è ancora abbastanza neve. Ci concentriamo quindi sulla bella parete delle flammes de pierre: più bassa e completamente secca. Il primo giorno ripetiamo la "classica " della parete, una via di Long e Vogler del 1991. La troviamo molto bella con uno stupendo tiro in fessura (il sesto), mai banale ma neanche estrema, perfetta per una "ripresa" appunto! Per il secondo giorno consultiamo gli schizzi delle varie vie nel rifugio e decidiamo di andare a ripetere "Elan Vertical", una via sempre firmata Vogler che a giudicare dallo schizzo presente nel rifugio presenta delle difficoltà più o meno simili a quelle de "La Reprise": la via si rivela in realtà bellissima, molto atletiche, con fessure e esposizione che da soli valgono il viaggio, ma l'impegno richiesto è decisamente più alto rispetto a "La Reprise" e in effetti su altre guide (come quella di Bassanini) le gradazioni sono ben differenti rispetto a quelle dello schizzo del rifugio! Nonostante la bella "sorpresa" ci divertiamo un sacco su questa via degna di 5 stelle e concludiamo in bellezza la nostra "jam session" sul granito del Bianco!Qui di seguito riporto uno schizzo e una relazione delle due vie con i gradi che secondo me sono i più appropriati, visto che appunto non esiste una guida "ufficiale" della zona e le informazioni che si trovano in rete o in giro possono essere discordanti e indurre in errore.SCHIZZO DELLE DUE VIE: IN VERDE "LA REPRISE" E IN ROSSO "ELAN VERTICAL"RELAZIONE LA REPRISE:(300mt, ED+, 7a+ max/6b obbl)   L0L1  6a6b/b+  Camino   facile ma spesso bagnato, evitabile passando sulla cengia erosa a destra   (come abbiamo fatto noi)Dritto sulla verticale, non fare sosta a sinistra ma attraversare a destra   e fare sosta 6/7 metri sopra.   L2  6c+  Dritto sulla verticale per una fessura/camino. Alla terrazza seguire la fessura   di destra : sostenuta con il passaggio chiave che si protegge bene con   un camalot n°1 (o 0,75 poco più sotto).   L3  6c  Attraversare   a destra per seguire una fessura che poi diventa un diedro : non salire   fino in cima al diedro ma poco prima della sua fine attraversare a sinistra   per raggiungere una piccola cengia dove c’è la sosta.   L4  6b+   Partenza   nel diedro evidente dal quale si esce sulla destra. Poi continuare sulla   verticale e arrivati ad una zona verticale/strapiombante non andare a   destra dove si vedono degli spit (altra via) e neanche continuare per la   fessura/lama strapiombate alla base della quale c’è un friend incastrato :   all’altezza del friend incastrato stare a sinistra sulla placca grigia nella   quale ci sono 3 spit (poco visibili) che proteggono bene la progressione.   L5  6a+  Leggermente   a sinistra : non fermarsi alla sosta a chidi poco sopra ma continuare   sempre leggermete sulla sinistra per raggiungere una rampa che porta alla   sosta successiva.   L6  7a+   The longueur. Tiro   chiave : continuare per qualche metro lungo la rampa obliqua per poi   attaccare l’evidente fessura che solca la parete sulla sinistra : la   prima parte ha degli incastri di dita con piedi non ottimali, poi diventa più   facile pur rianendo sempre sostenuta.   L7  6c  Corto tiro   con passaggio di passaggio intenso in fessura ben protetto da 2 spit.Départ   délicat protégé par 2 spits puis plus facile. Courte longueur.   L8  6a    Salire prima sulla destra e poi attraversare   a sinistra in direzione della cima : sosta di calata appena sotto la   cima o direttamente in. Discesa:Doppie lungo la viaMateriale:·         Serie di friend fino al numero 3BD raddoppiando fino al numero 1. Serie di micro e qualche nutR    RELAZIONE ELAN VERTICAL:    (250mt, ABO-, 7b max/6c obbl.)   L1: 6c -  Partenza su fessure sporche, con un po' d'erba. Poi fessura di dita/mano infine uscita con due spit abbastanza lontani, tiro impegnativo psicologicamente, difficile da proteggere.L2: 7b - Si aggira la scaglia e si affronta la dura dulfer in strapiombo, spit e chiodi in posto che indicano facilmente la via.L3: 7a - Splendida dulfer in strapiombo con tetto finale – 4 spitL4: 7a - 50m di fessura verticale con passaggi ad incastro a volte non banali...magnifica!! qualche spit a proteggere i passaggi più espostiL5: 6b+ - Il grado scende ma l'impegno è comunque alto: due spit in partenza, poi fessura-camino che si protegge bene con friend grossi (utile il 4BD) e infine uscita su fessura verticale tecnica.L6: 6b+ - Splendida dulfer su pilastrino con uscita sul torrioneL7: 5 - Per arrivare alla cima...Discesa:Doppie lungo la viaMateriale:·   Serie di friend fino al numero 4BD raddoppiando fino al numero 1 (Il 4 utile sul sesto tiro ma non indispensabile). Serie di micro e qualche nut"apres l'effort le reconfort" - refuge de la CharpouaPanorama dal rifugioPanorama dal rifugioPanorama dal rifugioSi scala!Primi tiri de "La Reprise"Pen'ultimo tiro di "La Reprise"Cumbre!Primo tiro expo di "Elan Vertical""Elan Vertical" -secondo tiro"Elan Vertical" - secondo tiro"Elan Vertical" - terzo tiro"Elan Vertical" - magnifico quarto tiro"Elan Vertical" - quinto tiro"Elan Vertical" - quinto tiro"Elan Vertical" - quinto tiro"Elan Vertical" - discesa in doppiaIl rifugio (Foto: E. Turnaturi)Il sottoscritto (foto E. Turnaturi)Il sottoscritto (foto E. Turnaturi)Marco sugli strapiombi di "Elan Vertical" (foto E. Turnaturi)
                  &#xD;
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      <title>DIAMANT DES FLAMMES DE PIERRE: LA REPRISE &amp; ELAN VERTICAL</title>
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                    Dopo un lungo stop dovuto ad un "piccolo" infortunio non posso dire di no alla proposta di Bac di andare a scalare sul bel granito del Monte Bianco...Anche se la caviglia non è proprio al 100% penso che non ci sia niente di meglio per la fine di una convalescenza post-frattura! Al gruppo si aggrega anche Marco che non vedevo dalle ultime sberle prese a Ceuse e quindi una volta formato il nostro allego trio ci apprestiamo a passare il tunnel del monte bianco in un afoso pomeriggio di fine giugno.L'idea iniziale era quella di salire al Requin ma la tanta neve sul percorso e il rifugio ancora chiuso ci fanno cambiare programma e scegliere una nuova destinazione: decidiamo di salire al rifugio della Charpoua! Per tutti noi si tratta della prima vota che saliamo in questo angolo del Monte Bianco e scopriamo con piacere che il posto è ancora poco frequentato e il rifugio è ancora all'antica: piccolo, spartano ma molto accogliente e con una "gestrice" che prepara ottime cene e dessert tutto rigorosamente fatto a mano!ma torniamo all'arrampicata: il luogo è "famoso" per la celebre via "Salle athée" sull'Aguille du Moine: la via ci stuzzica ma decidiamo che per lei torneremo più tardi in stagione perchè al momento nella parte bassa c'è ancora abbastanza neve. Ci concentriamo quindi sulla bella parete delle flammes de pierre: più bassa e completamente secca. Il primo giorno ripetiamo la "classica " della parete, una via di Long e Vogler del 1991. La troviamo molto bella con uno stupendo tiro in fessura (il sesto), mai banale ma neanche estrema, perfetta per una "ripresa" appunto! Per il secondo giorno consultiamo gli schizzi delle varie vie nel rifugio e decidiamo di andare a ripetere "Elan Vertical", una via sempre firmata Vogler che a giudicare dallo schizzo presente nel rifugio presenta delle difficoltà più o meno simili a quelle de "La Reprise": la via si rivela in realtà bellissima, molto atletiche, con fessure e esposizione che da soli valgono il viaggio, ma l'impegno richiesto è decisamente più alto rispetto a "La Reprise" e in effetti su altre guide (come quella di Bassanini) le gradazioni sono ben differenti rispetto a quelle dello schizzo del rifugio! Nonostante la bella "sorpresa" ci divertiamo un sacco su questa via degna di 5 stelle e concludiamo in bellezza la nostra "jam session" sul granito del Bianco!Qui di seguito riporto uno schizzo e una relazione delle due vie con i gradi che secondo me sono i più appropriati, visto che appunto non esiste una guida "ufficiale" della zona e le informazioni che si trovano in rete o in giro possono essere discordanti e indurre in errore.SCHIZZO DELLE DUE VIE: IN VERDE "LA REPRISE" E IN ROSSO "ELAN VERTICAL"RELAZIONE LA REPRISE:(300mt, ED+, 7a+ max/6b obbl)   L0L1  6a6b/b+  Camino   facile ma spesso bagnato, evitabile passando sulla cengia erosa a destra   (come abbiamo fatto noi)Dritto sulla verticale, non fare sosta a sinistra ma attraversare a destra   e fare sosta 6/7 metri sopra.   L2  6c+  Dritto sulla verticale per una fessura/camino. Alla terrazza seguire la fessura   di destra : sostenuta con il passaggio chiave che si protegge bene con   un camalot n°1 (o 0,75 poco più sotto).   L3  6c  Attraversare   a destra per seguire una fessura che poi diventa un diedro : non salire   fino in cima al diedro ma poco prima della sua fine attraversare a sinistra   per raggiungere una piccola cengia dove c’è la sosta.   L4  6b+   Partenza   nel diedro evidente dal quale si esce sulla destra. Poi continuare sulla   verticale e arrivati ad una zona verticale/strapiombante non andare a   destra dove si vedono degli spit (altra via) e neanche continuare per la   fessura/lama strapiombate alla base della quale c’è un friend incastrato :   all’altezza del friend incastrato stare a sinistra sulla placca grigia nella   quale ci sono 3 spit (poco visibili) che proteggono bene la progressione.   L5  6a+  Leggermente   a sinistra : non fermarsi alla sosta a chidi poco sopra ma continuare   sempre leggermete sulla sinistra per raggiungere una rampa che porta alla   sosta successiva.   L6  7a+   The longueur. Tiro   chiave : continuare per qualche metro lungo la rampa obliqua per poi   attaccare l’evidente fessura che solca la parete sulla sinistra : la   prima parte ha degli incastri di dita con piedi non ottimali, poi diventa più   facile pur rianendo sempre sostenuta.   L7  6c  Corto tiro   con passaggio di passaggio intenso in fessura ben protetto da 2 spit.Départ   délicat protégé par 2 spits puis plus facile. Courte longueur.   L8  6a    Salire prima sulla destra e poi attraversare   a sinistra in direzione della cima : sosta di calata appena sotto la   cima o direttamente in. Discesa:Doppie lungo la viaMateriale:·         Serie di friend fino al numero 3BD raddoppiando fino al numero 1. Serie di micro e qualche nutR    RELAZIONE ELAN VERTICAL:    (250mt, ABO-, 7b max/6c obbl.)   L1: 6c -  Partenza su fessure sporche, con un po' d'erba. Poi fessura di dita/mano infine uscita con due spit abbastanza lontani, tiro impegnativo psicologicamente, difficile da proteggere.L2: 7b - Si aggira la scaglia e si affronta la dura dulfer in strapiombo, spit e chiodi in posto che indicano facilmente la via.L3: 7a - Splendida dulfer in strapiombo con tetto finale – 4 spitL4: 7a - 50m di fessura verticale con passaggi ad incastro a volte non banali...magnifica!! qualche spit a proteggere i passaggi più espostiL5: 6b+ - Il grado scende ma l'impegno è comunque alto: due spit in partenza, poi fessura-camino che si protegge bene con friend grossi (utile il 4BD) e infine uscita su fessura verticale tecnica.L6: 6b+ - Splendida dulfer su pilastrino con uscita sul torrioneL7: 5 - Per arrivare alla cima...Discesa:Doppie lungo la viaMateriale:·   Serie di friend fino al numero 4BD raddoppiando fino al numero 1 (Il 4 utile sul sesto tiro ma non indispensabile). Serie di micro e qualche nut"apres l'effort le reconfort" - refuge de la CharpouaPanorama dal rifugioPanorama dal rifugioPanorama dal rifugioSi scala!Primi tiri de "La Reprise"Pen'ultimo tiro di "La Reprise"Cumbre!Primo tiro expo di "Elan Vertical""Elan Vertical" -secondo tiro"Elan Vertical" - secondo tiro"Elan Vertical" - terzo tiro"Elan Vertical" - magnifico quarto tiro"Elan Vertical" - quinto tiro"Elan Vertical" - quinto tiro"Elan Vertical" - quinto tiro"Elan Vertical" - discesa in doppiaIl rifugio (Foto: E. Turnaturi)Il sottoscritto (foto E. Turnaturi)Il sottoscritto (foto E. Turnaturi)Marco sugli strapiombi di "Elan Vertical" (foto E. Turnaturi)
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      <pubDate>Wed, 06 Jul 2016 19:04:00 GMT</pubDate>
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      <title>GRAN PARADISO HAUTE ROUTE</title>
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                    Il giro del Granpa di quest’anno si annunciava ostico. Non che mi preoccupasse l’itinerario: ormai posso dire di conoscerlo abbastanza bene, anche se, quando si gira per valli con gli sci, l’errore è sempre dietro l’angolo! C’era altro che mi preoccupava: innanzi tutto il gruppo numeroso, perché 5 giorni di scialpinismo con 4 notti in rifugio possono diventare molto lunghi se il gruppo non va d’accordo. Poi come se non bastasse si trattava di un gruppo bello eterogeneo: 4 svizzeri, 1 francese, 1 spagnolo, 2 italiani e 2 guide…..quasi quasi mi veniva da farci una  barzelletta!! Se poi ci aggiungiamo anche una meteo poco chiara fino al momento della partenza, ecco spiegato perché le ultime notti prima di raggiungere Cogne non avessi dormito molto!Per fortuna tutti i dubbi e le perplessità sembrano svanire già dalla prima sera al raggiungere il bel rifugio Sella, un migliaio di metri sopra Cogne: i 4 svizzeri sono calmi, decisi e pacati in puro stile svizzero; Greg, il ragazzotto francese è simpatico e tiene alto il morale e le conversazioni in francese; Nacho lo spagnolo trova subito altri suoi compatrioti in rifugio con cui fare baldoria e noi italiani ovviamente ce la raccontiamo basculando da una lingua all’altra!... Infine anche le previsioni meteo volgono al bello facendomi tirare un ulteriore sospiro di sollievo: tutto sembra partire col piede giusto!Il secondo giorno è quello più duro e io e Andrea (l’altra guida) ci dividiamo uno in testa al gruppo per guidare la carovana sull’itinerario corretto e uno in fondo a “raccogliere” i ritardatari. Dopo aver conquistato la Gran Serra, facciamo una veloce calata sul versante del Gran Neyro per poi fare qualche curva prima di ripellare alla volta del bivacco Sberna, ultima tappa prima di una entusiasmante discesa fino al rifugio Chabod per una lauta cena e un buon riposo. Arriviamo stanchi al rifugio ma la sera scorre via veloce tra scherzi e la consapevolezza di aver superato la parte più tecnica del percorso. Il terzo giorno si parte alla volta della cima del Gran Paradiso che raggiungeremo nel primo pomeriggio di una giornata splendida, cielo terso, assenza di vento e nessuna nuvola all’orizzonte! Infine discesa su ottima neve primaverile fino al rifugio Vittorio Emanuele  per concludere una giornata praticamente perfetta dove tutti i membri del gruppo sono riusciti a salire ad accarezzare la Madonnina del Gran Paradiso.Per il quarto giorno il meteo preannuncia peggioramenti e quindi sveglia presto per partire alla vota dei rifugio Pontese in Piemonte! Saliamo al colle del Gran Paradiso e già le prime nuvole si vedono arrivare da dietro il Monte Bianco. Per fortuna abbiamo giocato d’anticipo e ad un’ora più che corretta arriviamo al bel bivacco Ivrea per poi risalire al Colle dei Becchi dove ci aspetta una lunga discesa fino al rifugio Pontese.Al Pontese passiamo la serata di Pasqua gustando le prelibatezze di Mara e bevendo birra artigianale!!Il giorno dopo, ultimo giorno del giro, ci svegliamo ancora presto per salire al colle del Teleccio, che conquisteremo dopo più 1000mt di dislivello con partenza in un bel canale “variante” dell’itinerario classico che ci permette di scoprire un angolo veramente selvaggio della valle. Dal colle ci aspetta una discesa in “powder” attraverso la Valleille di Cogne per arrivare sci ai piedi fino alle macchine e alle tanto desiderate birre!!Ringrazio tutti i ragazzi del gruppo per la simpatia, l’impegno e il buon umore: Liesbeth, Alain, Claude, Olivier, Greg, Nacho, Monica e Francesco, tutti bravissimi! E ringrazio il collega Andrea Perron per la preziosa collaborazione durante tutti i giorni del giro.Partenza!Verso il Sella....Rifugio Sella!!Salendo verso la Gran Serra: canalino steep!Claude appena sotto la cima della Gran SerraCalata dalla Gran SerraBivacco Sberna!Discesa dal Bivacco SbernaVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoCumbre!Cresta del GranpaCumbre!Discesa verso il Vittorio EmanueleHappy people!!Alba verso il colle del Gran ParadisoColle del Gran ParadisoColle del Gran ParadisoColle del Gran ParadisoBivacco Ivrea!Verso il colle del TeleccioUltimi tratti tecniciVerso il colle del TeleccioColle del Teleccio
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      <pubDate>Mon, 04 Apr 2016 21:30:00 GMT</pubDate>
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      <title>GRAN PARADISO HAUTE ROUTE</title>
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                    Il giro del Granpa di quest’anno si annunciava ostico. Non che mi preoccupasse l’itinerario: ormai posso dire di conoscerlo abbastanza bene, anche se, quando si gira per valli con gli sci, l’errore è sempre dietro l’angolo! C’era altro che mi preoccupava: innanzi tutto il gruppo numeroso, perché 5 giorni di scialpinismo con 4 notti in rifugio possono diventare molto lunghi se il gruppo non va d’accordo. Poi come se non bastasse si trattava di un gruppo bello eterogeneo: 4 svizzeri, 1 francese, 1 spagnolo, 2 italiani e 2 guide…..quasi quasi mi veniva da farci una  barzelletta!! Se poi ci aggiungiamo anche una meteo poco chiara fino al momento della partenza, ecco spiegato perché le ultime notti prima di raggiungere Cogne non avessi dormito molto!Per fortuna tutti i dubbi e le perplessità sembrano svanire già dalla prima sera al raggiungere il bel rifugio Sella, un migliaio di metri sopra Cogne: i 4 svizzeri sono calmi, decisi e pacati in puro stile svizzero; Greg, il ragazzotto francese è simpatico e tiene alto il morale e le conversazioni in francese; Nacho lo spagnolo trova subito altri suoi compatrioti in rifugio con cui fare baldoria e noi italiani ovviamente ce la raccontiamo basculando da una lingua all’altra!... Infine anche le previsioni meteo volgono al bello facendomi tirare un ulteriore sospiro di sollievo: tutto sembra partire col piede giusto!Il secondo giorno è quello più duro e io e Andrea (l’altra guida) ci dividiamo uno in testa al gruppo per guidare la carovana sull’itinerario corretto e uno in fondo a “raccogliere” i ritardatari. Dopo aver conquistato la Gran Serra, facciamo una veloce calata sul versante del Gran Neyro per poi fare qualche curva prima di ripellare alla volta del bivacco Sberna, ultima tappa prima di una entusiasmante discesa fino al rifugio Chabod per una lauta cena e un buon riposo. Arriviamo stanchi al rifugio ma la sera scorre via veloce tra scherzi e la consapevolezza di aver superato la parte più tecnica del percorso. Il terzo giorno si parte alla volta della cima del Gran Paradiso che raggiungeremo nel primo pomeriggio di una giornata splendida, cielo terso, assenza di vento e nessuna nuvola all’orizzonte! Infine discesa su ottima neve primaverile fino al rifugio Vittorio Emanuele  per concludere una giornata praticamente perfetta dove tutti i membri del gruppo sono riusciti a salire ad accarezzare la Madonnina del Gran Paradiso.Per il quarto giorno il meteo preannuncia peggioramenti e quindi sveglia presto per partire alla vota dei rifugio Pontese in Piemonte! Saliamo al colle del Gran Paradiso e già le prime nuvole si vedono arrivare da dietro il Monte Bianco. Per fortuna abbiamo giocato d’anticipo e ad un’ora più che corretta arriviamo al bel bivacco Ivrea per poi risalire al Colle dei Becchi dove ci aspetta una lunga discesa fino al rifugio Pontese.Al Pontese passiamo la serata di Pasqua gustando le prelibatezze di Mara e bevendo birra artigianale!!Il giorno dopo, ultimo giorno del giro, ci svegliamo ancora presto per salire al colle del Teleccio, che conquisteremo dopo più 1000mt di dislivello con partenza in un bel canale “variante” dell’itinerario classico che ci permette di scoprire un angolo veramente selvaggio della valle. Dal colle ci aspetta una discesa in “powder” attraverso la Valleille di Cogne per arrivare sci ai piedi fino alle macchine e alle tanto desiderate birre!!Ringrazio tutti i ragazzi del gruppo per la simpatia, l’impegno e il buon umore: Liesbeth, Alain, Claude, Olivier, Greg, Nacho, Monica e Francesco, tutti bravissimi! E ringrazio il collega Andrea Perron per la preziosa collaborazione durante tutti i giorni del giro.Partenza!Verso il Sella....Rifugio Sella!!Salendo verso la Gran Serra: canalino steep!Claude appena sotto la cima della Gran SerraCalata dalla Gran SerraBivacco Sberna!Discesa dal Bivacco SbernaVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoVerso il Gran ParadisoCumbre!Cresta del GranpaCumbre!Discesa verso il Vittorio EmanueleHappy people!!Alba verso il colle del Gran ParadisoColle del Gran ParadisoColle del Gran ParadisoColle del Gran ParadisoBivacco Ivrea!Verso il colle del TeleccioUltimi tratti tecniciVerso il colle del TeleccioColle del Teleccio
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      <pubDate>Mon, 04 Apr 2016 21:30:00 GMT</pubDate>
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      <title>SCOTCH ON THE ROCKS - MONT BLANC DE TACUL</title>
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                    Approfittando delle buone condizioni che si presentano in questo momento sulla parete est del Mont Blanc du Tacul, con Lorenz e William decidiamo di andare a visitare la ormai celebre Scotch on The Rocks. Questa bella linea è stata aperta da Stevie Haston e consorte negli anni '80; presenta un'arrampicata di tipico misto moderno, dove il ghiaccio è poco e l'uso sapiente e preciso di picozze e ramponi sulla roccia diventa fondamentale. Inutile dire che a parte sulle soste, in via ci saranno in totale 2-3 chiodi, quindi l'uso delle protezioni veloci è altrettanto importante.Partiamo all'alba da Milano per prendere la prima funivia a Coumayeur e arriviamo all'attacco della via che ormai sono le 11 di mattina. La classica Gabarrou-Albinoni è intasata di gente e sulla nostra linea si sono già ingaggiate un paio di cordate. Noi ci accodiamo sperando che quelli sopra di noi siano veloci. Fortunatamente entrambe le cordate si calano dopo il terzo tiro, e ci ritroviamo soli sulla nostra via!Ci alterniamo da capocordata e a me toccano il quarto e il quinto. Il quarto tiro è il tiro chiave di M7: lo salgo onsight godendomi questi bellissimi passaggi tecnici su ghiaccio fine e fessurine di granito. Usciti dal tiro "duro" pensiamo che il resto sia una passeggiata (cosa che pensano anche molte cordate che "ripetono" la via, visto che la maggior parte si cala da questo punto), ma decidiamo di continuare lo stesso e di goderci tutta la via. Invece scopriamo che i tiri finali sono tutt'altro che passeggiata: tutto è sempre molto tecnico e delicato, il ghiaccio si fa molto scarso e dobbiamo sempre  scalare con grande attenzione e concentrazione!! Lorenz mi dà il cambio da capocordata e si trova il suo bel daffare per uscire dalla via. Arriviamo in cima che ormai è pomeriggio inoltrato: giusto il tempo di fare le doppie con la luce!!Calzati di nuovo gli sci ci godiamo una discesa della Vallée Blanche al chiaro di luna e arriviamo a Chamonix a sera inoltrata....giusto il tempo di mangiare un boccone e spararci il viaggio di rientro visto che il giorno dopo lavoriamo tutti, ma questa è un'altra storia!! AvvicinamentoWilliam sul terzo tiroLa giornata è atomica!!La partenza del tiro chiave...non proprio invitante!Lorenz in uscita dal tiro chiaveOgni tanto troviamo anche un po' di ghiaccio!!Lorenz sugli ultimi tiri sempre ben impegnativi!William in uscita dall'ultimo tiroUltime luci prima di cominciare la discesa in doppiaTracciato della via - SCOTCH ON THE ROCKS  (350mt, ED, IV, M7)
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      <pubDate>Tue, 22 Mar 2016 17:52:00 GMT</pubDate>
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                    Approfittando delle buone condizioni che si presentano in questo momento sulla parete est del Mont Blanc du Tacul, con Lorenz e William decidiamo di andare a visitare la ormai celebre Scotch on The Rocks. Questa bella linea è stata aperta da Stevie Haston e consorte negli anni '80; presenta un'arrampicata di tipico misto moderno, dove il ghiaccio è poco e l'uso sapiente e preciso di picozze e ramponi sulla roccia diventa fondamentale. Inutile dire che a parte sulle soste, in via ci saranno in totale 2-3 chiodi, quindi l'uso delle protezioni veloci è altrettanto importante.Partiamo all'alba da Milano per prendere la prima funivia a Coumayeur e arriviamo all'attacco della via che ormai sono le 11 di mattina. La classica Gabarrou-Albinoni è intasata di gente e sulla nostra linea si sono già ingaggiate un paio di cordate. Noi ci accodiamo sperando che quelli sopra di noi siano veloci. Fortunatamente entrambe le cordate si calano dopo il terzo tiro, e ci ritroviamo soli sulla nostra via!Ci alterniamo da capocordata e a me toccano il quarto e il quinto. Il quarto tiro è il tiro chiave di M7: lo salgo onsight godendomi questi bellissimi passaggi tecnici su ghiaccio fine e fessurine di granito. Usciti dal tiro "duro" pensiamo che il resto sia una passeggiata (cosa che pensano anche molte cordate che "ripetono" la via, visto che la maggior parte si cala da questo punto), ma decidiamo di continuare lo stesso e di goderci tutta la via. Invece scopriamo che i tiri finali sono tutt'altro che passeggiata: tutto è sempre molto tecnico e delicato, il ghiaccio si fa molto scarso e dobbiamo sempre  scalare con grande attenzione e concentrazione!! Lorenz mi dà il cambio da capocordata e si trova il suo bel daffare per uscire dalla via. Arriviamo in cima che ormai è pomeriggio inoltrato: giusto il tempo di fare le doppie con la luce!!Calzati di nuovo gli sci ci godiamo una discesa della Vallée Blanche al chiaro di luna e arriviamo a Chamonix a sera inoltrata....giusto il tempo di mangiare un boccone e spararci il viaggio di rientro visto che il giorno dopo lavoriamo tutti, ma questa è un'altra storia!! AvvicinamentoWilliam sul terzo tiroLa giornata è atomica!!La partenza del tiro chiave...non proprio invitante!Lorenz in uscita dal tiro chiaveOgni tanto troviamo anche un po' di ghiaccio!!Lorenz sugli ultimi tiri sempre ben impegnativi!William in uscita dall'ultimo tiroUltime luci prima di cominciare la discesa in doppiaTracciato della via - SCOTCH ON THE ROCKS  (350mt, ED, IV, M7)
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      <pubDate>Tue, 22 Mar 2016 17:52:00 GMT</pubDate>
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      <title>PATAGONIA 2015</title>
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                    Per la fine del 2015 ci siamo riservati il privilegio di un viaggio coi fiocchi: la Patagonia! Viaggio questo sia verticale e alpinistico alla scoperta di questi luoghi tanto lontani quanto famosi ma anche viaggio-vacanza in famiglia dato che tutta la mia famiglia mi ha seguito a El Chalten per un mesetto a cavallo tra dicembre 2015 e gennaio 2016!Poter combinare vacanze in famiglia e alpinismo in questi luoghi è possibile in quanto a El Chalten ci sono tutte le comodità di un qualsiasi paese di montagna delle alpi con innumerevoli possibilità di bellissime passeggiate ed escursioni nelle vicinanze…...Resta comunque il fatto che passare un mese nello stesso posto non è forse l’ideale in termini di “turismo”, ma devo ammettere che in vita mia ho avuto tante fortune e forse la più grande è stata quella di incontrare una persona come Domi che capisce le mie passioni e le condivide e sa apprezzare le occasioni che la vita le offre così come arrivano. Alla fine comunque, nonostante le paure iniziali di partire così lontano con i bambini piccoli, abbiamo passato delle bellissime vacanze in famiglia e i bambini si sono divertiti come matti durante tutto il viaggio.Partiamo un po' carichi!Eccoci arrivati!!Panorama da El Chalten!Ma veniamo ora agli aspetti alpinistici della nostra visita in Patagonia. Inizialmente il viaggio era stato programmato insieme all’amico William che aveva la possibilità di viaggiare più o meno durante lo stesso nostro periodo. Detto questo a El Chalten la comunità di alpinisti è abbastanza aperta e ci si può facilmente aggregare a qualcuno nel caso ci si ritrovi senza partner. Risolto questo aspetto resta de valutare il meteo, le condizioni e in base a questi ultimi definire gli obiettivi. Io personalmente come “prima volta” in Patagonia avevo come obiettivo principale quello di scoprire luoghi nuovi e capire gli stili e le strategie da adottare qui, non mi ero prefissato nessuna via o montagna come obiettivo principale. Fitz Roy e Cerro Torre sono ovviamente le montagne più famose della zona e quelle più “popolari”: è anche vero però che sulle vie più gettonate di queste montagne, durante le finestre di bel tempo, si concentrano la maggioranza delle cordate. Le condizioni da noi trovate al nostro arrivo erano molto secche: l’inverno aveva portato poche precipitazioni e il mese di novembre era stato molto caldo e soleggiato, insomma condizioni ideali per fare vie di roccia più che di misto. Purtroppo però il meteo durante praticamente tutto il mese di dicembre è stato davvero pessimo: in totale abbiamo visto forse un paio di giornate di bel tempo e ovviamente non una di fila all’altra! Con William ne approfittiamo per fare qualche giro esplorativo della regione e facciamo un paio di tentativi cercando di sfruttare le due giornate di bel tempo che il meteo ci offre: la prima volta ci spingiamo (insieme anche a Luchino che si unisce a noi per l’occasione) fino al famoso “circo de los altares” alla base del Cerro Torre ma, nonostante la magnifica giornata che ci attendeva, siamo costretti a rinunciare a salire la montagna a causa di una forte nevicata che praticamente sommerge la nostra tenda. La seconda volta saliamo il ghiacciaio alla base del Fitz Roy ma William si sente male e siamo obbligati a fare dietrofront. Insomma fino a Natale non si combina gran che in montagna e sono davvero contento che la mia famiglia sia con me per poter approfittare di un vero periodo di vacanza con loro che ci mancava ormai da tanto tempo. Poco prima di Natale arrivano anche gli amici Ale e Claudia e il giorno di Natale lo passiamo tutti insieme nella nostra “cabaña” strafogandoci di “asado” mentre fuori nevica come fosse pieno inverno!! Ovviamente le condizioni sulle montagne cambiano drasticamente: le precipitazioni hanno portato molta neve che inevitabilmente si accumula sulle cenge e va a intasare le fessure.Io e William nella nostra "snowcave" durante il nostro primo giretto a Paso SuperiorRisveglio al "Circo de Los Altares" decisamente "bianco" dopo una notte di intense nevicate (sullo sfondo l'imponente gruppo del Cerro Torre)Per fine anno però si annuncia una finestra di qualche giorno di bel tempo: finalmente sembra si possa avere qualche giornata decente per poter scalare!! Le montagne sono però cariche di neve e quindi bisogna scegliere con attenzione l’itinerario da percorrere. William ha l’aereo di ritorno proprio a fine anno e decide che ne ha abbastanza della Patagonia: durante quest’ultima finestra non scalerà, viaggio decisamente sfortunato il suo, se ne ritornerà in Europa senza aver fatto neanche un tiro di corda qui. Io quindi mi aggrego a Ale e Claudia in modo da formare una cordata da 3 persone (numero ideale spartirsi i pesi e per poter gestire eventuali situazioni di emergenza).C’è da dire che Ale (Baù) è decisamente un VIP e come tutti i VIP conosce gente importante. Veniamo quindi consigliati “nientepocodimenoche” da Rolo Garibotti in persona che ci raccomanda una bella via sulla Poincenot, la “Carrington-Rouse”: un viaggio alpino molto lungo dice lui, avvicinamento complesso e ambiente super ma difficoltà tecniche abbastanza moderate, il che dovrebbe rendere la cosa fattibile nonostante la tanta neve presente. La “Aguja Poincenot” è una bella guglia che si staglia imponente a ovest del Fitz Roy e la cui cima viene abitualmente raggiunta per la via Whillans-Cochrane, che in pratica è la “normale” della montagna: percorre una rampa di neve e misto non banale partendo dal ghiacciaio del Fitz Roy per poi continuare su una facile cresta fino in cima.  La nostra via invece sale dal versante opposto: per raggiungerla dobbiamo percorrere la valle tra Fitz Roy e Cerro Torre fino a raggiungere il bivacco detto “Polacos” per poi risalire un sistema di fessure di una rampa sul versante ovest della montagna. Partiamo il primo giorno di buon ora da El Chlten, l’idea è quella di raggiungere in giornata una cengia posta al di sopra del bivacco “Polacos” in modo da guadagnare qualche ora di salita il giorno dopo. Partiamo alle 6 di mattina, percorriamo il popolare trekking fino alla “Laguna Torre”, qui costeggiamo il lago alla sua sinistra e mettiamo piede sul ghiacciaio che forma la valle che divide il gruppo del Cerro Torre da quello del Fitz Roy per poi risalire fino al bivacco detto “Niponino” e puntare verso “Polacos”, posto sul versante opposto della valle. Superiamo “Polacos” e continuiamo verso l’alto sulla morena fino ad entrare nel canale che scende tra la Aguja Poincenot e la Aguja Desmochada dove incontriamo già molta neve. Sulla neve si sfonda molto essendo ormai pomeriggio, quindi appena possiamo ci portiamo sulle rocce laterali del canale e facciamo qualche tiro di corda per arrivare infine alla nostra cengia da bivacco che sono ormai le 5 del pomeriggio. Montiamo in fretta la tenda e in breve siamo al caldo nei nostri sacchi a pelo a riposarci e a mangiare.Guado patagonico sulla strada verso Niponino (foto: A.Baù)La morena che ci porterà al ghiacciaio (foto: A. Baù)Sul ghiacciaio nella valle del Torre (foto: A. Baù)Il Cerro Torre fa capolino tra le nuvoleSulla morena quasi arrivati a "Polacos" (foto: A. Baù)Salendo il canale di neve verso l'attacco della via (foto: A. Baù)Primo bivacco (foto: A. Baù)Il giorno dopo partiamo alle prime luci e risaliamo ancora il canale fino alla rampa dove attacca la nostra via. Inizialmente facciamo qualche tiro di misto alternato a pendii di neve poi ci teniamo sulle rocce di destra che sono decisamente più pulite dalla neve e possiamo arrampicare più facilmente. Tenendoci a destra della linea originale però, più in alto siamo costretti a fare un lungo traverso verso sinistra con passaggi in placca e un tiro di misto davvero non banali. Tornati sulla linea originale andiamo a prendere il sistema di fessure dove si concentrano le difficoltà tecniche della via: fessure che però troviamo spesso intasate di ghiaccio e la progressione diventa inevitabilmente lenta e macchinosa. Ci avviciniamo comunque alla fine di questa grande rampa caratteristica della nostra via che termina sulla spalla della montagna, circa 300mt al di sotto della vetta. Sull’ultimo tiro della rampa c’è talmente tanto ghiaccio che praticamente è una goulotte e la superiamo con tanto di piolet-traction e passi di misto (mai banali) e finalmente mettiamo piede sulla spalla della Poincenot dove troviamo uno spiazzo perfetto per montare la tenda e per il nostro secondo bivacco. La vista da qui è stupenda e ci godiamo uno spettacolare tramonto patagonico. Il sottoscritto sul primo tiro: subito del sano misto! (foto: A. Baù)Ale finalmente può mettere le scarpette e seguire fessure asciutte!Ale sale cercando la linea con meno neve...Il sottoscritto all'uscita del complesso traverso che ci ha riportato sulla via originale (foto: A. Baù)                   Il traverso visto dall'alto!Ale attacca le fessure della rampa che troverà spesso bagnate e piene di ghiaccio! Secondo bivacco!! (foto: A. Baù) Ancora un po' di strada ci attende prima della cima...Autoscatto al tramonto (foto: A. Baù)Tramonto sulla valle del TorreIl giorno dopo ripartiamo alle prime luci nella speranza di percorrere rapidamente gli ultimi 300mt della via, dove le difficoltà dovrebbero essere moderate. In effetti possiamo scalare con gli scarponi ma gli ultimi 300mt di dislivello si rivelano in realtà dallo sviluppo molto superiore dato che zig-zaghiamo qua e là alla ricerca del punto più semplice per passare: alla fine contiamo 10-12 tiri, tutti sui 50mt, e alle 11 di mattina arriviamo in cima dove ci godiamo ancora un bellissimo panorama a 360°. Foto e selfie di vetta di rito e via, partiamo a fare le doppie sul versante opposto per scendere sul ghiacciaio del Fitz Roy. Alle due del pomeriggio arriviamo sopra un canale che scende sul ghiacciaio che però è molto carico di neve ed è in pieno sole: per prudenza ci fermiamo in attesa che vada in ombra in modo da poter scendere in sicurezza. Per fortuna il canale non ci mette molto ad andare in ombra e verso le quattro e mezza riprendiamo a scendere le ultime doppie che ci depositano sul ghiacciaio al di là della terminale. Qui la neve è marcia che più marcia non si può, sprofondiamo fino al ginocchio! Nonostante sia già tardi continuiamo a scendere, anche perché abbiamo finito le scorte di cibo e l’idea di un terzo bivacco a digiuno non ci allieta molto. Ci pappiamo quindi tutta d’un fiato l’infinita discesa da Paso Superior, Laguna de Los Tres, campamento Poincenot e infine arriviamo a El Chalten che ormai è mezzanotte passata: è il 31 dicembre e la gente per le strade brinda all’Anno Nuovo!!Primi tiri con panorama mozzafiatoSaliamo veloci ma la strada è ancora lunga!Ale finalmente battaglia con l'ultimo tiro!Cumbre!!Vista dalla vetta sul Torre.......e sul Fitz!Si scende! (foto: A. Baù)Doppie belle verticali!Siesta aspettando che il pendio sotto di noi vada in ombra (foto: A. Baù)Finalmente sul ghiacciaio ci dirigiamo verso Paso Superior (foto: A. Baù)Autoscatto a "Laguna de Los Tres" con alle spalle il gruppo del Fitz RoyDopo il nostro Capodanno un po’ fuori dagli schemi un’altra finestra si prospetta all’orizzonte proprio prima della nostra partenza, il meteo sembra finalmente aver cambiato tendenza! William è ormai partito e per quest’ultima finestra facciamo sempre cordata con Ale e Claudia: adesso le condizioni generali sono migliorate, le pareti si sono relativamente ben asciugate e noi decidiamo di andare a fare visita a una delle lavagne di granito più impressionanti del pianeta: la parete ovest del Cerro Piergiorgio. Partiamo come al solito per una lunga giornata di avvicinamento: questa volta si passa per il rifugio Piedra del Fraile per poi risalire lungo il lago Electrico fino al ghiacciaio Marconi del quale risaliamo il suo braccio meridionale fino alla base della parete che raggiungiamo in 8/9 ore. Qui montiamo la tenda e ci riposiamo: per l’indomani il programma è quello di salire la parte più impegnativa della via Greenpeace per raggiungere delle cenge, sulle quali vorremmo bivaccare, poste al di sotto dei camini che danno accesso alla cresta sommitale e quindi alla vetta, che contiamo raggiungere il mattino dopo il bivacco in parete.Il Cerro Piergiorgio fa capolino in fondo al Glaciar MarconiAttraversando il Glaciar Marconi Sur (foto: Ale Baù)L'imponente parete nord-ovest del Cerro PiergiorgioLa morena che ci porta al nostro bivacco e la valle attraversata durante l'avvicinamentoAmbiente super!Bivacco 5 stelle!Attacchiamo la via con le prime luci e dopo i primi tiri con roccia un po’ rotta la scalata diventa molto piacevole su granito di buona qualità e ottime fessure. La via non è mai banale e la scalata è sempre esigente e fisica. In parete ci muoviamo con un saccone che viene recuperato dal primo di cordata e due zaini che vengono portati dai secondi di cordata (abbiamo con noi tutto il materiale da bivacco più scarponi e ramponi per uscire in vetta). Saliamo comunque il più velocemente possibile, la giornata è magnifica, il sole ci scalda e i panorami sono mozzafiato (su questa parete più si sale, più lo sguardo può spaziare sulla vastità dello Hielo Continental). Verso le sei del pomeriggio, dopo aver salito 14 tiri di corda e quasi 600mt di parete, arriviamo in prossimità delle cenge dove dovremmo bivaccare ma troviamo un’amara sorpresa: la parte alta della parete è molto bagnata e i camini dove dovremmo uscire oltre ad essere intasati di ghiaccio (come consuetudine), si sono trasformati in vere e proprie cascate d’acqua che cola dall’alto (molto probabilmente la grande quantità di neve caduta nell’ultimo periodo e che si è accumulata sulla cresta del Piergiorgio è un serbatoio ancora bello potente che alimenta tutta l’acqua che ci arriva in testa). Già nella posizione in cui siamo ci ritroviamo sotto la caduta dell’acqua e siamo costretti a metterci i gusci per non ritrovarci bagnati fradici e come se non bastasse la caduta d’acqua è accompagnata a tratti da blocchi di ghiaccio più o meno grandi che si staccano dalle rocce soprastanti. Ci rendiamo subito conto che proseguire in quelle condizioni sarebbe molto problematico oltre che molto pericoloso e quindi decidiamo a malincuore di fare dietrofront e di scendere piuttosto che bivaccare con quelle condizioni. Dopo una serie infinita di doppie raggiungiamo la nostra amata tenda che ormai è mezzanotte. L’indomani però possiamo prendercela con comodo e dopo un’abbondante colazione ripartiamo per un’altra lunga giornata di cammino per rientrare a El Chalten: forse un po’ delusi di non essere arrivati in cima ma comunque consapevoli, e per quanto mi riguarda fieri, di aver vissuto una bellissima avventura verticale su una parete impressionante. Primi tiriSi scala sempre su fessure atletiche (foto: A. Baù)Sempre più su ... (foto: A. Baù)Parete impressionante (foto: A. Baù)Finalmente arriva anche il sole a scaldarci (foto: A. Baù)Ale sulla dura e molto estetica fessura del nono tiroUltimo tiro prima di raggiungere le cenge del bivacco: siamo costretti a mettere le giacche perché già "piove acqua dall'alto!Selfie in parete! (foto: A. Baù)Di ritorno alla tenda a notte fonda (foto A. Baù)La mattina dopo il sole fa di nuovo capolino dietro al PiergiorgioGuado avventuroso del Rio Fitz Roy sulla strada de rientro verso ElChaltenPATAGONIA: CONSIGLI PER L’USOSulla Patagonia si è scritto e i scriverà molto, io qui voglio solo dare qualche consiglio pratico, che deriva dalla mia esperienza personale, a chi magari ha intenzione di recarsi in questi luoghi ed è alla ricerca di informazioni a riguardo.El Chalten visto dalla cima dell'Aguja PoincenotPer arrivare a El Chalten bisogna volare a El Calafate e da qui si prende un bus che in tre orette vi depositerà a destinazione. Tra le diverse compagnie aeree noi abbiamo volato con la LAN-TAM che di default permette di imbarcare 2 bagagli da 32 Kg sui voli internazionali, il che, quando si ha un po’ di materiale alpinistico da trasportare, non è male. A El Chalten ci sono diversi negozi di materiale da montagna ma tenete presente che qualsiasi cosa costa almeno il doppio di quanto la paghereste in Europa (uomo avvisato….). In loco noi abbiamo comprato solo le bombolette di gas e ovviamente cibo (pasti disidratati e barrette ce li siamo portati da casa, lì non si trova gran che). C’è anche la possibilità di noleggiare del materiale in caso di bisogno (noi per esempio abbiamo noleggiato le ciaspole per andare fino al “circo de los altares”). L’alloggio ovviamente dipende dal vostro budget: in generale El Chalten nella stagione estiva è molto cara e i prezzi sono “Europei” se non peggio: considerate in media un 15€ a persona a notte in ostello (di solito in camere con bagni in comune) e qualcosina in più se volete affittarvi una casetta (loro le chiamano cabañas). Detto questo in paese avete tutte le comodità: bar, ristoranti, supermercati e in generale un’ambiente molto “festoso”. Trovate anche la connessione Wi-fi un po' dappertutto (anche se internet è spesso molto lento, soprattutto durante i periodi di grande affluenza turistica), mentre la rete telefonica mobile è praticamente assente (all'entrata del paese trovate però un "locutorio" da cui si possono fare telefonate in tutto il mondo a prezzi economici).Poincenot e Fitz Roy visti da Paso Superior durante una mattina con meteo perfetto!Per quanto riguarda l’arrampicata la “Bibbia” della Patagonia è senza dubbio la guida “Patagonia Vertical” di Rolando Garibotti e compagna che potete ordinare senza problemi online sul sito www.pataclimb.com scrivendogli una mail e pagando via paypal. Sulla guida trovate un sacco di informazioni generali sulle strategie da adottare, sull'ambiente, il clima e come consultare le previsioni meteo sui vari modelli. Riguardo al meteo bisogna però aprire una parentesi. I siti che vanno per la maggiore per consultare le previsioni sono sicuramente quelli del NOA e WINDGURU. Personalmente ho trovato che il sevizio del NOA (meteogram) è stato quello più preciso durante la nostra permanenza. Mi ero anche abbonato al servizio "foercast2phone" menzionato nella guida di Garibotti ma per quanto mi riguarda non ne hanno azzeccata una, quindi sconsiglio di utilizzarlo. Tutte queste previsioni però seguono dei modelli che, dato la complessità del clima della zona possono facilmente sbagliare, quindi è assolutamente impensabile pensare di avere previsioni meteo precise come siamo abituati sulle Alpi. Saper consultare le mappe meteorologiche senz'altro aiuta a capire quanto una previsione sia affidabile o quanto sia incerta, ma questo non tutti lo sanno fare. Lunghi periodi di tempo instabile in Patagonia non sono rari: durante la nostra permanenza molti alpinisti arrivati a fine novembre e ripartiti subito dopo Natale non sono riusciti a scalare assolutamente niente. Intorno a El Chalten ci sono falesie e blocchi dove poter passare le giornate di tempo incerto ma sicuramente non valgono da sole il viaggio fin laggiù.Panorama impagabile su Laguna de los Tres e Lago ViedmaUna volta individuata la finestra di bel tempo la scelta dell’itinerario è il passo successivo. In generale in questi luoghi vige il principio della prudenza: bisogna considerare che qualsiasi via si voglia percorrere richiede almeno una giornata d’avvicinamento e una giornata per il rientro. In alcuni casi questi tempi sono anche raddoppiati (per esempio sulla celeberrima Via dei Ragni sul Cerro Torre). In caso di incidente non ci sono elicotteri che possono venire a prendervi in parete e in generale le finestre di bel tempo non durano più di 3-4 giorni per cui il tempo che un eventuale membro della cordata ci metterebbe a rientrare per dare l’allarme potrebbe facilmente compromettere la possibilità che una squadra di soccorsi possa raggiungere il punto dove si è verificato l’incidente. Avere un telefono satellitare può essere una buona idea per poter ridurre di molto questi tempi ma in ogni caso è imprescindibile conoscere tutte le manovre di autosoccorso in parete e su ghiacciaio e muoversi in cordate di almeno 3 persone è molto consigliabile sia per dividersi i pesi da trasportare, sia per facilitare l’autosoccorso in caso di incidente. Per cui il consiglio è quello di scegliere itinerari tecnicamente alla portata della vostra cordata e in caso di dubbio su itinerari e condizioni farsi consigliare da alpinisti più esperti (o perlomeno con un po' di esperienza di salite in questi luoghi). Oltre al meteo nella scelta dell’itinerario bisogna tenere in considerazione anche le temperature: in Patagonia può fare molto freddo ma può fare anche molto caldo e certi itinerari con temperature elevate possono diventare molto pericolosi.Alba sul ghiacciaio con vista sul lago ViedmaIn genere la strategia adottata da molte cordate è quella di individuare un obiettivo e quindi portare materiale e cibo al campo avanzato in prossimità di tale obiettivo per poi salire leggeri e veloci quando arriva la finestra giusta. Nel nostro caso, non avendo un obiettivo particolare ma decidendo di volta in volta cosa fare, siamo sempre partiti da El Chalten con tutto il materiale e il cibo per la salita: se siete abbastanza snelli e essenziali nelle vostre salite anche così facendo non avrete problemi! Comunque vada, qualsiasi via decidiate di salire qui vi assicuro che sarà una bella avventura e lascerà un ricordo indelebile nella vostra memoria. Buone salite a tutti!Alba sul gruppo del Cerro Torre
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      <pubDate>Thu, 21 Jan 2016 15:50:00 GMT</pubDate>
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                    Per la fine del 2015 ci siamo riservati il privilegio di un viaggio coi fiocchi: la Patagonia! Viaggio questo sia verticale e alpinistico alla scoperta di questi luoghi tanto lontani quanto famosi ma anche viaggio-vacanza in famiglia dato che tutta la mia famiglia mi ha seguito a El Chalten per un mesetto a cavallo tra dicembre 2015 e gennaio 2016!Poter combinare vacanze in famiglia e alpinismo in questi luoghi è possibile in quanto a El Chalten ci sono tutte le comodità di un qualsiasi paese di montagna delle alpi con innumerevoli possibilità di bellissime passeggiate ed escursioni nelle vicinanze…...Resta comunque il fatto che passare un mese nello stesso posto non è forse l’ideale in termini di “turismo”, ma devo ammettere che in vita mia ho avuto tante fortune e forse la più grande è stata quella di incontrare una persona come Domi che capisce le mie passioni e le condivide e sa apprezzare le occasioni che la vita le offre così come arrivano. Alla fine comunque, nonostante le paure iniziali di partire così lontano con i bambini piccoli, abbiamo passato delle bellissime vacanze in famiglia e i bambini si sono divertiti come matti durante tutto il viaggio.Partiamo un po' carichi!Eccoci arrivati!!Panorama da El Chalten!Ma veniamo ora agli aspetti alpinistici della nostra visita in Patagonia. Inizialmente il viaggio era stato programmato insieme all’amico William che aveva la possibilità di viaggiare più o meno durante lo stesso nostro periodo. Detto questo a El Chalten la comunità di alpinisti è abbastanza aperta e ci si può facilmente aggregare a qualcuno nel caso ci si ritrovi senza partner. Risolto questo aspetto resta de valutare il meteo, le condizioni e in base a questi ultimi definire gli obiettivi. Io personalmente come “prima volta” in Patagonia avevo come obiettivo principale quello di scoprire luoghi nuovi e capire gli stili e le strategie da adottare qui, non mi ero prefissato nessuna via o montagna come obiettivo principale. Fitz Roy e Cerro Torre sono ovviamente le montagne più famose della zona e quelle più “popolari”: è anche vero però che sulle vie più gettonate di queste montagne, durante le finestre di bel tempo, si concentrano la maggioranza delle cordate. Le condizioni da noi trovate al nostro arrivo erano molto secche: l’inverno aveva portato poche precipitazioni e il mese di novembre era stato molto caldo e soleggiato, insomma condizioni ideali per fare vie di roccia più che di misto. Purtroppo però il meteo durante praticamente tutto il mese di dicembre è stato davvero pessimo: in totale abbiamo visto forse un paio di giornate di bel tempo e ovviamente non una di fila all’altra! Con William ne approfittiamo per fare qualche giro esplorativo della regione e facciamo un paio di tentativi cercando di sfruttare le due giornate di bel tempo che il meteo ci offre: la prima volta ci spingiamo (insieme anche a Luchino che si unisce a noi per l’occasione) fino al famoso “circo de los altares” alla base del Cerro Torre ma, nonostante la magnifica giornata che ci attendeva, siamo costretti a rinunciare a salire la montagna a causa di una forte nevicata che praticamente sommerge la nostra tenda. La seconda volta saliamo il ghiacciaio alla base del Fitz Roy ma William si sente male e siamo obbligati a fare dietrofront. Insomma fino a Natale non si combina gran che in montagna e sono davvero contento che la mia famiglia sia con me per poter approfittare di un vero periodo di vacanza con loro che ci mancava ormai da tanto tempo. Poco prima di Natale arrivano anche gli amici Ale e Claudia e il giorno di Natale lo passiamo tutti insieme nella nostra “cabaña” strafogandoci di “asado” mentre fuori nevica come fosse pieno inverno!! Ovviamente le condizioni sulle montagne cambiano drasticamente: le precipitazioni hanno portato molta neve che inevitabilmente si accumula sulle cenge e va a intasare le fessure.Io e William nella nostra "snowcave" durante il nostro primo giretto a Paso SuperiorRisveglio al "Circo de Los Altares" decisamente "bianco" dopo una notte di intense nevicate (sullo sfondo l'imponente gruppo del Cerro Torre)Per fine anno però si annuncia una finestra di qualche giorno di bel tempo: finalmente sembra si possa avere qualche giornata decente per poter scalare!! Le montagne sono però cariche di neve e quindi bisogna scegliere con attenzione l’itinerario da percorrere. William ha l’aereo di ritorno proprio a fine anno e decide che ne ha abbastanza della Patagonia: durante quest’ultima finestra non scalerà, viaggio decisamente sfortunato il suo, se ne ritornerà in Europa senza aver fatto neanche un tiro di corda qui. Io quindi mi aggrego a Ale e Claudia in modo da formare una cordata da 3 persone (numero ideale spartirsi i pesi e per poter gestire eventuali situazioni di emergenza).C’è da dire che Ale (Baù) è decisamente un VIP e come tutti i VIP conosce gente importante. Veniamo quindi consigliati “nientepocodimenoche” da Rolo Garibotti in persona che ci raccomanda una bella via sulla Poincenot, la “Carrington-Rouse”: un viaggio alpino molto lungo dice lui, avvicinamento complesso e ambiente super ma difficoltà tecniche abbastanza moderate, il che dovrebbe rendere la cosa fattibile nonostante la tanta neve presente. La “Aguja Poincenot” è una bella guglia che si staglia imponente a ovest del Fitz Roy e la cui cima viene abitualmente raggiunta per la via Whillans-Cochrane, che in pratica è la “normale” della montagna: percorre una rampa di neve e misto non banale partendo dal ghiacciaio del Fitz Roy per poi continuare su una facile cresta fino in cima.  La nostra via invece sale dal versante opposto: per raggiungerla dobbiamo percorrere la valle tra Fitz Roy e Cerro Torre fino a raggiungere il bivacco detto “Polacos” per poi risalire un sistema di fessure di una rampa sul versante ovest della montagna. Partiamo il primo giorno di buon ora da El Chlten, l’idea è quella di raggiungere in giornata una cengia posta al di sopra del bivacco “Polacos” in modo da guadagnare qualche ora di salita il giorno dopo. Partiamo alle 6 di mattina, percorriamo il popolare trekking fino alla “Laguna Torre”, qui costeggiamo il lago alla sua sinistra e mettiamo piede sul ghiacciaio che forma la valle che divide il gruppo del Cerro Torre da quello del Fitz Roy per poi risalire fino al bivacco detto “Niponino” e puntare verso “Polacos”, posto sul versante opposto della valle. Superiamo “Polacos” e continuiamo verso l’alto sulla morena fino ad entrare nel canale che scende tra la Aguja Poincenot e la Aguja Desmochada dove incontriamo già molta neve. Sulla neve si sfonda molto essendo ormai pomeriggio, quindi appena possiamo ci portiamo sulle rocce laterali del canale e facciamo qualche tiro di corda per arrivare infine alla nostra cengia da bivacco che sono ormai le 5 del pomeriggio. Montiamo in fretta la tenda e in breve siamo al caldo nei nostri sacchi a pelo a riposarci e a mangiare.Guado patagonico sulla strada verso Niponino (foto: A.Baù)La morena che ci porterà al ghiacciaio (foto: A. Baù)Sul ghiacciaio nella valle del Torre (foto: A. Baù)Il Cerro Torre fa capolino tra le nuvoleSulla morena quasi arrivati a "Polacos" (foto: A. Baù)Salendo il canale di neve verso l'attacco della via (foto: A. Baù)Primo bivacco (foto: A. Baù)Il giorno dopo partiamo alle prime luci e risaliamo ancora il canale fino alla rampa dove attacca la nostra via. Inizialmente facciamo qualche tiro di misto alternato a pendii di neve poi ci teniamo sulle rocce di destra che sono decisamente più pulite dalla neve e possiamo arrampicare più facilmente. Tenendoci a destra della linea originale però, più in alto siamo costretti a fare un lungo traverso verso sinistra con passaggi in placca e un tiro di misto davvero non banali. Tornati sulla linea originale andiamo a prendere il sistema di fessure dove si concentrano le difficoltà tecniche della via: fessure che però troviamo spesso intasate di ghiaccio e la progressione diventa inevitabilmente lenta e macchinosa. Ci avviciniamo comunque alla fine di questa grande rampa caratteristica della nostra via che termina sulla spalla della montagna, circa 300mt al di sotto della vetta. Sull’ultimo tiro della rampa c’è talmente tanto ghiaccio che praticamente è una goulotte e la superiamo con tanto di piolet-traction e passi di misto (mai banali) e finalmente mettiamo piede sulla spalla della Poincenot dove troviamo uno spiazzo perfetto per montare la tenda e per il nostro secondo bivacco. La vista da qui è stupenda e ci godiamo uno spettacolare tramonto patagonico. Il sottoscritto sul primo tiro: subito del sano misto! (foto: A. Baù)Ale finalmente può mettere le scarpette e seguire fessure asciutte!Ale sale cercando la linea con meno neve...Il sottoscritto all'uscita del complesso traverso che ci ha riportato sulla via originale (foto: A. Baù)                   Il traverso visto dall'alto!Ale attacca le fessure della rampa che troverà spesso bagnate e piene di ghiaccio! Secondo bivacco!! (foto: A. Baù) Ancora un po' di strada ci attende prima della cima...Autoscatto al tramonto (foto: A. Baù)Tramonto sulla valle del TorreIl giorno dopo ripartiamo alle prime luci nella speranza di percorrere rapidamente gli ultimi 300mt della via, dove le difficoltà dovrebbero essere moderate. In effetti possiamo scalare con gli scarponi ma gli ultimi 300mt di dislivello si rivelano in realtà dallo sviluppo molto superiore dato che zig-zaghiamo qua e là alla ricerca del punto più semplice per passare: alla fine contiamo 10-12 tiri, tutti sui 50mt, e alle 11 di mattina arriviamo in cima dove ci godiamo ancora un bellissimo panorama a 360°. Foto e selfie di vetta di rito e via, partiamo a fare le doppie sul versante opposto per scendere sul ghiacciaio del Fitz Roy. Alle due del pomeriggio arriviamo sopra un canale che scende sul ghiacciaio che però è molto carico di neve ed è in pieno sole: per prudenza ci fermiamo in attesa che vada in ombra in modo da poter scendere in sicurezza. Per fortuna il canale non ci mette molto ad andare in ombra e verso le quattro e mezza riprendiamo a scendere le ultime doppie che ci depositano sul ghiacciaio al di là della terminale. Qui la neve è marcia che più marcia non si può, sprofondiamo fino al ginocchio! Nonostante sia già tardi continuiamo a scendere, anche perché abbiamo finito le scorte di cibo e l’idea di un terzo bivacco a digiuno non ci allieta molto. Ci pappiamo quindi tutta d’un fiato l’infinita discesa da Paso Superior, Laguna de Los Tres, campamento Poincenot e infine arriviamo a El Chalten che ormai è mezzanotte passata: è il 31 dicembre e la gente per le strade brinda all’Anno Nuovo!!Primi tiri con panorama mozzafiatoSaliamo veloci ma la strada è ancora lunga!Ale finalmente battaglia con l'ultimo tiro!Cumbre!!Vista dalla vetta sul Torre.......e sul Fitz!Si scende! (foto: A. Baù)Doppie belle verticali!Siesta aspettando che il pendio sotto di noi vada in ombra (foto: A. Baù)Finalmente sul ghiacciaio ci dirigiamo verso Paso Superior (foto: A. Baù)Autoscatto a "Laguna de Los Tres" con alle spalle il gruppo del Fitz RoyDopo il nostro Capodanno un po’ fuori dagli schemi un’altra finestra si prospetta all’orizzonte proprio prima della nostra partenza, il meteo sembra finalmente aver cambiato tendenza! William è ormai partito e per quest’ultima finestra facciamo sempre cordata con Ale e Claudia: adesso le condizioni generali sono migliorate, le pareti si sono relativamente ben asciugate e noi decidiamo di andare a fare visita a una delle lavagne di granito più impressionanti del pianeta: la parete ovest del Cerro Piergiorgio. Partiamo come al solito per una lunga giornata di avvicinamento: questa volta si passa per il rifugio Piedra del Fraile per poi risalire lungo il lago Electrico fino al ghiacciaio Marconi del quale risaliamo il suo braccio meridionale fino alla base della parete che raggiungiamo in 8/9 ore. Qui montiamo la tenda e ci riposiamo: per l’indomani il programma è quello di salire la parte più impegnativa della via Greenpeace per raggiungere delle cenge, sulle quali vorremmo bivaccare, poste al di sotto dei camini che danno accesso alla cresta sommitale e quindi alla vetta, che contiamo raggiungere il mattino dopo il bivacco in parete.Il Cerro Piergiorgio fa capolino in fondo al Glaciar MarconiAttraversando il Glaciar Marconi Sur (foto: Ale Baù)L'imponente parete nord-ovest del Cerro PiergiorgioLa morena che ci porta al nostro bivacco e la valle attraversata durante l'avvicinamentoAmbiente super!Bivacco 5 stelle!Attacchiamo la via con le prime luci e dopo i primi tiri con roccia un po’ rotta la scalata diventa molto piacevole su granito di buona qualità e ottime fessure. La via non è mai banale e la scalata è sempre esigente e fisica. In parete ci muoviamo con un saccone che viene recuperato dal primo di cordata e due zaini che vengono portati dai secondi di cordata (abbiamo con noi tutto il materiale da bivacco più scarponi e ramponi per uscire in vetta). Saliamo comunque il più velocemente possibile, la giornata è magnifica, il sole ci scalda e i panorami sono mozzafiato (su questa parete più si sale, più lo sguardo può spaziare sulla vastità dello Hielo Continental). Verso le sei del pomeriggio, dopo aver salito 14 tiri di corda e quasi 600mt di parete, arriviamo in prossimità delle cenge dove dovremmo bivaccare ma troviamo un’amara sorpresa: la parte alta della parete è molto bagnata e i camini dove dovremmo uscire oltre ad essere intasati di ghiaccio (come consuetudine), si sono trasformati in vere e proprie cascate d’acqua che cola dall’alto (molto probabilmente la grande quantità di neve caduta nell’ultimo periodo e che si è accumulata sulla cresta del Piergiorgio è un serbatoio ancora bello potente che alimenta tutta l’acqua che ci arriva in testa). Già nella posizione in cui siamo ci ritroviamo sotto la caduta dell’acqua e siamo costretti a metterci i gusci per non ritrovarci bagnati fradici e come se non bastasse la caduta d’acqua è accompagnata a tratti da blocchi di ghiaccio più o meno grandi che si staccano dalle rocce soprastanti. Ci rendiamo subito conto che proseguire in quelle condizioni sarebbe molto problematico oltre che molto pericoloso e quindi decidiamo a malincuore di fare dietrofront e di scendere piuttosto che bivaccare con quelle condizioni. Dopo una serie infinita di doppie raggiungiamo la nostra amata tenda che ormai è mezzanotte. L’indomani però possiamo prendercela con comodo e dopo un’abbondante colazione ripartiamo per un’altra lunga giornata di cammino per rientrare a El Chalten: forse un po’ delusi di non essere arrivati in cima ma comunque consapevoli, e per quanto mi riguarda fieri, di aver vissuto una bellissima avventura verticale su una parete impressionante. Primi tiriSi scala sempre su fessure atletiche (foto: A. Baù)Sempre più su ... (foto: A. Baù)Parete impressionante (foto: A. Baù)Finalmente arriva anche il sole a scaldarci (foto: A. Baù)Ale sulla dura e molto estetica fessura del nono tiroUltimo tiro prima di raggiungere le cenge del bivacco: siamo costretti a mettere le giacche perché già "piove acqua dall'alto!Selfie in parete! (foto: A. Baù)Di ritorno alla tenda a notte fonda (foto A. Baù)La mattina dopo il sole fa di nuovo capolino dietro al PiergiorgioGuado avventuroso del Rio Fitz Roy sulla strada de rientro verso ElChaltenPATAGONIA: CONSIGLI PER L’USOSulla Patagonia si è scritto e i scriverà molto, io qui voglio solo dare qualche consiglio pratico, che deriva dalla mia esperienza personale, a chi magari ha intenzione di recarsi in questi luoghi ed è alla ricerca di informazioni a riguardo.El Chalten visto dalla cima dell'Aguja PoincenotPer arrivare a El Chalten bisogna volare a El Calafate e da qui si prende un bus che in tre orette vi depositerà a destinazione. Tra le diverse compagnie aeree noi abbiamo volato con la LAN-TAM che di default permette di imbarcare 2 bagagli da 32 Kg sui voli internazionali, il che, quando si ha un po’ di materiale alpinistico da trasportare, non è male. A El Chalten ci sono diversi negozi di materiale da montagna ma tenete presente che qualsiasi cosa costa almeno il doppio di quanto la paghereste in Europa (uomo avvisato….). In loco noi abbiamo comprato solo le bombolette di gas e ovviamente cibo (pasti disidratati e barrette ce li siamo portati da casa, lì non si trova gran che). C’è anche la possibilità di noleggiare del materiale in caso di bisogno (noi per esempio abbiamo noleggiato le ciaspole per andare fino al “circo de los altares”). L’alloggio ovviamente dipende dal vostro budget: in generale El Chalten nella stagione estiva è molto cara e i prezzi sono “Europei” se non peggio: considerate in media un 15€ a persona a notte in ostello (di solito in camere con bagni in comune) e qualcosina in più se volete affittarvi una casetta (loro le chiamano cabañas). Detto questo in paese avete tutte le comodità: bar, ristoranti, supermercati e in generale un’ambiente molto “festoso”. Trovate anche la connessione Wi-fi un po' dappertutto (anche se internet è spesso molto lento, soprattutto durante i periodi di grande affluenza turistica), mentre la rete telefonica mobile è praticamente assente (all'entrata del paese trovate però un "locutorio" da cui si possono fare telefonate in tutto il mondo a prezzi economici).Poincenot e Fitz Roy visti da Paso Superior durante una mattina con meteo perfetto!Per quanto riguarda l’arrampicata la “Bibbia” della Patagonia è senza dubbio la guida “Patagonia Vertical” di Rolando Garibotti e compagna che potete ordinare senza problemi online sul sito www.pataclimb.com scrivendogli una mail e pagando via paypal. Sulla guida trovate un sacco di informazioni generali sulle strategie da adottare, sull'ambiente, il clima e come consultare le previsioni meteo sui vari modelli. Riguardo al meteo bisogna però aprire una parentesi. I siti che vanno per la maggiore per consultare le previsioni sono sicuramente quelli del NOA e WINDGURU. Personalmente ho trovato che il sevizio del NOA (meteogram) è stato quello più preciso durante la nostra permanenza. Mi ero anche abbonato al servizio "foercast2phone" menzionato nella guida di Garibotti ma per quanto mi riguarda non ne hanno azzeccata una, quindi sconsiglio di utilizzarlo. Tutte queste previsioni però seguono dei modelli che, dato la complessità del clima della zona possono facilmente sbagliare, quindi è assolutamente impensabile pensare di avere previsioni meteo precise come siamo abituati sulle Alpi. Saper consultare le mappe meteorologiche senz'altro aiuta a capire quanto una previsione sia affidabile o quanto sia incerta, ma questo non tutti lo sanno fare. Lunghi periodi di tempo instabile in Patagonia non sono rari: durante la nostra permanenza molti alpinisti arrivati a fine novembre e ripartiti subito dopo Natale non sono riusciti a scalare assolutamente niente. Intorno a El Chalten ci sono falesie e blocchi dove poter passare le giornate di tempo incerto ma sicuramente non valgono da sole il viaggio fin laggiù.Panorama impagabile su Laguna de los Tres e Lago ViedmaUna volta individuata la finestra di bel tempo la scelta dell’itinerario è il passo successivo. In generale in questi luoghi vige il principio della prudenza: bisogna considerare che qualsiasi via si voglia percorrere richiede almeno una giornata d’avvicinamento e una giornata per il rientro. In alcuni casi questi tempi sono anche raddoppiati (per esempio sulla celeberrima Via dei Ragni sul Cerro Torre). In caso di incidente non ci sono elicotteri che possono venire a prendervi in parete e in generale le finestre di bel tempo non durano più di 3-4 giorni per cui il tempo che un eventuale membro della cordata ci metterebbe a rientrare per dare l’allarme potrebbe facilmente compromettere la possibilità che una squadra di soccorsi possa raggiungere il punto dove si è verificato l’incidente. Avere un telefono satellitare può essere una buona idea per poter ridurre di molto questi tempi ma in ogni caso è imprescindibile conoscere tutte le manovre di autosoccorso in parete e su ghiacciaio e muoversi in cordate di almeno 3 persone è molto consigliabile sia per dividersi i pesi da trasportare, sia per facilitare l’autosoccorso in caso di incidente. Per cui il consiglio è quello di scegliere itinerari tecnicamente alla portata della vostra cordata e in caso di dubbio su itinerari e condizioni farsi consigliare da alpinisti più esperti (o perlomeno con un po' di esperienza di salite in questi luoghi). Oltre al meteo nella scelta dell’itinerario bisogna tenere in considerazione anche le temperature: in Patagonia può fare molto freddo ma può fare anche molto caldo e certi itinerari con temperature elevate possono diventare molto pericolosi.Alba sul ghiacciaio con vista sul lago ViedmaIn genere la strategia adottata da molte cordate è quella di individuare un obiettivo e quindi portare materiale e cibo al campo avanzato in prossimità di tale obiettivo per poi salire leggeri e veloci quando arriva la finestra giusta. Nel nostro caso, non avendo un obiettivo particolare ma decidendo di volta in volta cosa fare, siamo sempre partiti da El Chalten con tutto il materiale e il cibo per la salita: se siete abbastanza snelli e essenziali nelle vostre salite anche così facendo non avrete problemi! Comunque vada, qualsiasi via decidiate di salire qui vi assicuro che sarà una bella avventura e lascerà un ricordo indelebile nella vostra memoria. Buone salite a tutti!Alba sul gruppo del Cerro Torre
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  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;a href="http://www.pataclimb.com/"&gt;&#xD;
      
                      
    
  
      www.pataclimb.com
    

  
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
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  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    Con William avevamo programmato un periodo per fare qualcosa di "alpinistico" insieme in preparazione di un viaggio imminente e la fortuna ci assiste proponendoci 4 giorni consecutivi di tempo stabile. L'unico grande interrogativo restavano le condizioni della montagna, di cui avevamo davvero poche informazioni al di fuori dell'area del Tacul. Decidiamo di fare qualcosa di "allenante" e di salire al rifugio dell'Argentiere (con la funivia chiusa sono 4 allegre orette di marcia) e di vedere se il bacino intorno al rifugio offre qualche linea in buone condizioni. Con grande sorpresa salendo constatiamo che a prima vista le condizioni non sono niente male e che diverse linee sono probabilmente in condizioni accettabili.Arrivati al rifugio al calar del sole ci godiamo una bella serata nel nuovo super confortevole locale invernale con tanto di stufa a legna funzionante che ci riscalda le ossa! Per il giorno dopo decidiamo di fare un tentativo sulla via Colton-Brooks sulla nord dei Droites: entrambi abbiamo già fatto la Ginat su questa parete e questa è l'occasione per fare qualcosa di nuovo insieme.Partiamo alle 3.30 dal rifugio e in breve ci troviamo alla terminale che riusciamo a passare nonostante sia ancora un po' "aperta". Saliamo veloci i primi pendii di neve non bellissima: una crosta inconsistente al di sotto della quale il ghiaccio è totalmente assente. Continuiamo a salire nonostante sia impossibile proteggere la progressione, nella speranza che le condizioni migliorino nella parte alta della via. La nostra fiducia viene premiata quando arriviamo nella seconda parte della parete quando ci spostiamo a destra per affrontare la parte più tecnica della via, qui il giaccio si è ben formato e anche se non è spessissimo ci consente di progredire in scioltezza. Anche qui continuiamo salendo spesso in simultanea e per le 14 siamo già sulla cima ovest dei Droites!! Qualche foto di rito e poi via con la lunga serie di doppie che ci depositerà sul ghiacciaio di Talefre per poi raggiungere il rifugio del Couvercle dove dei simpatici francesi ci offrono un po' di pasta da loro avanzata che ci allieta la serata prima di sprofondare in un sonno profondo. L'indomani poi terminiamo l'infinita discesa raggiungendo il treno dei Montenvers e poi Chamonix. Davvero una bella sorpresa ci ha riservato l'Argentiere e l'intesa con Wlliam lascia ben sperare per i nostri "projects" futuri!Il Bacino dell'ArgentiereIl sottoscritto scruta l'orizzonte dal rifugio (Foto: W.V.M.)Attraversando verso la parte alta della via (Foto W.V.M.)Quasi finiti i pendii di neve "crostosa" (Foto W.V.M.)Al cospetto dell "head wall" (Foto W.V.M.)Primo traverso sulla parte alta della via (Foto W.V.M.)Finalmente su una bella goulotte! (Foto W.V.M.)Facce da nord! (Foto W.V.M.)William sale veloce verso la "head wall"Condizioni finalmente buone!!C'mon!Panorama dalla vetta!Ultime luci sul Monte Bianco scendendo verso il rifugio del CouvercleLa nostra linea sull'imponente parete nord dei Droites
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
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  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    Con William avevamo programmato un periodo per fare qualcosa di "alpinistico" insieme in preparazione di un viaggio imminente e la fortuna ci assiste proponendoci 4 giorni consecutivi di tempo stabile. L'unico grande interrogativo restavano le condizioni della montagna, di cui avevamo davvero poche informazioni al di fuori dell'area del Tacul. Decidiamo di fare qualcosa di "allenante" e di salire al rifugio dell'Argentiere (con la funivia chiusa sono 4 allegre orette di marcia) e di vedere se il bacino intorno al rifugio offre qualche linea in buone condizioni. Con grande sorpresa salendo constatiamo che a prima vista le condizioni non sono niente male e che diverse linee sono probabilmente in condizioni accettabili.Arrivati al rifugio al calar del sole ci godiamo una bella serata nel nuovo super confortevole locale invernale con tanto di stufa a legna funzionante che ci riscalda le ossa! Per il giorno dopo decidiamo di fare un tentativo sulla via Colton-Brooks sulla nord dei Droites: entrambi abbiamo già fatto la Ginat su questa parete e questa è l'occasione per fare qualcosa di nuovo insieme.Partiamo alle 3.30 dal rifugio e in breve ci troviamo alla terminale che riusciamo a passare nonostante sia ancora un po' "aperta". Saliamo veloci i primi pendii di neve non bellissima: una crosta inconsistente al di sotto della quale il ghiaccio è totalmente assente. Continuiamo a salire nonostante sia impossibile proteggere la progressione, nella speranza che le condizioni migliorino nella parte alta della via. La nostra fiducia viene premiata quando arriviamo nella seconda parte della parete quando ci spostiamo a destra per affrontare la parte più tecnica della via, qui il giaccio si è ben formato e anche se non è spessissimo ci consente di progredire in scioltezza. Anche qui continuiamo salendo spesso in simultanea e per le 14 siamo già sulla cima ovest dei Droites!! Qualche foto di rito e poi via con la lunga serie di doppie che ci depositerà sul ghiacciaio di Talefre per poi raggiungere il rifugio del Couvercle dove dei simpatici francesi ci offrono un po' di pasta da loro avanzata che ci allieta la serata prima di sprofondare in un sonno profondo. L'indomani poi terminiamo l'infinita discesa raggiungendo il treno dei Montenvers e poi Chamonix. Davvero una bella sorpresa ci ha riservato l'Argentiere e l'intesa con Wlliam lascia ben sperare per i nostri "projects" futuri!Il Bacino dell'ArgentiereIl sottoscritto scruta l'orizzonte dal rifugio (Foto: W.V.M.)Attraversando verso la parte alta della via (Foto W.V.M.)Quasi finiti i pendii di neve "crostosa" (Foto W.V.M.)Al cospetto dell "head wall" (Foto W.V.M.)Primo traverso sulla parte alta della via (Foto W.V.M.)Finalmente su una bella goulotte! (Foto W.V.M.)Facce da nord! (Foto W.V.M.)William sale veloce verso la "head wall"Condizioni finalmente buone!!C'mon!Panorama dalla vetta!Ultime luci sul Monte Bianco scendendo verso il rifugio del CouvercleLa nostra linea sull'imponente parete nord dei Droites
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      <pubDate>Tue, 27 Oct 2015 19:13:00 GMT</pubDate>
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      <title>Wenden Climbing Trip: PATENT OCHSNER (Pfaffenhut) - BLAUE LAGUNE (Excalibur)</title>
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                    Era da tempo che gli amici  "noworkers" cuneesi volevano venire a fare un primo assaggio del Wenden ma fino ad ora non eravamo mai riusciti a combinare impegni e meteo favorevole. Alla fine tutto sembra combaciare in questo inizio settembre: stagione di lavoro (da guida) ormai alle spalle e un po' di tempo libero per qualche bella salita insieme!Ci troviamo così una bella sera a Como: io abbastanza rilassato e loro con alle spalle già  ore di viaggio!....Passata la dogana Svizzera ci accorgiamo subito che il tunnel del Gottardo è chiuso fino al mattino successivo: cominciamo bene!...Facciamo il passo e arriviamo a Wendenalp che ormai è mezzanotte: montiamo rapidamente il nostro campo da bivacco ambulante e in pochi minuti stiamo già dormendo. Ci svegliamo la mattina successiva con una temperatura bella freschetta (aveva gelato!), scaldiamo il thè, facciamo una bella colazione e partiamo verso il Pfaffenhut quando il sole tocca quasi il parcheggio: per il primo giorno abbiamo deciso per un'introduzione "soft" all'obbligato del Wenden andando a fare la bellissima Patent Ochsner. Arriviamo all'attacco in un'oretta e  miei compagni prima della roccia sono costretti ad assaggiare gli avvicinamenti "wendeniani", mai troppo lunghi ma sempre intensi e su pendii belli dritti: qui la roccia bisogna guadagnarsela con la fatica! La via  poi si rivelerà davvero bellissima: passaggi molto tecnici e mai troppo fisici, la chiodatura è tranquilla, quasi "plaisir", l'ideale come introduzione allo stile un po' particolare del Wenden. Arriviamo al libro di via insieme all'arrivo di alcune nubi che oscurano il cielo e la temperatura si abbassa inevitabilmente: comincia a fare freddo e la parte finale della via è decisamente meno interessante, quindi ci caliamo senza esitare e per le sei siamo di nuovo al parcheggio a gustarci un ottimo aperitivo a base di salame, formaggio e birre fresche acquistate alla malga!La mattina dopo ci svegliano con il cielo infestato da qualche fastidiosa nuvola grigia, nonostante il meteo prevedesse sole pieno. Decidiamo comunque di giocarcela e partiamo alla volta del bellissimo pilastro Excalibur. L'avvicinamento come al solito ci da una buona sveglia e in poco più di un'ora arriviamo all'attacco dello zoccolo. Oggi Bac decide di prendere il comando della cordata e in un batter d'occhio ci porta fuori dai due tiri dello zoccolo fino all'attacco della via di oggi, una gran classica del Wenden: Blaue Lagune. Bac continua a guidare la cordata gasatissimo e con grande maestria, nonostante il freddo diventi pungente a causa delle nuvole della nebbia che insistono sulla parete (non capiamo perchè ma ad ogni folata di vento gelido il nostro condottiero si esalta e farfuglia "training for patagonia...."...chissà cosa vorrà dire!!). A metà via però Bac mi cede "gentilmente" il comando e tocca a me "divertirmi" sul bel tiro di 7b+, con un bel passaggio di 7a obbligato tipico test del Wenden. Dato il freddo e la poca sensibilità alle dita abbandono subito l'idea di scalarlo a vista e mi fermo a riposare e riscaldarmi le mani prima delle sezioni più ingaggiose. Il passaggio chiave si risolve con una bella strizzata di dita su un rovescino non proprio generoso, il tutto con lo spit qualche metro sotto i piedi ma con una buona dose di convinzione si passa bene....La sezione successiva del tiro è sempre "psycho" ma decisamente più facile. Arriviamo in cima al pilastro davvero soddisfatti per la bella via percorsa e in più l'alternarsi di nuvole e nebbia sulle pareti ci riservano dei giochi di luce davvero suggestivi. Riusciamo a rientrare al parheggio con le ultime luci del giorno e ci godiamo l'ultima serata di "barbonaggio" tra un piatto di pasta e un bicchiere di vino.La sveglia poi suonerà anche l'indomani ma il meteo sempre più incerto e le previsioni di temporali pomeridiani ci faranno rinunciare alla terza via e decidere all'unanimità che come primo assaggio del Weden per i forti cuneesi può bastare così....alla prossima!!Pannellari alla base del Pfaffenhut!Leggermente gasati 'sti due! (foto: Enrico Turnaturi)Verticalità e roccia da urlo su Patent OchsnerLurens su Patent OchsnerIl sottoscritto a caccia di tacche! (foto: Enrico Turnaturi)Bac in pieno trip su Blaue LaguneNebbie svizzere!In uscita dal tiro duro di Blaue LaguneVerticalità al pilastro Excalibur (foto: Enrico Turnaturi)Calcare perfetto (foto: Enrico Turnaturi)Nebbie e sole ci riservano dei giochi di luce straordinariSelfone di vetta! (foto: Enrico Turnaturi)
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      <pubDate>Mon, 21 Sep 2015 15:40:00 GMT</pubDate>
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      <title>Wenden Climbing Trip: PATENT OCHSNER (Pfaffenhut) - BLAUE LAGUNE (Excalibur)</title>
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                    Era da tempo che gli amici  "noworkers" cuneesi volevano venire a fare un primo assaggio del Wenden ma fino ad ora non eravamo mai riusciti a combinare impegni e meteo favorevole. Alla fine tutto sembra combaciare in questo inizio settembre: stagione di lavoro (da guida) ormai alle spalle e un po' di tempo libero per qualche bella salita insieme!Ci troviamo così una bella sera a Como: io abbastanza rilassato e loro con alle spalle già  ore di viaggio!....Passata la dogana Svizzera ci accorgiamo subito che il tunnel del Gottardo è chiuso fino al mattino successivo: cominciamo bene!...Facciamo il passo e arriviamo a Wendenalp che ormai è mezzanotte: montiamo rapidamente il nostro campo da bivacco ambulante e in pochi minuti stiamo già dormendo. Ci svegliamo la mattina successiva con una temperatura bella freschetta (aveva gelato!), scaldiamo il thè, facciamo una bella colazione e partiamo verso il Pfaffenhut quando il sole tocca quasi il parcheggio: per il primo giorno abbiamo deciso per un'introduzione "soft" all'obbligato del Wenden andando a fare la bellissima Patent Ochsner. Arriviamo all'attacco in un'oretta e  miei compagni prima della roccia sono costretti ad assaggiare gli avvicinamenti "wendeniani", mai troppo lunghi ma sempre intensi e su pendii belli dritti: qui la roccia bisogna guadagnarsela con la fatica! La via  poi si rivelerà davvero bellissima: passaggi molto tecnici e mai troppo fisici, la chiodatura è tranquilla, quasi "plaisir", l'ideale come introduzione allo stile un po' particolare del Wenden. Arriviamo al libro di via insieme all'arrivo di alcune nubi che oscurano il cielo e la temperatura si abbassa inevitabilmente: comincia a fare freddo e la parte finale della via è decisamente meno interessante, quindi ci caliamo senza esitare e per le sei siamo di nuovo al parcheggio a gustarci un ottimo aperitivo a base di salame, formaggio e birre fresche acquistate alla malga!La mattina dopo ci svegliano con il cielo infestato da qualche fastidiosa nuvola grigia, nonostante il meteo prevedesse sole pieno. Decidiamo comunque di giocarcela e partiamo alla volta del bellissimo pilastro Excalibur. L'avvicinamento come al solito ci da una buona sveglia e in poco più di un'ora arriviamo all'attacco dello zoccolo. Oggi Bac decide di prendere il comando della cordata e in un batter d'occhio ci porta fuori dai due tiri dello zoccolo fino all'attacco della via di oggi, una gran classica del Wenden: Blaue Lagune. Bac continua a guidare la cordata gasatissimo e con grande maestria, nonostante il freddo diventi pungente a causa delle nuvole della nebbia che insistono sulla parete (non capiamo perchè ma ad ogni folata di vento gelido il nostro condottiero si esalta e farfuglia "training for patagonia...."...chissà cosa vorrà dire!!). A metà via però Bac mi cede "gentilmente" il comando e tocca a me "divertirmi" sul bel tiro di 7b+, con un bel passaggio di 7a obbligato tipico test del Wenden. Dato il freddo e la poca sensibilità alle dita abbandono subito l'idea di scalarlo a vista e mi fermo a riposare e riscaldarmi le mani prima delle sezioni più ingaggiose. Il passaggio chiave si risolve con una bella strizzata di dita su un rovescino non proprio generoso, il tutto con lo spit qualche metro sotto i piedi ma con una buona dose di convinzione si passa bene....La sezione successiva del tiro è sempre "psycho" ma decisamente più facile. Arriviamo in cima al pilastro davvero soddisfatti per la bella via percorsa e in più l'alternarsi di nuvole e nebbia sulle pareti ci riservano dei giochi di luce davvero suggestivi. Riusciamo a rientrare al parheggio con le ultime luci del giorno e ci godiamo l'ultima serata di "barbonaggio" tra un piatto di pasta e un bicchiere di vino.La sveglia poi suonerà anche l'indomani ma il meteo sempre più incerto e le previsioni di temporali pomeridiani ci faranno rinunciare alla terza via e decidere all'unanimità che come primo assaggio del Weden per i forti cuneesi può bastare così....alla prossima!!Pannellari alla base del Pfaffenhut!Leggermente gasati 'sti due! (foto: Enrico Turnaturi)Verticalità e roccia da urlo su Patent OchsnerLurens su Patent OchsnerIl sottoscritto a caccia di tacche! (foto: Enrico Turnaturi)Bac in pieno trip su Blaue LaguneNebbie svizzere!In uscita dal tiro duro di Blaue LaguneVerticalità al pilastro Excalibur (foto: Enrico Turnaturi)Calcare perfetto (foto: Enrico Turnaturi)Nebbie e sole ci riservano dei giochi di luce straordinariSelfone di vetta! (foto: Enrico Turnaturi)
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      <title>Grand Capucin, Via dei Ragni (o via "Lecco") - Trident  du Tacul, Via Diretta</title>
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                    Approfittando dell'ultimo colpo di coda (e di caldo) di questa torrida estate, ci dirigiamo con Mago, Giorgio &amp;amp; Co. verso il Bianco. Prendiamo la prima funivia delle 7 del mattino e io e Mago ci dirigiamo velocemente verso il Grand Capucin, decisi a ripetere la Via dei Ragni. Questa via, aperta nel 1968 dai ragni di Lecco Aldo Anghileri, Guerino Cariboni, Casimiro Ferrai, Carlo Mauri e Pino Negri, è senz'altro una delle vie meno ripetute rispetto alle "illustri" vicine (vedi Voyage e Elisir) e per questo ci suscitava un po' di curiosità. Le soste della via sono state di recente riattrezzate a fix inox e qualche spit è stato aggiunto nei tratti più esposti e meno proteggibili a friends. La via parte dal pulpito più alto delle cenge Bonatti e per raggiungerlo io e Mago decidiamo di percorrere i primi 3 tiri di Elisir invece di risalire il poco piacevole canale di neve. La giornata è calda (zero termico a 4.800mt) e si scala in maglietta! In breve arriviamo al pulpito e attacchiamo la via vera e propria che si rivela un'autentica chicca: i 3 tiri di 7a nei diedri sono tutti bellissimi e una volta superati questi, la via non perde assolutamente d'interesse: i tiri superiori sono ancora fisici e impegnativi, tutti "da scalare", rendendo l'uscita in cima al Capucin di grande soddisfazione. Per la discesa ci affidiamo alle corde fisse da pochi giorni posizionate per non so quale scopo sulla via "Echo des Alpages", di sicuro non molto estetiche ma che permettono di scendere ad una velocità supersonica! Così per l'ora di cena siamo già comodi nella nostra tenda alla base dei satelliti a degustare una meritata pasta liofilizzata!Il giorno dopo per non farci mancare niente decidiamo di fare una vietta più corta per poter poi prendere la funivia nel pomeriggio e rientrare a casa. Ci svegliamo con calma e quando il sole comincia a scaldarci ci dirigiamo verso il Trident de Tacul dove attacchiamo la Via "Diretta". Questa via segue la logica linea di diedri e fessura dritta in mezzo alla parete sud del Trident e si rivela un'altra via di gran classe con tiri atletici che alternano diversi stili di arrampicata in fessura. Anche per questo giro non ci siamo fatti mancare niente!! Grand Capucin - Via dei Ragni300mt - 7a, 6b+ obbl.Materiale: corde da 60mt, nuts, friends fino al 4 BD, micro compresi - raddoppiare le misure da 0,5 a 2 .  Schizzo della Via dei Ragni La linea Sul bellissimo secondo tiro di Elisir salito per accedere alle cenge Bonatti (foto: Sefano Mago)Il traverso del secondo tiro della Via dei Ragni (foto: Stefano Mago)Il bellissimo secondo tiro di 7aL'ultimo lungo e fisico tiro di 7aNella parte alta della via si continua a scalare!Strizzata fotonica per uscire da un "facile" 6c+! (foto: Stefano Mago) Verso la fine!La nostra cordata vista di nostri soci sul Pilier Rouge du ClocherCumbre!!Doppie comodissime sulle fisse in locoIncastri da manuale sul tiro di 7a della diretta al Trident du TaculSempre tiri di gran classe sulla diretta al TridentQualcuno ha preso il ghiacciaio per il lido!!  
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      <pubDate>Fri, 04 Sep 2015 14:11:00 GMT</pubDate>
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      <title>Grand Capucin, Via dei Ragni (o via "Lecco") - Trident  du Tacul, Via Diretta</title>
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                    Approfittando dell'ultimo colpo di coda (e di caldo) di questa torrida estate, ci dirigiamo con Mago, Giorgio &amp;amp; Co. verso il Bianco. Prendiamo la prima funivia delle 7 del mattino e io e Mago ci dirigiamo velocemente verso il Grand Capucin, decisi a ripetere la Via dei Ragni. Questa via, aperta nel 1968 dai ragni di Lecco Aldo Anghileri, Guerino Cariboni, Casimiro Ferrai, Carlo Mauri e Pino Negri, è senz'altro una delle vie meno ripetute rispetto alle "illustri" vicine (vedi Voyage e Elisir) e per questo ci suscitava un po' di curiosità. Le soste della via sono state di recente riattrezzate a fix inox e qualche spit è stato aggiunto nei tratti più esposti e meno proteggibili a friends. La via parte dal pulpito più alto delle cenge Bonatti e per raggiungerlo io e Mago decidiamo di percorrere i primi 3 tiri di Elisir invece di risalire il poco piacevole canale di neve. La giornata è calda (zero termico a 4.800mt) e si scala in maglietta! In breve arriviamo al pulpito e attacchiamo la via vera e propria che si rivela un'autentica chicca: i 3 tiri di 7a nei diedri sono tutti bellissimi e una volta superati questi, la via non perde assolutamente d'interesse: i tiri superiori sono ancora fisici e impegnativi, tutti "da scalare", rendendo l'uscita in cima al Capucin di grande soddisfazione. Per la discesa ci affidiamo alle corde fisse da pochi giorni posizionate per non so quale scopo sulla via "Echo des Alpages", di sicuro non molto estetiche ma che permettono di scendere ad una velocità supersonica! Così per l'ora di cena siamo già comodi nella nostra tenda alla base dei satelliti a degustare una meritata pasta liofilizzata!Il giorno dopo per non farci mancare niente decidiamo di fare una vietta più corta per poter poi prendere la funivia nel pomeriggio e rientrare a casa. Ci svegliamo con calma e quando il sole comincia a scaldarci ci dirigiamo verso il Trident de Tacul dove attacchiamo la Via "Diretta". Questa via segue la logica linea di diedri e fessura dritta in mezzo alla parete sud del Trident e si rivela un'altra via di gran classe con tiri atletici che alternano diversi stili di arrampicata in fessura. Anche per questo giro non ci siamo fatti mancare niente!! Grand Capucin - Via dei Ragni300mt - 7a, 6b+ obbl.Materiale: corde da 60mt, nuts, friends fino al 4 BD, micro compresi - raddoppiare le misure da 0,5 a 2 .  Schizzo della Via dei Ragni La linea Sul bellissimo secondo tiro di Elisir salito per accedere alle cenge Bonatti (foto: Sefano Mago)Il traverso del secondo tiro della Via dei Ragni (foto: Stefano Mago)Il bellissimo secondo tiro di 7aL'ultimo lungo e fisico tiro di 7aNella parte alta della via si continua a scalare!Strizzata fotonica per uscire da un "facile" 6c+! (foto: Stefano Mago) Verso la fine!La nostra cordata vista di nostri soci sul Pilier Rouge du ClocherCumbre!!Doppie comodissime sulle fisse in locoIncastri da manuale sul tiro di 7a della diretta al Trident du TaculSempre tiri di gran classe sulla diretta al TridentQualcuno ha preso il ghiacciaio per il lido!!  
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      <pubDate>Fri, 04 Sep 2015 14:11:00 GMT</pubDate>
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      <title>Biancograt al Pizzo Bernina + Attraversata dei Palù</title>
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  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    La Biancograt era da tempo uno dei "pallini" del mitico Gigi e finalmente riusciamo a far combinare meteo, condizioni e disponibilità di entrambi per poterci lanciare su questa bellissima salita classica.  Oltre a Gigi anche Guada ci segue senza fare una piega : fino a un paio di anni fa sarebbe stato impensabile vederla su un itinerario di questo tipo ed è davvero bello vedere come si sia appassionata alla montagna e abbia superato le paure iniziali per potersi permettere di percorrere in "scioltezza" salite come questa.La Biancograt è senz'altro di una tra le più belle creste delle Alpi e offre dei panorami mozzafiato alternando divertenti passaggi su roccette a esposti tratti su creste nevose affilate.Partiamo quindi da Pontresina in un bel pomeriggio di agosto alla volta della Capanna Tschierva. Arriviamo al rifugio sotto una pioggerella fina ma confidiamo nel bel tempo previsto per domani. Dopo una buona notte di riposo in questo super moderno e confortevole rifugio svizzero partiamo alle 4 di mattina alla volta della Biancograt insieme alle altre cordate con lo stesso obiettivo nostro. Dopo  aver percorso alla luce delle frontali il primo tratto di sentiero che attraversa in diagonale, mettiamo i ramponi per salire il canale nevoso che permette di raggiungere il colle da cui parte la Biancograt. Superato il primo roccioso arriviamo alla bellissima cresta nevosa che con percorso aereo e spettacolare ci porta in cima al Pizzo Bianco. Lo zero termico abbastanza basso ci garantisce condizioni perfette della neve e questo tratto è una vera goduria! Da qui affrontiamo la parte finale della cresta, che con qualche passaggio un po' più tecnico e una breve calata ci porta in cima al Bernina: spettacolare secondo 4000 per Guada in pochi giorni (dopo il Breithorn)!!Con calma scendiamo al rifugio Marco e Rosa dove arriviamo verso le due del pomeriggio e ove ci fermiamo a riposare in vista della traversata dei Palù il giorno dopo. Partenza questa volta all'alba per un'altra attraversata di gran classe su una cresta decisamente più semplice della Biancograt ma altrettanto spettacolare e dopo aver "cavalcato" anche i Palù nel pimo pomeriggio siamo di nuovo a Pontresina dove eravamo partiti due giorni prima: ci resta poi solo il rientro a casa ma come sempre dopo due giorni in montagna i ricordi e le immagini nella mente sono bellissimi e indelebili!Vista sui Palù dall'attacco della BiancogratGigi e Guada sul primo tratto di crestaGuada si fa un baffo delle prime difficoltàLa giornata fotonica ci mette di buon umore!L'estetica cresta nevosa della BiancogratEcco perchè la chiamano la "scala del cielo"Quasi in cima al Pizzo BiancoUltimo tratto di cresta più impegnativo prima della cimaPiccolo ingorgo alla calata obbligata...Ultimo tratto prima della vetta...Cumbre!!Discesa verso il Marco e Rosa...Partenza all'alba piuttosto fresca...Alba dal Marco e Rosa...Verso la Fourcla Bellavista e i Palù...Attraversando i Palù...Vetta del Palù centraleDiscesa tra i seracchi verso il DiavolezzaVisione d'insieme della "cavalcata" appena percorsa
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      <title>Biancograt al Pizzo Bernina + Attraversata dei Palù</title>
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                    La Biancograt era da tempo uno dei "pallini" del mitico Gigi e finalmente riusciamo a far combinare meteo, condizioni e disponibilità di entrambi per poterci lanciare su questa bellissima salita classica.  Oltre a Gigi anche Guada ci segue senza fare una piega : fino a un paio di anni fa sarebbe stato impensabile vederla su un itinerario di questo tipo ed è davvero bello vedere come si sia appassionata alla montagna e abbia superato le paure iniziali per potersi permettere di percorrere in "scioltezza" salite come questa.La Biancograt è senz'altro di una tra le più belle creste delle Alpi e offre dei panorami mozzafiato alternando divertenti passaggi su roccette a esposti tratti su creste nevose affilate.Partiamo quindi da Pontresina in un bel pomeriggio di agosto alla volta della Capanna Tschierva. Arriviamo al rifugio sotto una pioggerella fina ma confidiamo nel bel tempo previsto per domani. Dopo una buona notte di riposo in questo super moderno e confortevole rifugio svizzero partiamo alle 4 di mattina alla volta della Biancograt insieme alle altre cordate con lo stesso obiettivo nostro. Dopo  aver percorso alla luce delle frontali il primo tratto di sentiero che attraversa in diagonale, mettiamo i ramponi per salire il canale nevoso che permette di raggiungere il colle da cui parte la Biancograt. Superato il primo roccioso arriviamo alla bellissima cresta nevosa che con percorso aereo e spettacolare ci porta in cima al Pizzo Bianco. Lo zero termico abbastanza basso ci garantisce condizioni perfette della neve e questo tratto è una vera goduria! Da qui affrontiamo la parte finale della cresta, che con qualche passaggio un po' più tecnico e una breve calata ci porta in cima al Bernina: spettacolare secondo 4000 per Guada in pochi giorni (dopo il Breithorn)!!Con calma scendiamo al rifugio Marco e Rosa dove arriviamo verso le due del pomeriggio e ove ci fermiamo a riposare in vista della traversata dei Palù il giorno dopo. Partenza questa volta all'alba per un'altra attraversata di gran classe su una cresta decisamente più semplice della Biancograt ma altrettanto spettacolare e dopo aver "cavalcato" anche i Palù nel pimo pomeriggio siamo di nuovo a Pontresina dove eravamo partiti due giorni prima: ci resta poi solo il rientro a casa ma come sempre dopo due giorni in montagna i ricordi e le immagini nella mente sono bellissimi e indelebili!Vista sui Palù dall'attacco della BiancogratGigi e Guada sul primo tratto di crestaGuada si fa un baffo delle prime difficoltàLa giornata fotonica ci mette di buon umore!L'estetica cresta nevosa della BiancogratEcco perchè la chiamano la "scala del cielo"Quasi in cima al Pizzo BiancoUltimo tratto di cresta più impegnativo prima della cimaPiccolo ingorgo alla calata obbligata...Ultimo tratto prima della vetta...Cumbre!!Discesa verso il Marco e Rosa...Partenza all'alba piuttosto fresca...Alba dal Marco e Rosa...Verso la Fourcla Bellavista e i Palù...Attraversando i Palù...Vetta del Palù centraleDiscesa tra i seracchi verso il DiavolezzaVisione d'insieme della "cavalcata" appena percorsa
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      <pubDate>Thu, 20 Aug 2015 08:25:00 GMT</pubDate>
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      <title>PETIT CLOCHER DU PORTALET: ETAT DE CHOC</title>
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                    Era da tanto che volevo andare a dare un'occhiata alla famosa "Etat de choc" sul Petit Clocher du Portalet e finalmente l'occasione si presenta quando con William decidiamo di sfruttare una finestra di un paio di giorni di bel tempo in cui siamo entrambi liberi. Le nevicate dell'ultimo periodo ci facevano dubitare delle condizioni delle vie in quota e così decidiamo di andare sul sicuro e di lanciarci su questo bellissimo pilastro di granito posto a una quota che lo rende una meta sicura.Saliamo il primo giorno dalla diga di Saleina e in un paio d'ore siamo all'attacco del Clocher. Per questa prima giornata decidiamo di fare una vietta sulla parete sud e di lasciare il pezzo forte della gita per il giorno dopo. Saliamo quindi la via "Le chic, le chèque, le choc", bella vietta mai impegnativa ma divertente e che alterna diversi stili di arrampicata (diedri, dulfer, placche...).La sera saliamo alla Cabane d'Orny, bellissimo rifugio Svizzero dove ci godiamo una comoda nottata di riposo per poi tornare il mattino dopo al Clocher alla volta di "Etat de choc". All'attacco troviamo anche il big Arnaud Petit con il quale, sempre molto simpatico, scambiamo quattro chiacchiere prima di lasciarlo partire davanti a noi sapendo bene di non poter tenere il suo ritmo!La via si rivela all'altezza della sua fama e delle attese: davvero impegnativa su fessure perfette in stile "yosemitico" dove servono tutte le tecniche di incastro per passare. La libera sui passi più ostici è riservata a chi davvero padroneggia questa tecnica che per noi europei è sempre un po' ostica! Alla fine nonostante i soli 200mt di via arriviamo in cima al Clocher stanchi e molto soddisfatti per la bellezza della linea e dell'arrampicata. Davvero una bella giornata con l'amico William con cui spero poter condividere altre belle avventure durante i prossimi mesi!Il Petit Clocher du Portalet in tutto il suo splendoreWilliam su "Le chic, le chèque, le choc"La parete nord del Clocher con la superba linea di "Etat de choc"Inizio di una lunga serie di fessure perfette!William in uscita dal primo tiro di 7aUltimo tiro duroCabane d'Orny vista dalla cima del ClocherIl Vallone
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      <title>PETIT CLOCHER DU PORTALET: ETAT DE CHOC</title>
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                    Era da tanto che volevo andare a dare un'occhiata alla famosa "Etat de choc" sul Petit Clocher du Portalet e finalmente l'occasione si presenta quando con William decidiamo di sfruttare una finestra di un paio di giorni di bel tempo in cui siamo entrambi liberi. Le nevicate dell'ultimo periodo ci facevano dubitare delle condizioni delle vie in quota e così decidiamo di andare sul sicuro e di lanciarci su questo bellissimo pilastro di granito posto a una quota che lo rende una meta sicura.Saliamo il primo giorno dalla diga di Saleina e in un paio d'ore siamo all'attacco del Clocher. Per questa prima giornata decidiamo di fare una vietta sulla parete sud e di lasciare il pezzo forte della gita per il giorno dopo. Saliamo quindi la via "Le chic, le chèque, le choc", bella vietta mai impegnativa ma divertente e che alterna diversi stili di arrampicata (diedri, dulfer, placche...).La sera saliamo alla Cabane d'Orny, bellissimo rifugio Svizzero dove ci godiamo una comoda nottata di riposo per poi tornare il mattino dopo al Clocher alla volta di "Etat de choc". All'attacco troviamo anche il big Arnaud Petit con il quale, sempre molto simpatico, scambiamo quattro chiacchiere prima di lasciarlo partire davanti a noi sapendo bene di non poter tenere il suo ritmo!La via si rivela all'altezza della sua fama e delle attese: davvero impegnativa su fessure perfette in stile "yosemitico" dove servono tutte le tecniche di incastro per passare. La libera sui passi più ostici è riservata a chi davvero padroneggia questa tecnica che per noi europei è sempre un po' ostica! Alla fine nonostante i soli 200mt di via arriviamo in cima al Clocher stanchi e molto soddisfatti per la bellezza della linea e dell'arrampicata. Davvero una bella giornata con l'amico William con cui spero poter condividere altre belle avventure durante i prossimi mesi!Il Petit Clocher du Portalet in tutto il suo splendoreWilliam su "Le chic, le chèque, le choc"La parete nord del Clocher con la superba linea di "Etat de choc"Inizio di una lunga serie di fessure perfette!William in uscita dal primo tiro di 7aUltimo tiro duroCabane d'Orny vista dalla cima del ClocherIl Vallone
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      <pubDate>Fri, 14 Aug 2015 09:38:00 GMT</pubDate>
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      <title>PILONE CENTRALE DEL FRENEY: VIA CLASSICA (BONINGTON)</title>
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                    A volte accompagnare un amico a realizzare il proprio sogno vale più di una qualsiasi altra salita, pur estrema che essa sia. Per Rudi il Pilone era una chimera ormai da tempo e dopo diverse salite fatte insieme e allenamenti vari si sentiva ormai pronto per affrontare quella che forse, oltre al mito che la avvolge, è una delle salite (tra le "classiche" ovviamente) più impegnative delle alpi. Io l'itinerario lo conosco già per averlo salito un paio di anni fa, ma gestire la salita accompagnando Rudi ne fa anche per me una sfida di un certo impegno.Dopo un tentativo andato male a causa di una recente nevicata che aveva reso l'itinerario inagibile, le condizioni ritornano finalmente favorevoli ad inizio agosto e così dopo aver lasciato il lavoro nel tardo pomeriggio saliamo al rifugio Monzino. L'indomani notte partiamo alla volta del Pilone con l'intenzione di bypassare i bivacchi Eccles e di bivaccare sulla via in modo da avere la sicurezza di poter uscire in cima al Bianco l'indomani. Arriviamo agli Eccles alle prime luci dell'alba e troviamo due spagnoli di Alicante ancora nelle brande: dicono di aver cercato di raggiungere il Pilone durante la notte ma dopo aver sbagliato itinerario sono tornati indietro per poi passare la giornata a riposare per riprovare il giorno dopo...contenti loro! Non facciamo in tempo a salutarli che stanno già dormendo e noi continuiamo la nostra salita. Arrivati al colle Eccles il sole stà già scaldando il bacino del Freney: scendiamo con le doppie e ci fermiamo a fare una pausa in una nicchia sicura prima di attraversare alla volta del Pilone. Con il caldo di questo periodo il rischio di scariche in questo tratto è molto alto, così attraversiamo cercando di stare il più alti possibile e vicini alle rocce in modo da essere riparati e da esporci solo attraversando i vari canali che scendono dal versante soprastante. Così facendo la traversata diventa lunga e laboriosa ma almeno arriviamo all'attacco tutti interi! Saliamo i primi 4-5 tiri facili e troviamo una nicchia ideale per un bivacco al riparo dal vento e decidiamo di fermarci qui. Riusciamo a far fondere neve, a bere e mangiare come si deve: anche se Rudi non ha un gran appetito mi incarico io di alleggerire il nostro peso consumando una lauta cena! Arriva la notte e riusciamo a prendere sonno quando verso mezzanotte una pioggerella poco piacevole ci risveglia e siamo costretti a rannicchiarci nei nostri sacchi a pelo per evitare di lavarci: ma le previsioni non davano bel tempo??? Comincio a pensare all'indomani e al fatto che se il pilone sarà fradicio o magari verglassato ci toccherà scendere (prospettiva comunque poco allettante). Fortunatamente nel giro di un paio d'ore smette di piovere e l'indomani ci risvegliamo col cielo sereno (come da previsioni) e la roccia asciutta. Dopo una veloce colazione ripartiamo sulla bella linea della classica Bonnington. I tiri si susseguono uno più bello dell'altro: peccato scalare con lo zaino pesante perchè l'arrampicata qui è davvero su granito spaziale e meriterebbe di essere gustata appieno. Intanto dietro di noi arriva una cordata molto veloce di due sloveni che ci superano appena prima della Chandelle (ci dicono essere partiti insieme agli spagnoli dagli Eccles ma di quest'ultimi non vediamo traccia, probabilmente hanno desistito e sono tornati indietro definitivamente).Arrivati alla Chandelle superiamo i 3 tiri duri recuperando i sacchi in stile "big-wall" e con un ultimo sforzo arriviamo finalmente in cima al pilone!! Sull'ultimo tiro passiamo il saccone rosso del Butch tristemente abbandonato a pochi metri dalla cima: è troppo pesante per pensare di portarlo con noi in cima al Bianco (è ormai abbastanza tardi, siamo comunque stanchi e siamo già carichi del nostro materiale usato sia per la salta che per il bivacco)...Nel luogo in cui si trova attualmente è probabilmente più facilmente accessibile scendendo dall'alto (dalla cima del Monte Bianco scendendo lungo l'arrete del Brouillard e poi con una doppia dalla cima della Chandelle lo si può facilmente recuperare). Arriviamo in cima al Bianco che sono ormai le 8 di sera e il tramonto infuoca l'arrete des Bosses e l'arrete del Brouillard: Rudi è stanco ma l'emozione è fortissima per avercela finalmente fatta senza mai mollare nonostante la fatica e i crampi! Ci abbracciamo, facciamo qualche foto e poi via, in cammino verso casa! In un paio d'ore ridiscendiamo al rifugio del Gouter dove troviamo aperto solo il locale invernale (quando abbiamo lasciato il Monziono la normale Francese era ancora aperta, scopriremo in seguito, davanti ad una birra a Chamonix, che nel frattempo l'accesso dal Gouter era stato chiuso di nuovo a causa delle alte temperature). Poche ore di sonno bastano per darci la forza di scendere alla funivia e rientrare a Chamonix dove Domi è venuta a prenderci e dove possiamo finalmente gustaci una buona Leffe e festeggiare!Verso i bivacchi EcclesLa Noir all'albaAttraversando verso il Pilone sopra il bacino del FreneyBivacco!Roccia super a più di 4.000mt!Si scala con un po' di peso sulle spalle...Ambiente 5 stelleAl cospetto della ChandelleIl famoso diedro strapiombante della ChandelleIn cima alla ChandelleMont Blanc summit!!Arrete des Bosses al tramontoIncontro con un VIP a Chamonix...
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      <title>PILONE CENTRALE DEL FRENEY: VIA CLASSICA (BONINGTON)</title>
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                    A volte accompagnare un amico a realizzare il proprio sogno vale più di una qualsiasi altra salita, pur estrema che essa sia. Per Rudi il Pilone era una chimera ormai da tempo e dopo diverse salite fatte insieme e allenamenti vari si sentiva ormai pronto per affrontare quella che forse, oltre al mito che la avvolge, è una delle salite (tra le "classiche" ovviamente) più impegnative delle alpi. Io l'itinerario lo conosco già per averlo salito un paio di anni fa, ma gestire la salita accompagnando Rudi ne fa anche per me una sfida di un certo impegno.Dopo un tentativo andato male a causa di una recente nevicata che aveva reso l'itinerario inagibile, le condizioni ritornano finalmente favorevoli ad inizio agosto e così dopo aver lasciato il lavoro nel tardo pomeriggio saliamo al rifugio Monzino. L'indomani notte partiamo alla volta del Pilone con l'intenzione di bypassare i bivacchi Eccles e di bivaccare sulla via in modo da avere la sicurezza di poter uscire in cima al Bianco l'indomani. Arriviamo agli Eccles alle prime luci dell'alba e troviamo due spagnoli di Alicante ancora nelle brande: dicono di aver cercato di raggiungere il Pilone durante la notte ma dopo aver sbagliato itinerario sono tornati indietro per poi passare la giornata a riposare per riprovare il giorno dopo...contenti loro! Non facciamo in tempo a salutarli che stanno già dormendo e noi continuiamo la nostra salita. Arrivati al colle Eccles il sole stà già scaldando il bacino del Freney: scendiamo con le doppie e ci fermiamo a fare una pausa in una nicchia sicura prima di attraversare alla volta del Pilone. Con il caldo di questo periodo il rischio di scariche in questo tratto è molto alto, così attraversiamo cercando di stare il più alti possibile e vicini alle rocce in modo da essere riparati e da esporci solo attraversando i vari canali che scendono dal versante soprastante. Così facendo la traversata diventa lunga e laboriosa ma almeno arriviamo all'attacco tutti interi! Saliamo i primi 4-5 tiri facili e troviamo una nicchia ideale per un bivacco al riparo dal vento e decidiamo di fermarci qui. Riusciamo a far fondere neve, a bere e mangiare come si deve: anche se Rudi non ha un gran appetito mi incarico io di alleggerire il nostro peso consumando una lauta cena! Arriva la notte e riusciamo a prendere sonno quando verso mezzanotte una pioggerella poco piacevole ci risveglia e siamo costretti a rannicchiarci nei nostri sacchi a pelo per evitare di lavarci: ma le previsioni non davano bel tempo??? Comincio a pensare all'indomani e al fatto che se il pilone sarà fradicio o magari verglassato ci toccherà scendere (prospettiva comunque poco allettante). Fortunatamente nel giro di un paio d'ore smette di piovere e l'indomani ci risvegliamo col cielo sereno (come da previsioni) e la roccia asciutta. Dopo una veloce colazione ripartiamo sulla bella linea della classica Bonnington. I tiri si susseguono uno più bello dell'altro: peccato scalare con lo zaino pesante perchè l'arrampicata qui è davvero su granito spaziale e meriterebbe di essere gustata appieno. Intanto dietro di noi arriva una cordata molto veloce di due sloveni che ci superano appena prima della Chandelle (ci dicono essere partiti insieme agli spagnoli dagli Eccles ma di quest'ultimi non vediamo traccia, probabilmente hanno desistito e sono tornati indietro definitivamente).Arrivati alla Chandelle superiamo i 3 tiri duri recuperando i sacchi in stile "big-wall" e con un ultimo sforzo arriviamo finalmente in cima al pilone!! Sull'ultimo tiro passiamo il saccone rosso del Butch tristemente abbandonato a pochi metri dalla cima: è troppo pesante per pensare di portarlo con noi in cima al Bianco (è ormai abbastanza tardi, siamo comunque stanchi e siamo già carichi del nostro materiale usato sia per la salta che per il bivacco)...Nel luogo in cui si trova attualmente è probabilmente più facilmente accessibile scendendo dall'alto (dalla cima del Monte Bianco scendendo lungo l'arrete del Brouillard e poi con una doppia dalla cima della Chandelle lo si può facilmente recuperare). Arriviamo in cima al Bianco che sono ormai le 8 di sera e il tramonto infuoca l'arrete des Bosses e l'arrete del Brouillard: Rudi è stanco ma l'emozione è fortissima per avercela finalmente fatta senza mai mollare nonostante la fatica e i crampi! Ci abbracciamo, facciamo qualche foto e poi via, in cammino verso casa! In un paio d'ore ridiscendiamo al rifugio del Gouter dove troviamo aperto solo il locale invernale (quando abbiamo lasciato il Monziono la normale Francese era ancora aperta, scopriremo in seguito, davanti ad una birra a Chamonix, che nel frattempo l'accesso dal Gouter era stato chiuso di nuovo a causa delle alte temperature). Poche ore di sonno bastano per darci la forza di scendere alla funivia e rientrare a Chamonix dove Domi è venuta a prenderci e dove possiamo finalmente gustaci una buona Leffe e festeggiare!Verso i bivacchi EcclesLa Noir all'albaAttraversando verso il Pilone sopra il bacino del FreneyBivacco!Roccia super a più di 4.000mt!Si scala con un po' di peso sulle spalle...Ambiente 5 stelleAl cospetto della ChandelleIl famoso diedro strapiombante della ChandelleIn cima alla ChandelleMont Blanc summit!!Arrete des Bosses al tramontoIncontro con un VIP a Chamonix...
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      <pubDate>Fri, 07 Aug 2015 08:00:00 GMT</pubDate>
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      <title>CERVINO: CRESTA DEL LEONE</title>
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                    Quando Domi questa primavera mi disse di voler fare il Cervino sapevo che non sarebbe stato facile combinare gli impegni e trovare qualcuno che ci tenesse i bambini per poter fare una salita che, pur non essendo estrema, comunque richiede un po' di allenamento/acclimatamento. La combinazione di un meteo molto stabile durante il mese di luglio e della presenza dei suoceri che si improvvisano baby sitters durante le nostre uscite, ci ha permesso di fare qualche salita di preparazione e poi di salire il Cervino per la Cresta del Leone. Cominciamo con il Breithorn, una passeggiata a 4000mt che aiuta sempre ad acclimatarsi ad inizio stagione; poi il Dente del Gigante per prendere confidenza con i "canaponi" in quota ed infine in un pomeriggio abbastanza uggioso saliamo alla Capanna Carrel sotto un pioggia fina confidando nel bel tempo per il giorno successivo. Arriviamo in Capanna che comincia a diluviare ma poco male: Corrado e Walter ci allungano un piatto di pasta e accettiamo di buon grado (sarà senz'altro meglio delle zuppe liofilizzate che mi ero portato per l'occasione!!). Continua a diluviare fino alle 11 di sera e andiamo a dormire sperando di non svegliarci con le rocce ricoperte di verglas! Fortunatamente le alte temperature di questo periodo permettono alla montagna di asciugarsi per bene durante la notte e il mattino dopo verso le 5.30 partiamo, dopo che la Carrel si è ormai già svuotata da un pezzo di tutti gli alpinisti di varie nazionalità che sono già alle prese con le corde fisse a metà cresta....alpinisti che comunque raggiungeremo e supereremo durante la salita: al Pic Tyndall mettiamo i ramponi perchè la pioggia del giorno prima al di sopra dei 4.000mt era comunque neve e la "testa" del Cervino è tutta bianca....Arriviamo alla scala Jordan insieme a Walter e Corrado con i loro due simpaticissimi clienti americani, le altre cordate sono ben distanti dietro di noi e siamo i primi della giornata a raggiungere la vetta verso le 9 di mattina: la cima del Cervino è sempre uno spettacolo e in un mattino limpido dopo una nevicata lo è ancora di più!  Foto di rito e poi giù di nuovo fino a Cervinia facendo i soliti "numeri" per passare sopra alle cordate superate in salita. La sera si brinda con i suoceri e i bimbi: davvero una bella giornata passata in compagnia di una persona speciale su una montagna speciale.Giretto sui Breithorn!Sui canaponi del Dente!In cima al Dente in compagnia della madonninaSelfie di vettaPic Tyndall spolverato di neveGiochi di luce verso la cima del Cervino all'albaUltimi metri verticali prima della cimaScala JordanCumbre!
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      <title>CERVINO: CRESTA DEL LEONE</title>
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      <pubDate>Mon, 27 Jul 2015 07:02:00 GMT</pubDate>
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      <title>CERVINO: CRESTA FURGGEN, VIA DIRETTA PER GLI "STRAPIOMBI"</title>
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                    Con Rudi avevamo in programma una salita di "acclimatamento" in vista di obbiettivi più bellicosi, però si sa, a volte l'acclimatamento può facilmente trasformasi in qualcosa di più! All'inizio infatti l'idea era di fare qualcosa in quota sul Monte Rosa: si pensava alla nord dei Lyskamm o alla Young sul Breithorn, però il forte caldo dell'ultimo periodo e lo zero termico "stellare" mi facevano "leggermente" dubitare della qualità della neve e, al di là dei pericoli oggettivi che con queste temperatura sono sempre più accentuati, la logica era ovviamente quella di orientarsi a qualcosa di meno "nevoso" e di un po' più "roccioso". E così, guardando il Cervino mi balza subito in mente l'idea della cresta Furggen. Questa cresta, se superata per i famigerati "strapiombi" rappresenta senz'altro la più impegnativa delle 4 del Cervino ed è una salita di alto impegno: quindi più che ad un acclimatamento la cosa si trasforma in una sorta di "test" per la nostra cordata....Dopo averci pensato un po' decido che va bene così e propongo la salita a Rudi il quale accetta di buon grado.Ci troviamo così a salire al bivacco Bossi in un caldo venerdì pomeriggio di luglio, al cospetto della piramide più famosa al mondo. Cominciamo a preparaci il thè e vediamo due pazzi scatenati che salgono verso di noi passando sotto la parete sud del Cervino bersagliati dalle scariche di sassi: pensiamo subito che è gente che crede molto nel destino! Arrivati al bivacco i due si rivelano dei francesi della zona Chamonix-Annency che non si sa per quale ragione avevano toppato l'itinerario di salita al bivacco e avevano deciso per questa variante avventurosa! Parlando con loro scopro che hanno un progetto più che ambizioso: concatenare le 4 creste del Cervino in giornata (e cioè: su dalla Furggen, poi giù dall'Hornli, su di nuovo dalla Zmutt e infine giù da quella del Leone con rientro a Cervinia per la sera successiva)! Subito io gli dico: "Volete fare un po' come Barmasse eh??", e loro: " sì ma lui l'ha fatto da solo e in inverno, per noi sarà molto più semplice..." apperò penso tra me e me, che livello! Stando così le cose decido di lasciarli partire per primi tanto se devono fare una cosa del genere significa che saranno in punta quando noi saremo ancora a metà cresta!Rudi al bivacco Bossi al colle del BreuilAndiamo a letto presto ma il sonno tarda a venire, complice forse anche il russare dei francesi, i quali prontamente si svegliano ben prima delle due per partire per la loro impresa. Noi li lasciamo andare tentando di sonnecchiare ancora un po' nonostante il loro trambusto. Alle 3 usciamo anche noi dal bivacco alla volta della cresta e con sorpresa noto che le frontali dei francesi sono ancora all'attacco e girano in modo abbastanza random: arriviamo anche noi all'attacco al colle del Breuil e non appena individuato il punto migliore per cominciare la  salita, subito i Francesi cominciano a seguirci. Superato il primo tiro per arrivare in cresta, il terreno si fa più facile e noi partiamo in conserva: i francesi restano sempre dietro, alla fine non sembrano così veloci! Noi saliamo veloci fino alla prima spalla a 3.800mt e proseguiamo verso la "testa" del Cervino che si illumina con le prime luci dell'alba. Vista sul Monte Rosa all'albaLa parte superiore, per accedere alla spalla di Furggen si fa un po' più complicata, con passaggi delicati su neve, rocce bagnate o verglas e in più è la parte della salita più esposta alla caduta di pietre dall'alto. Fortunatamente riusciamo a superare velocemente anche questa sezione e per le 8  siamo entrambi allongiati alla sosta a spit nuova fiammante della spalla di Furggen. Dei francesi intanto più nessuna traccia: li vedo poco dopo tagliare sulla cengia Mummery verso la cresta dell'Hornli con la coda fra le gambe. Terreno delicato salendo verso la spalla di Furggen!!Quasi alla spalla!Sosta comoda con vista superlativa sul Monte Rosa prima di attaccare le vere difficoltàNoi intanto attacchiamo gli "strapiombi": primi due tiri facili poi due vecchi chiodi nel muro verticale mi portano fuori strada su terreno veramente improponibile (verticale e con le prese che si sbriciolano letteralmente fra le mani....), faccio allora dietro-front e attraverso a destra ritrovando la giusta via. Saliamo poi un lunga fessura-camino davvero delicata, seguita poi da un altro traverso delicato a sinistra per aggirare l'ultimo strapiombo e finalmente usciamo sulla parte alta della cresta dove la roccia si fa più solida e soprattutto più facile: in breve siamo in vista della cima e per mezzogiorno stiamo scattando le foto di rito sulla vetta del cervino! La discesa come al solito sarà lunga e faticosa ma per cena siamo a casa mia a Valtournenche davanti a una buona bottiglia di vino!Il traverso prima della fessura-camino delicataVerticalità: ecco perchè li chiamano gli "strapiombi"!!Rudi in uscita dalla fessura-camino delicataVista d'insieme della cresta da noi percorsaRudi sull'ultimo traverso delicatoFinalmente su terreno più facile!Cumbre!!Foto di vetta (Svizzera)Foto di vetta (Italia)RELAZIONE CRESTA FURGGEN CERVINO - VIA DIRETTA PER GLI “STRAPIOMBI” (ripetizione 11 Luglio 2015)Dal bivacco Bossi raggiungere il colle del Breuil e attaccare la cresta in corrispondenza di un profondo ed evidente camino obliquo (30mt, III). Noi abbiamo trovato il camino molto bagnato e abbiamo attaccato direttamente su placche alla destra (faccia a monte) del camino per poi raggiungere la cresta vera e propria all’uscita del camino stesso (placche con passaggi di IV, IV sup in aderenza).Nella foto l’attacco della cresta: la freccia rossa indica le placche su cui abbiamo attaccato La prima parte della cresta è facile e si sale per circa 300mt senza percorso obbligato procedendo in conserva: facendo attenzione a non inoltrarsi troppo nella parete est si perviene ad una prima spalla a quota circa 3.800mt. Da questa prima spalla ci si innalza ancora per rocce facili obliquando verso destra fino ad arrivare ad una specie di canale che scende da un colatoio sottostante un grande nevaio (circa 3 ore dal bivacco Bossi fin qui). Questo punto è pericoloso per la caduta sassi provenienti dal nevaio e dal colatoio ed è quindi consigliabile arrivarci presto al mattino (siamo esposti ad est e quindi la parete prende sole fin dalle prime luci). Noi siamo saliti dapprima a sinistra (faccia a monte) del grande nevaio restando vicino al filo di cresta per poi attraversare a destra (sempre faccia a monte) per aggirare una zona di placche al di sotto della spalla di Furggen (tratto esposto a caduta sassi). A destra (sempre faccia a monte) di queste placche siamo saliti lungo una specie di dorsale (passaggi su roccia e neve/verglas delicati ma non difficili), per poi fare un lungo traverso verso sinistra (faccia a monte), proprio al di sotto della testa del Cervino, che ci ha permesso di raggiungere la spalla di Furggen a quota 4.200mt circa (la spalla non è comodissima ma una sosta a spit messa di recente permette di riposare e tirare il fiato).Nella foto evidenziato il percorso per superare la parte finale della cresta e raggiungere la spalla di FurggenDa qui inizia la parte tecnicamente più difficile della salita, i cosiddetti “strapiombi”. La descrizione dei tiri che permettono di superare questa parte è la seguente (vedere anche schizzo):L1: Dalla spalla di Furggen risalire verso destra il facile canale friabile (III, 40mt) fino al suo termine dove si sosta su una cengia)L2: Salire su ricce a placche dritti sopra la sosta per 10mt. Qui si trova una sosta su vecchi chiodi che può essere rinviata: non fermarsi però a questa sosta ma continuare a traversare verso destra aggirando un muro verticale nel quale si intravvedono due vecchi chiodi: assolutamente non salire a questi chiodi ma continuare a traversare verso destra passando sul limite superiore di un nevaio dove si trova uno spit e un chiodo; non fermarsi qui ma continuare salendo in diagonale verso destra su placche appoggiato fino a pervenire alla sosta (spit + chiodo).L3: Dalla sosta precedente traversare a sinistra fino ad uno spit e da lì salire verticalmente lungo la fessura-camino di roccia rotta (40mt – V+) lungo la quale si trovano altri due spit e qualche chiodo. Sostare in cima a questa fessura-camino su un terrazzino sulla sinistra (spit + chiodo) – tiro impegnativo e delicato a causa della cattiva qualità della rocciaL4: Dalla sosta precedente superare uno strapiombo con buone lame salendo sulla destra ed entrando in un vago camino che conduce ad una cengia. Da questa cengia continuare verticalmente su una placca fino a raggiungere la sosta proprio sotto il grande strapiombo (2 chiodi)L5: Dalla sosta precedente attraversare orizzontalmente a sinistra su roccia delicata ma non difficile (assicurarsi ad un buono spuntone all’inizio del traverso) fino a pervenire ad uno spit dove noi abbiamo fatto sosta per evitare troppi attriti (tiro breve, sosta su spit+friend)L6: Salire verticalmente superando lo strapiombo ben appigliato e l vago camino (V sup) fino ad una buona cengia (sosta su friend).Da questo punto la cresta diventa più facile e la roccia decisamente migliore: con 3-4 tiri facili seguendo il filo dello spigolo si perviene ad una corda fissa che conduce direttamente sulla cima svizzera.Discesa per la via normale italiana (cresta del Leone).Materiale utilizzato: una corda singola da 50mt, una serie di friends fino al n° 2 BD, qualche dado, 5-6 rinvii, fettucce/cordini vari, piccozza e ramponi.SCHIZZO DELLA SEZIONE DEGLI STRAPIOMBI (Tutti i diritti riservati al sottoscritto ;-)!)
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      <pubDate>Thu, 16 Jul 2015 15:08:00 GMT</pubDate>
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                    Con Rudi avevamo in programma una salita di "acclimatamento" in vista di obbiettivi più bellicosi, però si sa, a volte l'acclimatamento può facilmente trasformasi in qualcosa di più! All'inizio infatti l'idea era di fare qualcosa in quota sul Monte Rosa: si pensava alla nord dei Lyskamm o alla Young sul Breithorn, però il forte caldo dell'ultimo periodo e lo zero termico "stellare" mi facevano "leggermente" dubitare della qualità della neve e, al di là dei pericoli oggettivi che con queste temperatura sono sempre più accentuati, la logica era ovviamente quella di orientarsi a qualcosa di meno "nevoso" e di un po' più "roccioso". E così, guardando il Cervino mi balza subito in mente l'idea della cresta Furggen. Questa cresta, se superata per i famigerati "strapiombi" rappresenta senz'altro la più impegnativa delle 4 del Cervino ed è una salita di alto impegno: quindi più che ad un acclimatamento la cosa si trasforma in una sorta di "test" per la nostra cordata....Dopo averci pensato un po' decido che va bene così e propongo la salita a Rudi il quale accetta di buon grado.Ci troviamo così a salire al bivacco Bossi in un caldo venerdì pomeriggio di luglio, al cospetto della piramide più famosa al mondo. Cominciamo a preparaci il thè e vediamo due pazzi scatenati che salgono verso di noi passando sotto la parete sud del Cervino bersagliati dalle scariche di sassi: pensiamo subito che è gente che crede molto nel destino! Arrivati al bivacco i due si rivelano dei francesi della zona Chamonix-Annency che non si sa per quale ragione avevano toppato l'itinerario di salita al bivacco e avevano deciso per questa variante avventurosa! Parlando con loro scopro che hanno un progetto più che ambizioso: concatenare le 4 creste del Cervino in giornata (e cioè: su dalla Furggen, poi giù dall'Hornli, su di nuovo dalla Zmutt e infine giù da quella del Leone con rientro a Cervinia per la sera successiva)! Subito io gli dico: "Volete fare un po' come Barmasse eh??", e loro: " sì ma lui l'ha fatto da solo e in inverno, per noi sarà molto più semplice..." apperò penso tra me e me, che livello! Stando così le cose decido di lasciarli partire per primi tanto se devono fare una cosa del genere significa che saranno in punta quando noi saremo ancora a metà cresta!Rudi al bivacco Bossi al colle del BreuilAndiamo a letto presto ma il sonno tarda a venire, complice forse anche il russare dei francesi, i quali prontamente si svegliano ben prima delle due per partire per la loro impresa. Noi li lasciamo andare tentando di sonnecchiare ancora un po' nonostante il loro trambusto. Alle 3 usciamo anche noi dal bivacco alla volta della cresta e con sorpresa noto che le frontali dei francesi sono ancora all'attacco e girano in modo abbastanza random: arriviamo anche noi all'attacco al colle del Breuil e non appena individuato il punto migliore per cominciare la  salita, subito i Francesi cominciano a seguirci. Superato il primo tiro per arrivare in cresta, il terreno si fa più facile e noi partiamo in conserva: i francesi restano sempre dietro, alla fine non sembrano così veloci! Noi saliamo veloci fino alla prima spalla a 3.800mt e proseguiamo verso la "testa" del Cervino che si illumina con le prime luci dell'alba. Vista sul Monte Rosa all'albaLa parte superiore, per accedere alla spalla di Furggen si fa un po' più complicata, con passaggi delicati su neve, rocce bagnate o verglas e in più è la parte della salita più esposta alla caduta di pietre dall'alto. Fortunatamente riusciamo a superare velocemente anche questa sezione e per le 8  siamo entrambi allongiati alla sosta a spit nuova fiammante della spalla di Furggen. Dei francesi intanto più nessuna traccia: li vedo poco dopo tagliare sulla cengia Mummery verso la cresta dell'Hornli con la coda fra le gambe. Terreno delicato salendo verso la spalla di Furggen!!Quasi alla spalla!Sosta comoda con vista superlativa sul Monte Rosa prima di attaccare le vere difficoltàNoi intanto attacchiamo gli "strapiombi": primi due tiri facili poi due vecchi chiodi nel muro verticale mi portano fuori strada su terreno veramente improponibile (verticale e con le prese che si sbriciolano letteralmente fra le mani....), faccio allora dietro-front e attraverso a destra ritrovando la giusta via. Saliamo poi un lunga fessura-camino davvero delicata, seguita poi da un altro traverso delicato a sinistra per aggirare l'ultimo strapiombo e finalmente usciamo sulla parte alta della cresta dove la roccia si fa più solida e soprattutto più facile: in breve siamo in vista della cima e per mezzogiorno stiamo scattando le foto di rito sulla vetta del cervino! La discesa come al solito sarà lunga e faticosa ma per cena siamo a casa mia a Valtournenche davanti a una buona bottiglia di vino!Il traverso prima della fessura-camino delicataVerticalità: ecco perchè li chiamano gli "strapiombi"!!Rudi in uscita dalla fessura-camino delicataVista d'insieme della cresta da noi percorsaRudi sull'ultimo traverso delicatoFinalmente su terreno più facile!Cumbre!!Foto di vetta (Svizzera)Foto di vetta (Italia)RELAZIONE CRESTA FURGGEN CERVINO - VIA DIRETTA PER GLI “STRAPIOMBI” (ripetizione 11 Luglio 2015)Dal bivacco Bossi raggiungere il colle del Breuil e attaccare la cresta in corrispondenza di un profondo ed evidente camino obliquo (30mt, III). Noi abbiamo trovato il camino molto bagnato e abbiamo attaccato direttamente su placche alla destra (faccia a monte) del camino per poi raggiungere la cresta vera e propria all’uscita del camino stesso (placche con passaggi di IV, IV sup in aderenza).Nella foto l’attacco della cresta: la freccia rossa indica le placche su cui abbiamo attaccato La prima parte della cresta è facile e si sale per circa 300mt senza percorso obbligato procedendo in conserva: facendo attenzione a non inoltrarsi troppo nella parete est si perviene ad una prima spalla a quota circa 3.800mt. Da questa prima spalla ci si innalza ancora per rocce facili obliquando verso destra fino ad arrivare ad una specie di canale che scende da un colatoio sottostante un grande nevaio (circa 3 ore dal bivacco Bossi fin qui). Questo punto è pericoloso per la caduta sassi provenienti dal nevaio e dal colatoio ed è quindi consigliabile arrivarci presto al mattino (siamo esposti ad est e quindi la parete prende sole fin dalle prime luci). Noi siamo saliti dapprima a sinistra (faccia a monte) del grande nevaio restando vicino al filo di cresta per poi attraversare a destra (sempre faccia a monte) per aggirare una zona di placche al di sotto della spalla di Furggen (tratto esposto a caduta sassi). A destra (sempre faccia a monte) di queste placche siamo saliti lungo una specie di dorsale (passaggi su roccia e neve/verglas delicati ma non difficili), per poi fare un lungo traverso verso sinistra (faccia a monte), proprio al di sotto della testa del Cervino, che ci ha permesso di raggiungere la spalla di Furggen a quota 4.200mt circa (la spalla non è comodissima ma una sosta a spit messa di recente permette di riposare e tirare il fiato).Nella foto evidenziato il percorso per superare la parte finale della cresta e raggiungere la spalla di FurggenDa qui inizia la parte tecnicamente più difficile della salita, i cosiddetti “strapiombi”. La descrizione dei tiri che permettono di superare questa parte è la seguente (vedere anche schizzo):L1: Dalla spalla di Furggen risalire verso destra il facile canale friabile (III, 40mt) fino al suo termine dove si sosta su una cengia)L2: Salire su ricce a placche dritti sopra la sosta per 10mt. Qui si trova una sosta su vecchi chiodi che può essere rinviata: non fermarsi però a questa sosta ma continuare a traversare verso destra aggirando un muro verticale nel quale si intravvedono due vecchi chiodi: assolutamente non salire a questi chiodi ma continuare a traversare verso destra passando sul limite superiore di un nevaio dove si trova uno spit e un chiodo; non fermarsi qui ma continuare salendo in diagonale verso destra su placche appoggiato fino a pervenire alla sosta (spit + chiodo).L3: Dalla sosta precedente traversare a sinistra fino ad uno spit e da lì salire verticalmente lungo la fessura-camino di roccia rotta (40mt – V+) lungo la quale si trovano altri due spit e qualche chiodo. Sostare in cima a questa fessura-camino su un terrazzino sulla sinistra (spit + chiodo) – tiro impegnativo e delicato a causa della cattiva qualità della rocciaL4: Dalla sosta precedente superare uno strapiombo con buone lame salendo sulla destra ed entrando in un vago camino che conduce ad una cengia. Da questa cengia continuare verticalmente su una placca fino a raggiungere la sosta proprio sotto il grande strapiombo (2 chiodi)L5: Dalla sosta precedente attraversare orizzontalmente a sinistra su roccia delicata ma non difficile (assicurarsi ad un buono spuntone all’inizio del traverso) fino a pervenire ad uno spit dove noi abbiamo fatto sosta per evitare troppi attriti (tiro breve, sosta su spit+friend)L6: Salire verticalmente superando lo strapiombo ben appigliato e l vago camino (V sup) fino ad una buona cengia (sosta su friend).Da questo punto la cresta diventa più facile e la roccia decisamente migliore: con 3-4 tiri facili seguendo il filo dello spigolo si perviene ad una corda fissa che conduce direttamente sulla cima svizzera.Discesa per la via normale italiana (cresta del Leone).Materiale utilizzato: una corda singola da 50mt, una serie di friends fino al n° 2 BD, qualche dado, 5-6 rinvii, fettucce/cordini vari, piccozza e ramponi.SCHIZZO DELLA SEZIONE DEGLI STRAPIOMBI (Tutti i diritti riservati al sottoscritto ;-)!)
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      <pubDate>Thu, 16 Jul 2015 15:08:00 GMT</pubDate>
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      <title>Ancesieu: La Strategia del Ragno</title>
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                    Con Bac dopo innumerevoli cambi di programma e rimaneggiamenti vari (bei tempi quando lui era un vero noworker!!) riusciamo a prenderci una giornata e ad andare a fare visita alla via risistemata da Trombetta  &amp;amp; co. all'Ancesieu. Così in una fresca mattina di questa tarda primavera ci ritroviamo di buon ora nella ridente Courgnè e dopo una veloce pausa caffè ci dirigiamo verso il vallone di Forzo alla volta dell'Ancesieu.La parete dell'Ancesieu è solcata da diversi itinerari che alternano belle placche protette a spit e fessure. La strategia del Ragno è una via anomala per il luogo in quanto è tutta da proteggere con protezioni veloci (a parte qualche chiodo giustamente lasciato in loco dagli apritori) e presenta un'arrampicata prevalentemente in fessura. Si tratta in realtà di un vecchio itinerario percorso in artificiale rivisitato in chiave moderna dagli apritari a cui si deve oltre all'intuizione per la riscoperta anche un gran lavoro di pulizia delle fessure e delle rocce da erbacce e licheni: bravi, chapeau!Per la relazione della via rimando al blog di Adriano Trombetta dove c'è anche una bellissima introduzione storica e il bel racconto della "riapertura" della via: insomma, io qui non ho nulla da aggiungere, se non che si tratta di un itinerario dal gusto particolare: sia per il valore storico, sia per il fatto che è l'unico itinerario in stile totalmente trad dell'Ancesieu e forse anche un po' perché è l'unica linea della parete sud-ovest, così isolata e selvaggia! Insomma, forse la via non è di quelle che inseriresti nella "top 10", però ne consiglio senz'altro la visita! Le difficoltà sono sempre continue sul 6b-6c a parte l'ultima breve fessura di 7a+ che va superata (citando Trombetta) con movimenti "tamarri" che si riassume in incastri di dita davvero duri ma che si supera comunque facilmente in artificiale. In definitiva comunque i complimenti vanno a chi ha saputo riscoprire e valorizzare questo storico itinerario e a noi il piacere di ripercorrere le orme dei giganti del passato!L'imponente parete sud-ovest dell'AncesieuBac sulla prima "variante del regista": una bellissima fessura di manoBac sulla seconda variante del regista: questa volta una dulfer perfetta!Il bel diedro di 6c+
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      <pubDate>Fri, 19 Jun 2015 15:00:00 GMT</pubDate>
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